Se con il “www” tutti sono esperti

DAVIDE RONDONI

 

Forse è il momento di dare meno per scontato cosa sia oggi avere senso critico ora che le tante forme di presunta “critica” alla vita e alla società sono in crisi e cercano nuove linfe e modi

 

ecentemente su queste pagine è stato dato l’estremo saluto alla rivista “Lo straniero”. Goffredo Fofi e Alfonso Berardinelli salutavano orgogliosi e mesti la cessazione di una rivista che è stata importante come fucina e dibattito. Le due firme lamentavano la morte della critica militante: mi allaccio alle loro riflessioni per rilanciare qualche domanda. Dirigo una rivista da quando avevo 18 anni, si chiama “clanDestino”, vita povera e grama, ma credo che, a giudicare da tanti poeti che vi hanno scritto anche in esordio, faccia un lavoro vero. Dura da quasi trent’anni e da uno – dopo l’azione meritoria di vari editori – è passata in versione online; è stata e continua a essere palestra e fucina di idee e di talenti. Naturalmente, l’idea di rivista che i due critici rimpiangono è altro da questo seminascosto, febbrile, allegro e serissimo lavoro di semina e di sorpresa. Non ho mai concepito “clanDestino” come critica militante. Ma come un ragazzo inquieto. Loro invece prendono atto, con moderato e signorile rimpianto, della fine della Critica Militante con la maiuscola. Il lavoro svolto all’interno di questo assetto di pensiero, di paradigma, è imponente. Ha sostenuto in modo prodigioso e necessario la giustificazione stessa della esistenza dell’arte nel ’900 – il secolo dove morte o superfluità della medesima sono stati più volte augurate, con teorie e prassi non di rado violente. E ha sostenuto il lavoro di molti artisti, collegandosi alla medesima tradizione per cui non ci sarebbe stato Michelangelo senza uno scrittore di vite come Vasari, suo “critico” – a dire il vero grande artista pure lui, e non critico puro.

 

Forse in questa presunta “purezza” del critico o almeno di una parte di sue figure sta il primo germe della sua dissoluzione. Esperto di una cosa che non fa o non sa fare. Dunque, esperti possono diventarlo tutti, grazie a maggiore o minore studio. Probabilmente non ci fideremmo se si trattasse di medicina, o anche di cucina. Se chiudono riviste prestigiose come “Lo straniero” la causa non riguarda la diminuzione di spazi concessi. Oggi semmai di spazio disponibile (e illusorio) ce n’è fin troppo, esaltando nuovamente il problema di fondare una autorevolezza, nella grande ragnatela mondiale www. La causa della dissoluzione di una certa idea di critica militante sta a mio avviso nel suo aver mutuato lo statuto dalla “politica”, da una concezione tutta solamente politica della vita e della società. E ora il critico militante, nel momento in cui i valori estetici sono praticamente ridotti da un lato al puro intrattenimento e dall’altro alla sola funzione morale e sociale della letteratura, vede smarrirsi la sua ragion d’essere. Il suo lavoro, infatti, è superfluo ma non perché non lo vuole più nessuno, al contrario. Il fatto è che lo fan tutti, insegnanti, libri di testo, curatori di festival, giornalisti, accademici, radio, tv. Tutti esperti. Nel momento in cui gli scrittori più noti sono quelli “politici” o comici, significa che il paradigma principale, il modo di ragionare che richiedeva l’esistenza del critico militante (uno che ti illumina sul nesso arte/società) si è talmente imposto come luogo comune da renderne inutile la presenza rilevante.

 

Intendiamoci, il problema di interpretare in modo profondo il rapporto tra letteratura e movimenti nella società esiste e rimane molto interessante, ma il luogo comune che si è diffuso e imposto è quasi sempre a sostegno delle direttive della antropologia e della etica (e quindi della politica culturale) dominanti. La critica accademica dal canto suo è troppo occupata a raggiungere numero e standard di pubblicazioni valutati su criteri bizantino­furboalchemici. Forse è giunto il momento anche in questo campo di dare meno per scontato cosa sia oggi avere senso critico, e di conseguenza cosa sia militante, ora che le tante forme di presunta “critica” alla vita e alla società sono esse stesse in crisi e cercano nuove linfe e modi. Questo giornale ha promosso un premio intitolato a Giuseppe Bonura, che ha fatto del feriale lavoro di lettore una vocazione e un servizio. Che cosa sia davvero avere senso critico, è oggi una domanda interessante e micidiale, nel momento in cui dalle neuroscienze ai rivolgimenti di un “passaggio d’epoca”, come lo ha chiamato papa Francesco, sale la richiesta di avere una nuova idea “allargata” di ragione, secondo la definizione di papa Benedetto XVI. In questo senso, e solo in questo, il saluto a una rivista che muore – e la consapevolezza di quel che vive – può essere un’occasione per affrontare nuove domande a cui nessuno ha una risposta già certa.

 

Tratto da Avvenire 31.01.17

Lascia un commento