Sacrebleu, Antonio Matarazzo

di Daniele Cavicchia

Al suo piccolo atelier di Pescara, si accede attraverso un antico e nobile portone di legno massiccio a due ante, sormontato da una lunetta. Poi le scale, circondate da pareti scrostate, sfociano nell'ampio pianerottolo su cui si affaccia la porta dello studio. Caotico e affascinante come solo lo studio di un pittore può esserlo, ubbidendo a un inconscio codice estetico.
“Un’impresa vuole ristrutturare questo palazzetto. Spero che salvi almeno la lunetta” dice come a se stesso, rassegnandosi mentalmente alla perdita del portone di legno. Che a me, invece, ha subito ricordato uno splendido 'scatto' di Giuseppe Iammarrone, inimitabile artista della fotografia e intimo frequentatore di tanti pittori abruzzesi e l'idea di quel portone rimosso mi fa star male, come perdere un'altra volta quell’amico discreto e sincero. Vorrei chiedergli se lo ha conosciuto. Ma il nostro, come per un tacito accordo, è un incontro di poche parole.

Lui – Antonio Matarazzo – è l'uomo con il cappello dalle ampie falde e il sigaro acceso tra le labbra.
Gli occhi socchiusi dietro le volute di fumo come a nascondersi o forse a rivelarsi. Perché sa bene che dietro una maschera ce n’è sempre un’altra che aspetta di essere mostrata. È così che lo immortala la foto di copertina del suo ultimo catalogo del 2013 ma è così che appare anche nella vita normale, dove il personaggio, la maschera, persistono: gli occhi stretti che non riescono a nascondere l'indole di un buono e forse addirittura di un timido, il cappello sulla testa ma più spesso abbandonato con noncuranza su una sedia, un tavolo, un mobile, come a lasciare la traccia di un passaggio di sé, che bisogna poi recuperare.
Ma è anche il “pinocchio” irridente e un po’ inquietante di quel dipinto del 2013 che, racconta, ha segnato una svolta significativa nel suo percorso artistico, in fase di stallo. «Sono ripartito da qui», dice indicando il quadro dove su un fondo arancio si staglia, con il suo improbabile triciclo colorato, un pinocchio indeciso tra la sua natura umana e quella di burattino, in uno slancio verso l’ignoto o forse verso il recupero di quella dimensione dell’infanzia, del gioco, del rifiuto delle regole che sempre sottende la creazione artistica. Anche qui un pinocchio uno e trino con le due ombre di diverso colore – nero e viola – che ne proiettano il profilo esasperato sul muro arancione, a evocare la molteplicità e contraddittorietà della nostra natura: il determinismo che ci inchioda a un destino già scritto, come quei bulloni che reggono e raccordano i vari pezzi del burattino e la spinta – che si indovina nella leggera tensione della figura – che vorrebbe renderci liberi e artefici del nostro destino.
E poi i dipinti (per i quali sarebbe troppo facile eccedere in citazioni che non aggiungerebbero nulla al senso di bellezza e meraviglia che ne promana) dove campeggiano, coloratissimi, i miti degli anni '50: la vespa e la bianca cinquecento che sembrano come liberarsi dal cartone con cui l'artista ha impastato il colore, i piccoli aeroplani e le barche a vela che si librano impavidi tra il cielo e il mare dello stesso blu cobalto, più simili a modellini che a veri veicoli, per l’appagamento, anche artistico, delle fantasie del bambino che è in noi.

La svolta è anche in quel suo fantasioso bestiario (cavalli, delfini, gabbiani, aquile, cigni...), magnificamente dipinto nei colori bianco e blu, con pennellate impetuose e rabbiose che sembrano fuoriuscire dalle tele e quasi schiaffeggiare, scuotere lo spettatore: un bestiario, già presente nella precedente produzione, ma pronto ora a trasformarsi in altro, declinando all'infinito le possibilità dell’essere: i magnifici cavalli bianchi che corrono liberi nel verde-azzurro di un prato, diventano, in altri dipinti, i cavalli alati di un mondo mitologico perduto, il cavallo a dondolo della nostra infanzia, il cavallino dai finimenti colorati delle giostre, o un cavalluccio marino più simile a un grazioso monile; l’aquila che volteggia rapace e potente nel cielo, e altrove un aquilone colorato, innocuo e ammiccante con il suo occhio umano.
Tutto fa parte di un unico cosmo, dove bene e male, innocenza e perdizione sembrano confondersi e annullarsi, in una fantasmagoria di lampi, ghirigori, saette, nuvole, tempeste, animali che ammaliano lo sguardo dello spettatore fino ad acquietarlo nell’armonia di quel grandioso paesaggio dell'anima, in cui tutti gli elementi e i colori sembrano ricomporsi.
E in mezzo sta l’artista, l’uomo dal cappello dalle larghe falde, che tenta di mettere ordine in questa materia incandescente, di ritagliare l’infinito e fissarlo sulle tele, con un senso di sfida e insieme di pudore unito alla consapevolezza del limite entro cui spingersi.

Ma lui, Matarazzo, in realtà è in perpetuo volo, come uno di quei gabbiani volteggianti nel cielo sopra un mare infinito, che sfuggono a ogni addomesticamento pittorico. Niente più che a lui e ai suoi bianchi uccelli marini sembrano adattarsi i versi della poesia I gabbiani di Vincenzo Cardarelli: La vita la sfioro/ com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo/ E come forse come anch'essi amo la quiete,/ la gran quiete marina/ ma il mio destino è viver/ balenando in burrasca.

SACRE BLU recita la scritta sulla cartolina-invito della mostra, dove l'artista sfoggia di nuovo il suo cappello ma questa volta sopra un viso inondato di luce blu, rivolto diritto e ammiccante all'interlocutore. Come non cedere alla tentazione di pensare a una sfida gioiosa, a un doppio senso, a una sorta di calembour per l’osservatore più scaltrito? Perché in quella scritta c'è sicuramente l’evocazione di quel blu dalle mille sfumature che domina incontrastato i suoi dipinti con pennellate ora morbide ora aggressive, quasi fosse divenuto la cifra della sua nuova svolta pittorica, più intimistica e mirata al cuore delle cose. Un colore sacré blu, ricavato un tempo dai lapislazzuli e utilizzato fin dal Rinascimento nell’arte sacra per dipingere gli abiti della Madonna, alludendo anche alla preziosità della sua anima e che è il titolo di un intrigante romanzo di Christopher Moore, per narrare con umorismo e colpi di scena il mondo degli impressionisti di fine '800. Ma sacrebleu è anche un’esclamazione francese che esprime stupore e meraviglia: sacri numi, accidenti, perbacco. Come quelli che suscitano lo spettacolo emozionante dei dipinti in blu di Matarazzo.

E allora: sacrebleu, maestro. Anzi, chapeau!

Antonio Matarazzo

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