“Rondoni su Doninelli, grande sherpa”

Doninelli, grande sherpa

 

 

Il romanzo mondo, il romanzo saggio, il romanzo disastro di Luca Doninelli, “Le cose semplici” è un meraviglioso paradosso, e, a mio avviso, anche per questo, una grande opera.

È un romanzo mondo, perché vi viene ricostruito un mondo post- collasso generale. Milano e altri posti sono distrutti e in preda a lotte tra bande. Il castello sforzesco è divenuto, come una grande pagoda, il rosso quartiere generale della banda cinese. Firenze è tutta dipinta di nero. Altrove è solo rovina. Il collasso è dovuto a una cosa che il padre del protagonista dice un giorno abbassando il giornale: è finita la fiducia. Tutto si è lentamente fermato, è imploso, è rovinato. Ma una Università (o campus o città) viene ricostruita a Long Island, intitolata a un modella suicida, intorno alla giovane moglie del protagonista, una baby genio in matematica. La cornice (molto letteraria ma non poteva essere altrimenti) è data da sette quaderni di Dodo e Chantal che un certo Mark, figliastro dei due, veri protagonisti, deve leggere e decifrare.

Ma è un romanzo-mondo soprattutto perché il vero tema del romanzo è: cosa è la generazione di un mondo ? Da dove la vita nasce, e rinasce ?

Se il Novecento si era aperto, o meglio rispecchiato, nella “Terra guasta” di Eliot, (che ha scritto che il mondo finisce in un piagnisteo) il Novecento finisce e il millennio della sfiducia si specchia in questo mondo guasto e rinascente di Doninelli.

Ma il mondo è luogo della diversità. Non tutto è uguale. Chantal, la piccola geniale matematica, non è uguale agli altri. Intorno a lei un pezzo di mondo -incasinato e però vivo- ricomincia. Lei è un avvenimento diverso dagli altri.

In questa assoluta, umiliante sfida sta la forza del gesto dello scrittore. Mentre compie il suo gesto più complesso e elaborato, il romanzo-mondo, gli tocca avvertire non la crisi del romanzo – che non esiste, in quanto in crisi sono i finti romanzi – ma quella più vasta e più salutare della letteratura. Che vive solo nella propria crisi. Nel rottura di ogni auto-idolatria.

È uno scrittore che sa di aver fallito colui che ci consegna questa opera. Quanto si rispecchi nel personaggio principale, che scrittore mancato dice di essere, non importa. È di fatto così. Come Michelangelo pensava d’esser artista fallito. Perché abitava il fallimento dell’arte, il suo “ardente singhiozzo” per dirla con Baudelaire.

Dice infatti a un certo punto Chantal, la matematica, al suo Dodo: “Sappiamo bene infatti che tra noi è l’oggetto del nostro pensiero c’è uno spazio che solo una cosa può colmare. Indovina cosa?” “La fede?” “La nostalgia.”

Giusto, cazzo!

L’arte ci ricorda che il pensiero abita nella nostalgia. Accettare questo è una umiliazione insopportabile per chi vuole il “potere”, ovvero la coincidenza qui e ora tra pensiero e oggetto. Invece è la umiliazione gloriosa, il fallimento salutare dell’artista. E l’inizio della ascesi del santo.

È un romanzo mondo sul crollo e sulla rinascita di un mondo – popolato di figure incredibili e di ogni genere di cosa. Qui si parla di falegnami, salumieri, economisti, rapper, e poi di sette segrete come di prostitute felici, di preti senza fede e di un cacciatore di Velletri ultimo guardiano del Papa (in controluce molti riconosceranno uno scrittore amico di Doninelli). Qui si disquisisce di Dio come della diversità del rapporto con la merda tra uomo e donna. Un romanzo bulimico, si direbbe. O, più precisamente, e scandalosamente, dantesco. Nell’inseguimento di questa infinita varietà di storie, di frammenti, di diramazioni dell’essere e del vivente in ogni direzione, sta la stessa ragione della scrittura di un romanzo vero, che non può che essere un romanzo-mondo. Non è bulimia, ma inseguimento della percezione della gloria guizzante in ogni frammento vivente. La scrittura insegue la vita, ok, ma per cosa sennò ? Sarebbe mimesi noiosa, invece è reagente. Come una sostanza che fa vedere qualcosa che è dentro la vita, i suoi tessuti.

 

 

È un romanzo saggio, perché sono molti i punti in cui direttamente si affrontano tante questioni del pensiero contemporaneo, è tante cose insieme legate in un volume. Nelle oltre ottocento pagine, troverete un prodigio di pensieri, di pensieri lasciati a metà, di controtempi, di indizi, di quasi sentenze, discussioni filosofiche ed esistenziali. Si va dai problemi della finanza alla linguistica, a questioni di estetica, di teologia fino ai temi della giustizia. Ed è soprattutto una difesa della vita come problema. Ovvero un libro contro la semplificazione e la banalizzazione del pensiero. Il romanziere non è un filosofo impaziente. Anzi. Ci sono molti punti che vengono, si vede da una lunga ruminazione, altri frutto di illuminazioni. Doninelli è un filosofo, l’ho sempre pensato. Non a caso è un romanziere. Il romanzo è un oggetto filosofico, infatti. Anche tra i libri, ci sono le storie e ci sono i romanzi. Io ad esempio scrivo storie (da poeta e quindi in modo un po’ sgangherato e poetico, non sarei mai capace di fare un romanzo). Lui scrive romanzi. E anche quando scrive racconti – questo stesso romanzo è anche una serie di racconti- sono sempre oggetti filosofici. Il racconto e il romanzo. I poeti sono a volte assimilabili ai cantastorie. I romanzieri ai filosofi.  Non troverete mai un grande romanziere o un grande scrittore di racconti che non abbia nei confronti della vita una atteggiamento filosofico, ovvero una difesa della vita del pensiero e della sua importanza, da Manzoni a Poe, da Dostoevskij a Checov, da Carver alla O’Connor.

Non m’importa se su parecchie cose che dice non sono d’accordo. Con un saggio occorre concordare o discordare, con un romanzo-saggio occorre accogliere la vita raccontata – e i pensieri ne fanno parte. Sono anch’essi vita raccontata. La loro persuasione, a differenza di quanto capita con un saggio, non sta nella logica in cui ci si ritrova, ma nel grado di tessitura che hanno con la vita che sostengono e animano. E non c’è che dire, qui la stoffa dei pensieri e quella dei baci, degli addì, delle morti, delle sorprese, stanno insieme, ben intessute. E forse qui sta il ganglio del lavoro di Doninelli. Mostrare che una civiltà esiste se i pensieri sono tessuti con la vita. Lo scollamento e il crollo si ha quando tale tessitura, di cui la fiducia è il segno, si allenta. I pensieri dominanti di questa epoca, secondo la prospettiva di Doninelli, non reggeranno a lungo la vita, non ne intessono il necessario svilupparsi, non garantiscono le cose semplici della vita, perché non stanno generando fiducia. E il mondo collasserà, i segni si vedono. E qui, sotto il titolo di “Le cose semplici” il narratore ci mette in guardia continuamente dalle presunte cose semplici di cui il potere crescente della non-fiducia, il potere della non-nostalgia, vogliono nutrirci. Dire che uno scrittore smonta i luoghi comuni, è persino banale. E spesso non è vero, ha solo pensieri strani o controcorrente. Qui Doninelli non s’accontenta di andare controcorrente. Cerca di mostrare un’altra corrente, che è sempre esistita. La corrente generante. Nutrita di incorreggibile desiderio. Mescolata a tutte le correnti presenti, a tutte le morali, senza negarle, senza la presunzione di “smontarle”. È manzoniano, è lombardo in questo. Illuminista più che barocco. A Volterra queste pagine l’aria da borghesia colta milanese si fa quasi irrespirabile. Ma resta soprattutto il lombardissimo gioiello segreto: tutto può edificare. Sia in senso morale che manovale-edile-civile. Perciò, in quanto romanzo-saggio è anche un romanzo politico.

 

 

Ed è un romanzo-disastro. Non solo per la inevitabile mole che terrà lontano generazioni e platee più recenti di lettori se non motivatissimi ( ma esistono forse altri lettori? E soprattutto, all’autore cosa gliene frega, lo sapeva benissimo….).

Bensì per il germe quasi autodistruttivo che vi ho intravisto. Come se fosse presente una seduzione che il romanziere ha provato a cacciare via da sé accumulando pagine su pagine, costruendo il suo mondo dopo-mondo. Ma senza riuscirci e decidendo infine, quasi in modo cifrato, di consegnarvisi.  Romanzo che infatti insegue la sua inutilità. Che è cosa diversa dal fallimento dell’artista. Questa è salutare e vibra nell’opera e ne è luce intensa e micidiale. Quella inutilità invece, non è giudicabile. Questo romanzo la cova, come un feto vibrante in sé, e sembra farsi presente nello shock del riassuntino finale. Sì, il riassuntino.  Poche pagine in corsivo che, apparentemente, permettono al lettore di riconnettere i fili dopo esser annegato più volte e riemerso in una storia dove si passano vari continenti, si incontrano scene incredibili e geniali (molte memorabili) e si fanno parlare economisti imprigionati in un caveau di banca e ragazzine portoricane a lezione di seduzione. Mentre il romanzo insegue il mondo non per mimesi ma per pagliuzze di gloria, cova nel suo ventre qualcosa.

In quelle tre paginette finali, apparentemente quasi anodine, compare un nero cagnetto.

Il disastro che cova nel romanzo, la sua inutilità è come un fiato, un sospiro che deve arrivare sempre all’orecchio dello scrittore consapevole. Per questo il vertice della opera è in un sospetto di inutilità che ti lascia nel momento stesso in cui ti ha fatto vedere tante cose. Come uno sherpa che ti porta a vedere un grande panorama, e fino a quel momento hai fissato la sua schiena carica di roba per salire e poi, improvvisamente si fa di lato, e tu te ne dimentichi di colpo. Come se cedesse il passo, serva inutile. Romanzo che sembra scritto con già innestato il meccanismo che portava Virgilio o Tommaso a voler distruggere la propria opera. Tale distruzione era esterna all’opera del loro ingegno, ma interna all’opera della loro vita. Ne fu il fiore estremo  -non importa se giusto o no ai fini della storia del pensiero e della letteratura. Qui, ma la cosa è delicata e potrei sbagliarmi, quel dispositivo tremendo e sacro, è innestato. E funziona millimetricamente. Perché Doninelli si sa, a dispetto di ogni apparenza, è uomo di precisione. E sapeva di dover arrivare qui. Io lo ringrazio per tutta la fatica che ha fatto e la pazienza e l’impazienza che ha avuto per arrivarci. E per mostrarci tutto questo.

Davide Rondoni

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