Le ri(e)mozioni di Edoardo

di Davide Rondoni

 

Edoardo Sant'Elia, Ri(e)mozioni novecentesche. Dieci saggi narrativi su dieci idee, Studium

Sant'Elia è un quieto, dissimulante quasi sardonico cercatore dell'invisibile. In questo saggetto (mi si consenta il vezzeggiativo legato al tipo di gesto editoriale non certo alla densità dello scritto) compie una serie di agili e ficcanti erranze su diversi modi del presentarsi di tale problema oggi. E lo fa attingendo a vari reami del visibile, a varie figure e gesti che appartengono alla zona di mezzo, alle terre di nessuno (e di tutti) che stanno tra immaginazione, sogno, fiaba e letteratura.

Che a ispirare le sue colte e apparentemente svagate riflessioni sia la vicenda di Peter Pan o quella di Disneyland sulle tracce di Marc Augë, o l'architettura sofisticata della sede de l'Orèal, o che si muova tra la comparazione di pagine di Giorgio Manganelli e Edoardo De Filippo (esistono due autori così opposti?) da filosofo e poeta Sant'Elia si muove a difesa della possibilità. Intendo che in un'epoca a lungo dominata in ambito culturale da poche linee e da pochi criteri fondanti di interpretazione (quello ideologico e quello offerto dal paradigma scientifico, innanzitutto) la riflessione libera e aperta di Sant'Elia ci offre, senza elusioni e senza censure, un modo di guardare il presente con occhiali dalle lenti tenute limpide grazie a un senso vasto delle epoche e dei saperi. E dalla individuazione di alcuni elementi e problemi su cui la cultura più in vista sorvola o si gira dal'altra parte. Come quando Sant'Elia vede in quel che chiama "l'iper-presenza" della arte di Francis Bacon e nella "assenza angosciosa" di Samuel Beckett due opposti in cui si nota una delle caratteristiche del Novecento più forti, indicata con "Cercasi sacro disperatamente". Del resto, uno degli artisti performativi più importanti di oggi, Tino Segal, in una delle rare interviste affermava poco tempo fa che l'arte contemporanea è lo spazio in cui in una società secolarizzata si è concentrata la ricerca del sacro. E il sempre citato e sempre frainteso Pasolini, del resto, ha dato il suo contributo più autentico, meno "politico" e dunque meno miope, quando ha ricordato che l'eclisse del senso del sacro ha aperto la strada alla omologazione socioculturale imposta da modelli consumistici e "piatti".

Con un velo di ironia che sempre distingue il pensiero partenopeo, Sant'Elia gioca con gli opposti, con le coppie "impossibili", estremi che mostrano certe verità in un modo o nel suo contrario, producendo un ironico gioco di specchi e di vere e proprie "riflessioni" dove le utopie contemporanee e le loro smentite, i sogni audaci e le arcaiche presenze, gli artisti più sofisticati e quelli più radicali e basici, e persino i modelli di urbanistica -  sotto le opposizioni - rivelano tensioni, prospettive. La possibilità, dicevamo, è la cifra, la preda, del pensiero mobile, ironico e radicale di Sant'Elia, che non a caso unisce nel titolo altri due termini opposti, quelle rimozioni che hanno segnato una parte importante della cultura europea, e quelle emozioni che infatti ne sono uscite indebolite e intristite. L'assenza di una possibilità, ovvero la riduzione a una sola dimensione della vita, alla "storia", ha appiattito le emozioni, le ha disinfiammate, le ha intorpidite, private di leggerezza autentica per sostituirla con la futilità dell'intellettualismo e con la arguzia del cinismo. Il libretto di Sant'Elia, edito giustamente dall'austera Studium in un catalogo di saggi e nomi di primordine nell'affrontare vicende complesse, offre, come sanno fare i poeti, uno sguardo spiazzante. E salutare.

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