L’epica di Riccardo “Tityro” contro il male

di Davide Rondoni

Riccardo Ielmini con il suo "Una stagione memorabile" (Il ponte del sale, 2021) ci dona un libro sobrio ed epico allo stesso tempo. I testi, le sezioni, il ricco poemetto che si susseguono nell'esile ma strutturatissimo testo, sono infatti intessuti con misurata e mai troppo esibita maestria, e convergono a dare un disegno epico della esistenza dell'uomo poeta, ricco sì di riferimenti letterari, ma innanzitutto capace di uno sguardo attento a cogliere, in se stesso e anche in figure marginali del quadro, la presenza che realizza l'epica: la minaccia del male. Il libro ne trema tutto. Ne tremano le figure che lo popolano. Memorabili quelle fissate in "Cote e roncola" o in "Segnatori di righe al campo di calcio" ma anche nel canto epico-autobiografico del poemetto "Tityro". La minaccia del male nelle diverse forme della rovina, della insensatezza, della vanitas, non viene arginata dalla letteratura, ma dalla materia della vita che invece di essere solo "interlocutoria", fatta di "presagi e promesse" come vorrebbe il titubante Tityro, si fa presente nella realtà dei figli, di Elena e dell'opera. Qui il libro a mio avviso - ricco di testi belli e intensi come gli omaggi a Gabriel Del Sarto, a Simone Cattaneo, agli amici di Atelier e altri, consapevoli e devianti, tocca uno dei suoi punti di maggiore verità. L'opposizione o meglio la segreta "guerra" che nell'uomo avviene tra una vita ancora congetturata e invece la decisione (che nel finale di Tityro sta in quel "è l'ora, andiamo" pronunciato dalla donna). Infatti, scegliendo di "arrestare" la vita in una fase continuamente interlocutoria, pare di assicurarsi una sorta di scampo alla morte restando nel non-evento. Mentre invece, la "stagione memorabile" è, così io intendo, quella in cui avviene e si manifesta la decisione di generare vita, di rischiare, di dare forma paziente all'opera per come si può, la stagione in cui non si recide una intima fedeltà alle cose alle persone e alle parole (e Parola) necessarie. In tale decisione avviene il vero atto epico, si ingaggia davvero con furore la battaglia alla minaccia persistente del male. Che è l'informe. Si diviene uomini di parte, ovvero finisce la malia di una giovinezza illimitata. Non a caso, credo, l'ultimo testo si intitola "carta geografica", una sorta di geolocalizzazione. Ritengo questo, insieme ai meriti di un lavoro rigoroso e colto, e al tempo stesso vibrante e vitale, il punto in cui il libro tocca uno dei segni della nostra epoca. Dove per paura della definizione data dal prender forma della vita (le scelte, le responsabilità, i luoghi, la generatività), si cerca di scongiurare l'informe della morte, o del male (secondo l'antica accezione greca) restando in una sorta di indefinitezza, che ne è, per così dire, la versione sopportabile. La paura dall'avvertire ogni confine come "mortale" (figlia di una idea di libertà malata) spinge oggi più di ieri a cercare tale indefinitezza a tutti i livelli. Come, se appunto tale indefinitezza scongiurasse, depotenziasse, il timore dell'informe, del male. Tranne poi scoprire, come l'artista autentico sa bene, che occorre una forma per esprimere l'infinito. Per abitarlo. Per opporsi, non astrattamente, al male. Il libro di Ielmini attraversa questa scommessa e ne offre una plastica, quotidiana, eccezionale epica.

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