“Reparto paternità” di Alessandro Domenighini

Presentiamo, per l’attualità del tema di vite ritenute “minori”, questi due brani di un libro che ci ha molto colpito.

Da Reparto paternità di Alessandro Domenighini, Infinito edizioni, 2020

H di hotel

A rendere tutto più difficile ci voleva pure l’infermiere po­lacco! Sarah ha scelto la cli­nica privata, sperando in un so­vrappiù di privacy e di comprensione, perché a fare la fila al­l’ASL le sembrava di infliggersi una punizione che non si merita. Non pretendeva molto: un’infermiera italiana, donna. Che senza dire nulla la accom­pagnasse con un sorriso fino alla stanza 101. Invece questo giovanotto con la voce cavernosa e il linguag­gio pittoresco non fa che gridare: «Tutto molto facìle! Tutto molto semplì­ce! Compilare qui!».
Compilare qui. La clinica assegna a ciascuna un codice, che diventerà il suo nome e cognome fino al termine della procedura. E anche oltre: negli archivi informatici, in eterno.
«È per garantire il massimo anonimato: una nostra spe­ciale forma di rispetto», le ha detto sorridendo il medico al loro primo incontro. «Un plus di cui andiamo fieri».
Però il suo codice, scritto con la calligrafia del polacco, non riesce neppure a legger­lo.
«Mi può fare lo spelling?», domanda all’infermiere.
«Spelling? Hmmm… sì, sì: spelling! Allora: M di Milano; T di Torino; F di Firenze; H di… H di… H di HITLER!».

Sarah si sveglia con un grido e si mette seduta sul letto.
Agostino si gira verso di lei: «Che succede? Il solito incubo?».
«Sì».
«Smetti di tormentarti. Ormai abbiamo deciso, no?».
Il tono di Agostino vuol essere incoraggiante ma non basta a tranquillizzarla: en­trambi chiudono gli occhi senza riuscire a riaddormentarsi.
Sarah e Agostino sono sposati da pochi anni e sono una coppia affiatata: giovani e dinamici, come le aziende quando cercano personale. Non sono schiavi di ridicole ideo­logie e affrontano la vita pragmaticamente, laicamente, giorno per giorno.
Certo, alla seconda gravidanza l’esito della diagnosi prenatale è stato un colpo duro per entrambi.
Prima il gelo.
Poi Agostino ha chiesto al dottore: «Che cosa dobbiamo fare?».
Il medico si è schermito: «Ognuno sceglie secondo la pro­pria sensibilità…».
«Sì, ma gli altri? Che fanno gli altri?», ha incalzato Agosti­no.
«Beh… Più del novanta per cento… termina qui».
Più del novanta per cento? Più del novanta per cento vuol dire tutti. Quando Steve Nash va in lunetta ti aspetti il cane­stro: ha più del novanta per cento ai tiri liberi. Più del novan­ta per cento vuol dire tutti.
«E se decidessimo di proseguire, che tipo di prospet­tive…».
Ma Sarah, con un braccio, ha bloccato la domanda del marito: «Basta così, Agostino. Io ho deciso: dopotutto un fi­glio ce l’abbiamo già».
Un figlio sano.
«Un figlio ce l’abbiamo, però…».
Tenendo lo sguardo per terra, Sarah non ha aggiunto al­tro: discorso chiuso.
Il medico ha scritto la data dell’appun­tamento nella cartella clinica e gliel’ha conse­gnata. Sono tornati a casa. Quella notte Sarah avrebbe avuto il suo primo incubo.

La vita del beato Hermann è meravigliosa e terribile, come capita spesso per le fiabe dei tempi che furo­no. Bambino deforme di una nobile famiglia del Medioevo, venne abbandonato in un monastero. I parenti suggerirono più sbrigativamente di ucci­derlo, per la vergogna che provocava. Contro ogni previsione, Hermann sopravvisse e divenne un monaco tra i più colti e capaci dell’epoca. Lo chiamarono miraculum saeculi: consi­gliere di papi e imperatori, scienziato e poeta, astronomo e musicista. Ogni volta che cantiamo il Salve Re­gina dovremmo pensare a lui. Forse lo scrisse immaginando la ca­rezza della mamma che non ebbe.

Il giorno fissato, Sarah e Agostino vanno in clinica al matti­no presto. Passano accanto a un grande albergo con la sua insegna blu. È così difficile dire “H di hotel”? Un neutra­le, corretto, laico “H di hotel”?
Sarah e l’acca non sono mai andate molto d’accordo. Quand’era bambina gli ami­chetti di scuola la deridevano chiamandola “Saracca”. Saracca, Saracca, non capisce un’ac­ca… Un pomeriggio dei suoi sette anni tornò a casa in lacrime e, pia­gnucolando, chiese spiegazioni alla mamma per quel suo nome bislacco.
«Ma… era il nome della nonna!».
«Non è vero, la nonna si chiamava Miriam!».
«Mia nonna…», specificò la mamma. Le avevano dato il nome della bisnonna, che era di Soncino e da Birkenau non tornò più.

«È alla prossima che dobbiamo uscire?», le chiede Agosti­no.
Lasciano la tangenziale guidati da una “H di hospital” ros­sa, enorme e luminosa. Alla radio, Colin Powell giura solen­nemente che riuscirà a debellare al-Qaeda e il progetto di Bin Laden.
E il progetto di Hitler a che punto sta? I nazisti erano determinati ma non abbastanza efficienti: hanno lasciato un po’ di cose a metà. Tuttavia dove fallirono le SS potrebbero riuscire le conquiste civili. Più del novanta per cento vuol dire tutti. La soluzione finale, norma­lizzare la razza. Preventivamente.
Sarah e Agostino vagano a lungo per il parcheggio. Sono liberi solo i posti gialli: H di… diversamente abile. Handicap­pato non si può più dire, non siamo mica barbari.

L’ambiente della clinica è confortevole e silenzioso. Nella sala d’attesa Sarah trova un libretto, la vita romanzata di un certo mona­co Hermann. Inizia a leggere le prime pagi­ne.
Un signore col camice bianco la chiama con molta gentilezza e l’accompa­gna nel­l’ambulatorio. Sul taschino, un’etichetta verde con scritto “Jaroslaw”. Sarah sente il ner­vosismo montare dentro di lei. Fissa quel nome: Jaroslaw. Vorrebbe doman­darglielo, ma non osa. Con voce dolce e rassicurante, in un italiano perfetto, Jaroslaw le illustra le fasi della breve procedu­ra. Sarah non ascolta, è distratta dal suo nome.
«Ma lei di che nazione è?», gli domanda di colpo.
«Io?».
L’infermiere Jaroslaw la fissa con sguardo interrogativo, arrossendo un po’. «Beh, io sono della Polonia, la nazione del papa!».
Dopo un attimo di silenzio, sempre più agitata, Sarah si china sul foglio e cerca il pro­prio codice.
«Eccolo qui, signora. Ora le faccio lo spelling».
Sarah chiude gli occhi.
«Allora: M di Milano…».
Sarah si sente molto debole.
«T di Torino…».
Sarah teme di svenire.
«F di Firenze…».
Sarah si aggrappa alla sedia mentre la stanza inizia a bal­lare il girotondo.
«H di…».

Finalmente Sarah torna a casa. Oggi ha preso due decisio­ni capitali. La seconda è che lui si chiamerà Hermann.

Cuore a singhiozzo

Nell'intrico di larici e faggi,
c'è uno stagno segreto,
dove il sole nasconde i suoi raggi
al tuo occhio indiscreto.
La libellula ronza e divora
moscerini ed insetti,
sonnolenta colonna sonora
per bambini imperfetti.
Ti vorresti bagnare i piedini:
non ti lascia il dottore.
Vuoi sguazzare tra rane e girini,
ma hai il singhiozzo nel cuore.

E il tuo angelo plana quaggiù
e ti porta a volare,
tra gli abeti potrai riposare,
con la mamma e il papà.
Le montagne ti attendono già,
aria da respirare;
la tua mamma potrai carezzare
e non piangere più.

Lo scoiattolo fugge nel bosco
tra i lamponi e le more,
lo rincorri ma si è già nascosto
proprio dentro al tuo cuore.
Hai giocato felice nel prato
con il cuore a singhiozzo,
hai raccolto il tuo cuore malato
l'hai gettato nel pozzo.

E il tuo angelo plana quaggiù
e ti porta a volare,
tra gli abeti potrai riposare,
con la mamma e il papà.
Le montagne ti attendono già,
aria da respirare;
la tua mamma potrai consolare
e non piangere più.

Non esiste bambino malato,
nel giardino dei fiori;
puoi specchiarti nel cielo stellato,
contemplare i colori.
Girotondo di cento bambini,
nascondino nell'erba;
scalpicciare di mille piedini,
una corsa superba.

E il tuo angelo plana quaggiù
e ti porta a volare,
tra gli abeti potrai riposare,
con la mamma e il papà.
Le montagne ti attendono già,
aria da respirare;
la tua mamma potrai carezzare
e non piangere più,
e non piangere più.

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