Il “teatro della nostra fragilità” nell’ultima opera di Riccardi

di Nicola Bultrini

Se la maggior parte delle persone nutre l’intima convinzione di vivere in una forma chiusa, come intrappolati in un disegno bidimensionale, il quesito è: cosa ci cattura davvero? L’ordinario quotidiano? I legami famigliari, la terra d’origine? I mestieri, le relazioni sociali? Probabilmente un po’ di tutto questo, a volte dolcemente, altre più aspramente. In ogni caso la corda che stringe genera comunque un disagio, una piccola tortura. In questi tormenti, nelle ansie del respiro, Antonio Riccardi, dopo dieci anni dalla sua ultima raccolta, torna alla poesia con “Tormenti della cattività” (euro 18,00, pp. 155, Garzanti).

È un libro compatto, deciso nel pensarsi dentro il grande enigma, amalgamandolo con la ferialità dei giorni, delle stagioni, degli anni, partecipando una geografia microcosmica che trova il suo topos nel podere a Cattabiano, luogo d’origine della famiglia Riccardi nell’Appennino emiliano. Il libro ha un tono dichiarativo, è frutto dell’osservazione speculativa dell’esperienza, dello stare al mondo. Perciò formidabile è l’apertura del volume, un’antiporta, un indice, oppure una mappa. Ogni sezione, annunciata, quasi sottotitolata. Del resto, se la parola è restituita al suo essere senso e significato, l’apparente asciuttezza del dettato scivola invece su una pasta densa, a tratti spigolosa, per nulla accondiscendente verso il lettore. Non c’è alcun autocompiacimento in Riccardi, nessuna maliziosa indulgenza per chi legge; che è invece chiamato quasi ad interrogarsi sui medesimi tormenti, sofferti dal poeta, confrontarsi senza riserve. I frammenti caleidoscopici della storia familiare, il padre, la Grande Guerra degli avi, il cimitero locale attraversato da indiscreti fagiani, potrebbero essere i nostri; nostra (nel senso di comune) la relazione con la memoria di quel che è vissuto, dell’eco ancora persistente. L’elemento di inciampo è dato dallo scarto tra reale e possibile, infine il sostenibile, in una consapevole finitezza. È come una trazione violenta, a strappi, pause, rallentamenti, di fronte alla quale è difficile fare resistenza, più facile cedere, senza resilienza (ormai il mantra dei nostri giorni; un tempo si diceva “farsi canna al vento”). Siamo sul “bordo sottile della vita” e ci adattiamo come possiamo (infatti “la natura è prodiga di metamorfosi”).

Nonostante le apparenze, gli alibi, alla fine ci ritroviamo nudi nel “teatro della nostra fragilità”; tanto vale farsi anfibi, incoerenti. Perché la vera cattività, la costrizione, forse viene dal nulla che assedia il senso che tentiamo di dare all’esistente. Come si fa a coltivare la quiete dei giorni, vivere sopra la memoria dei morti? Nelle varie stanze, nel rapporto coniugale, le origini, gli amori, il lavoro, la morte, si affrontano e si masticano le “minime cose / piccoli incidenti senza peso”; sapendo che “il sole a volte è mala parte”, perseguendo il minor danno possibile per un beneficio certo. Oppure no, tutto questo potrebbe non essere neanche verosimile, potrebbe invece imporsi un enigma di maggior dolore “tra gli altri uno è la sua scimmia” (è l’ultimo verso del volume) che ci riguarda individualmente, spietatamente, ci lascia senza fiato, sbilanciati sulla costruzione di una sopravvivenza. Riccardi non scrive senza speranza, non avrebbe senso farlo. Lo dimostra formalmente anche una scrittura d’eccellenza nel panorama di oggi, la cura attentissima della parola, una parsimonia anche, e un accorto (mai retorico) solfeggio del canone emotivo.

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