Recensione: “Appunti di Meccanica Celeste”, Domenico Dara

Con il suo secondo romanzo Appunti di meccanica celeste (Nutrimenti 2016), che su dichiarazione dell’autore «è nato da una costola del precedente Breve trattato sulle coincidenze», Domenico Dara ci regala un romanzo bellissimo e commovente. Con una grazia e una delicatezza  difficili da ritrovare in altri autori contemporanei, egli sa raccontare  una parte delle nostre vite mancate e  dei nostri desideri inespressi, parlando di libertà e necessità, di follia e morte e lo fa con una lingua inusuale estremamente interessante.

Si  conferma scrittore abile nell’intrecciare le vicende dei sette personaggi principali che, come sette pianeti, gravitano seguendo delle traiettorie già definite e tracciate, rispondendo alle misteriose leggi dell’universo. Ad ognuno di loro dedica i sette capitoli iniziali: Lulù “il pazzo” è il primo personaggio che Dara ci presenta, in attesa perenne che la madre lo porti via dal manicomio. A seguire troviamo Cuncettina “a sicca”, una donna che deve fare i conti con la propria sterilità, che vive come una condanna sociale; Archidemu Crisippu lo Stoico, segnato dalla perdita del fratello scomparso misteriosamente e mai più riapparso; Malarosa la cattiva, a cui la fortuna ha sempre voltato le spalle, incattivita con il mondo e con chi è più fortunato di lei; Don Venanzio l’Epicureo, il sarto creduto “ricchiune”, che sfoga la sua ars amatoria andando con tutte le donne del paese, senza riuscire ad amarne nessuna; Rorò l’unica che invece non ha mai conosciuto dolori e delusioni; Angeliddu “u biondu”il figlio sempre alla ricerca del padre che non ha mai conosciuto. Accanto a loro troviamo il farmacista, il medico del paese e una miriade di personaggi che solo in virtù della grazia della sua scrittura  sono diventati dei tipi umani non relegati al ruolo di semplici macchiette, ma riccamente caratterizzati dal punto di vista psicologico e identificati innanzitutto attraverso il linguaggio, che segna l’appartenenza alla comune terra d’origine. Per condurre il lettore proprio dentro questo loro microcosmo, Dara ha infatti saputo inventarsi una lingua nobilitata a linguaggio letterario, formata da un impasto di italiano e vocaboli e costruzioni dialettali calabresi, in grado di esprimere tutta la gamma di sentimenti, dall’ umoristico, al tragico, spesso accompagnati da una vena ironica. Un sfida vinta quella di Dara. Il lettore infatti viene trascinato dentro l’ inusuale sonorità e il mistero di questa lingua e ne rimane affascinato. Anche solo per questa novità e originalità  linguistica ritengo che il romanzo valga la pena di essere letto. Anch’ esso, come il precedente Breve trattato sulle coincidenze, è ambientato a Girifalco, il paese dove Domenico Dara è nato e ha vissuto fino all’adolescenza, prima del suo trasferimento al nord. Girifalco è un paese «delimitato a nord dal manicomio e a sud dal cimitero, così che le sue genti si muovevano tutte tra la follia e la morte». «Un paese speciale» - come spiega l’autore - «proprio perché lì vi era l’archivio della follia della Calabria, un luogo magico dove poteva avvenire tutto e il contrario di tutto». E proprio attraverso la figura di Lulù il pazzo, internato in manicomio per le sue crisi epilettiche – personaggio reale che Dara da bambino ha di certo incontrato per le vie del paese – ci si interroga su quanto sia labile il confine fra sanità e follia. Alla fine sarà l’unico a lasciare Girifalco e a seguire il circo Engelmann, pertanto rimane il dubbio che non sia mai stato un vero membro della comunità, ma anche lui appartenga a quella schiera di angeli custodi che Dara mette in campo, uomini e donne che si spendono per il bene altrui e che sanno intervenire per modificare positivamente il destino delle altre persone.

Dalla follia alla morte il passo è breve. E infatti tutti personaggi sono segnati indelebilmente da un senso di perdita, che equivale talvolta all’esperienza della morte stessa, poiché come dice Concettina “a sicca” «ogni distacco umano fa sentire e provare il sentimento della morte.» Se per la meccanica quantistica un oggetto esiste solo in relazione ad un altro oggetto, per la meccanica umana «si esiste sempre solo rispetto a qualcun altro.» È la conclusione a cui giunge Archimedu lo Stoico che, dopo la perdita del fratello scomparso, si sente come una particella smarrita in campo quantistico e giunge così a mettere in discussione i postulati della scienza classica a cui si era sempre appellato.  Sono tutti  personaggi che portano dentro un grande dolore e rappresentano una sorta di compendio dell’incompletezza umana, una umanità ferita però non rassegnata, se ancora sa alzare la testa per guardare alle stelle e chiedere, proprio nella notte di San Lorenzo, che il proprio desiderio si compia. In uno dei capitoli più significativi del libro intitolato Breve trattato sui desideri,  Dara ci ricorda l’etimologia della parola desiderio, che viene da de-siderum e il legame che intratteniamo con gli astri, in quanto segni di una alterità infinita che ci riguarda, che ci manda richiami, che è altro da noi. «Che poi cos’erano i desideri se non una silenziosa dichiarazione di fallimento? Riconoscere che ciò che vogliamo non ci appartiene? Che siamo altro da quello che vorremmo, che la nostra vita segue una traiettoria sbagliata.» Sono questi i pensieri che assillano Archidemu lo Stoico, l’unico a non esprimere in quella notte speranze segrete perché non credeva ai desideri. E invece proprio in quella magica notte qualcosa accade: per la prima volta gli infiniti movimenti dei pianeti e delle stelle sembrano deviare dal loro corso, piegarsi e abbracciare i destini degli uomini. Il giorno dopo infatti in paese arriva un circo che, come ha sottolineato Gian Paolo Serino sulle pagine della Provincia (23 luglio 2017) più che ricordare quello di Fellini sembra uscito dal celebre film di Wim Wenders, Il cielo sopra Berlino, soprattutto per la funzione salvifica affidata agli angeli. Sette circensi infatti interagiranno con i sette protagonisti, offrendogli una seconda possibilità, designando nuove orbite per ognuno di loro. «Angeli simu de mortale crita / ma fumma fatti per l’eternità» scrive Dara in esergo al libro riportando i versi di Francesco Zaccone, poeta calabrese sconosciuto ai più e scomparso di recente. Quelli di Dara sono angeli terreni, lontani da ogni metafisica, fatti di carne ed ossa, persone che intervengono nella vita di altri, proteggendoli e modificando a fin di bene il loro destino. Il tema dell’angelo custode è uno di quelli che stanno più a cuore a Dara, già proposto nel Breve trattato sulle coincidenze attraverso la figura del postino del paese che leggeva la corrispondenza e talvolta modificava il contenuto delle lettere e interferiva nelle vite degli abitanti di Girifalco. Tutto sembra divenire possibile, laddove la meccanica umana sfugge alle regole ferree della meccanica celeste, anche i piccoli miracoli quotidiani, resi possibili dagli uomini. E proprio come uno di questi miracoli si deve leggere l’intervento di Angeliddu. Nel finale del libro egli salva la vita ad una bambina e con questo gesto si riscatta, diventando l’eroe del paese, lui che senza padre era sempre stato visto come un ragazzo cattivo, una sorta di Rosso Malpelo di verghiana memoria per via di quella ciocca di capelli bianca che lo aveva segnato fin dalla nascita. Si legge nel capitolo Nei gesti la misericordia: «Ci sono gesti che segnano vite, Angelo non ha esitato quando c’era bisogno di salvare il prossimo, perché è nei gesti che si misura la misericordia divina. Attraverso il gesto di Angeliddu la Provvidenza ci ha benedetti e questo è il vero miracolo di San Rocco.»

Ma allora siamo liberi di agire o non possiamo sfuggire al nostro destino già scritto per noi come le grandi megaptere che compaiono nel primo capitolo del romanzo? È il grande interrogativo che accompagna il lettore dalla prima all’ultima del libro. Nel romanzo non vi è una risposta precisa a questo quesito, ma nella determinazione delle nostre vite - sembra voler suggerirci l’autore - forse l’unica etica possibile è quella di ricercare la propria traiettoria, sapendo però che può subire delle variazioni di rotta, e che i miracoli possono accadere ogni giorno. Per poter coltivare questa speranza però occorre mantenere una apertura verso il mistero, evocato fin dalla prima pagina attraverso la citazione tratta dal Faust di Pessoa (riportata in esergo al libro) e che sembra fornirci la chiave di lettura dell’ intero romanzo: «Il mistero supremo dell’Universo, l’unico mistero, tutto in tutto, è che ci sia un mistero nell’universo, è che ci sia l’universo,  qualche cosa, è che ci sia l’essere.» Un mistero che sta dentro e fuori di noi e che ci interroga quotidianamente attraverso l’amore, il dolore, la morte ma anche attraverso il mistero della parola. Forse è vero – e il romanzo di Dara ne può dare testimonianza –  che,  come ha scritto Maria Zambrano nel suo Frammenti sull’amore, «la guida per non perderci in lui è la Pietà».

Recensione di Elisabetta Motta

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