Raffaele Carrieri, “Un doppio limpido zero”, Interno Poesia

di Edoardo Sant’Elia

Lo leggi e involontariamente lo interroghi perché ti sembra di avere a che fare con una persona, una persona vera con le mani “di pietra ammuffita e di inchiostro”, lo leggi ed entri subito in dialogo, in contrasto anche, perché senti la personalità prepotente di chi non vuol rinunciare a nulla, di chi pretende tutto da sé stesso e non s’accontenta, non si rilassa, non s’accomoda nella realtà come fosse un soffice guanciale, non rinuncia alle sue contraddizioni, ne fa materia di vita, di poesia, mentre il tempo si allunga e si accartoccia, con implacabile, fluida continuità: “Il presente, il passato. / I dolori in fila indiana / col bavero alzato: / ha fame di me / il più lontano”.

   Non fa sconti, Raffaele Carrieri, di cui ora esce – finalmente – a cura di Stefano Modeo, un’antologia che va dal 1945 al 1980. Antologia che permette di saggiare, direi meglio: di assaggiare i sapori forti e teneri al contempo di una vena artistica tra le più originali del ‘900 italiano, una vena semplice e cruda “come un doppio limpido zero”: il titolo del volume è un verso del poeta, che si paragona a una civetta capace di avviluppare col suo canto, quell’ “antico mesto richiamo” che crea un legame indissolubile con l’autore, poiché “quando dai cieli morti / al silenzio vedova torni / nel breve giro di un suono / leghi la mia alla tua notte”. Notte luminosa, peraltro: in tutta la sua esistenza il poeta salentino, nato a Taranto nel 1905, ha trascinato le sue ombre, i suoi rimpianti con innata spavalderia, spendendosi senza risparmio: fugge da casa a quattordici anni, vive da clandestino, partecipa con D’Annunzio all’impresa di Fiume riportando una ferita grave alla mano, gira i porti del mediterraneo e svolge umili mestieri prima di approdare alle grandi città, a Parigi e poi a Milano dove, pur patendo iniziali stenti, si lega ai maggiori poeti e artisti, diviene giornalista e critico d’arte, si afferma. Un percorso assolutamente non scontato, che nei suoi versi traspare senza alcun compiacimento, piuttosto rammemorando, con nostalgia e con icastica fermezza, tanto i personaggi celebri, come Picasso: “Nel prendere e nel dare / hai più sguardi tu / che pesci il mare”, quanto i compagni occasionali, come il soldato che “Morì alle cinque del mattino / dicendo queste sole parole: / “Mettetemi amici le scarpe / è venuta l’ora di andarmene.” / Morì alle cinque del mattino / con gli occhi rivolti alle scarpe”.

   L’universo di Carrieri è il mondo esterno, in tutte le sue sfaccettature, è il nostro universo; inquadrato auscultato messo in pagina con gli strumenti di un’officina che non è il santuario della scrittura, dove non viene coltivato il ‘mestiere’, dove le poesie sono manufatti individuali irripetibili sebbene connessi tra loro, legati come i grani di un rosario e tenuti assieme da un afflato, da un’ispirazione volta a volta da riscoprire, da mettere alla prova, di cui dubitare per venirne a capo: “Quando viene il giorno / gli angoli si rompono / e scorgo le distanze / fra anima e mano”. Una distanza che mai si frappone tra il poeta e il lettore. Carrieri è cordiale nel dettato perché nel suo candido orgoglio, “Schiavo o emiro non mi conosco / non mi riconosco in nessuno”, ammette tuttavia la presenza – problematica, indispensabile – dell’altro, le sue necessità, da contrapporre alle proprie. E proprio per questo può permettersi lo scherzo civettuolo: “Voglio un fiore / infilare a l’occhiello / una farfalla / sopra il cappello. / Voglio un cuore / nuovo ogni giorno / e un nome solo: perdigiorno”.

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