Raccontare per diventar poesia

Anticipiamo le prime pagine di un libro di narrativa di Asia Vaudo, giovane autrice, in uscita per Ensemble editore con "Essere altro". Colpisce nella temperatura narrativa e nella costruzione della psicologia dei personaggi il continuo scintillio che si crea nell'incontro - a differenza di potenziale spaventoso e bello - tra senso dell'assoluto e senso del niente. Ne è innervato il ritmo, le deviazioni e le figure che incontriamo. Scintilla e incendio tipiche della poesia? O in generale del vivente colto nel suo desiderio profondo? Anche per questo, nonostante le ovvie acerbità, riteniamo questo racconto e questo talento meritevole di attenzione.

Davide Rondoni

Asia Vaudo da Essere altro (in uscita per Ensemble)

George

Non vede quello che vedono tutti e quel che nessuno vede, adora.
Umberto Saba, La malinconia amorosa

1.Tania

Larghezza.
Altezza.
Profondità.

Conosciamo tre dimensioni spaziali sulla nostra Terra. Ci muoviamo dentro queste, i nostri gesti e i nostri respiri ci sono intrappolati, e le nostre anime – profonde, forse – s’impigliano, agitandosi vorticosamente, intorno a tre parole, tre parole soltanto, larghezzaaltezzaprofondità. Ventisei lettere, pouf, il tempo di un respiro veloce.
Secondo la teoria delle stringhe esiste un’altra parola, più breve ancora: tempo. E allora, le dimensioni non sono soltanto tre, ma possono persino diventare dieci. Addirittura! Dieci dimensioni spaziali e una dimensione temporale.
L’universo e le nostre anime che si muovono dentro a undici dimensioni!
La teoria delle stringhe non ci suggerisce soltanto l’esistenza di nuove dimensioni – troppo piccole da poter essere osservate, poiché “raggomitolate” tra loro, ognuna dentro l’altra –, ma ci spiega anche che le particelle che compongono il mondo e tutti i corpi – celesti, umani – sono formate da filamenti di energia che assomigliano a delle corde, come quelle di una chitarra, e ognuna di queste vibra in modo diverso da un’altra. Se noi potessimo far vibrare le corde a nostro piacimento, allora sarebbe interessante pensare che potremmo manipolare la materia tutta,
il mondo,
i corpi
– celesti, umani.
«Ci hai mai pensato, Tania?».
Era bella, Tania. Di una bellezza tenera, stropicciata.
«A che cosa, tesoro?».
«All’universo».
«All’universo, dici? Quale? Dentro di noi, o fuori di noi?
Voglio dire», muoveva in fretta le mani intorno a sé, «quello che abbiamo qui», si batté una mano sul petto, «che si chiama universo, con la lettera minuscola, vedi», rovesciò gli occhi al cielo, «oppure quello lassù? Le stelle, i pianeti, i satelliti. Quel- lo si chiama Universo».
«Le stelle, i pianeti, i satelliti» ripeté George.
«Mm», si accese una sigaretta, Tania, e per un po’ la tenne tra le sue labbra schiuse, come una liquirizia dal sapore buono, poi la prese delicatamente tra le mani, ma non proprio con le mani, con la punta delle dita soltanto, quasi avesse avuto paura di poterle fare del male. Fece un gran respiro, buttò fuori una nube di fumo grigiastro. E insieme al fumo volò via la parola: «Continuamente».
George abbozzò un sorriso.
«Io vorrei abitare su una stella» confidò Tania, a voce bassa, e persino scostò la sigaretta da sé, come se avesse potuto sentirla.
«Ti bruceresti su una stella!» gridò George.
«Però potrei guardare la Terra da lontano. È questo che voglio fare, sai, tesoro».
«Guardare la Terra da lontano?».
«Ah-ah».
E poi, con coraggio: «Tania, perché tratti la tua sigaretta come se fosse un essere vivente?». E lei: «E come, non lo è?».
George e Tania restarono a guardarsi a lungo, ognuno frugava negli occhi dell’altra, con dolcezza, e le parole non si mischiavano insieme alle lunghe spirali di fumo che elegante- mente Tania lasciava scivolare via dalle sue labbra screpolate; le parole si fermavano nella gola, in grumi spessi e collosi che i due dovevano ingoiare, di tanto in tanto, per lasciar passare un po’ d’aria.
Negli occhi di Tania, George non vedeva la forma degli universi, e neppure le leggi matematiche che governano il mondo, né le stelle bruciacchianti su cui lei voleva vivere. George non vedeva pianeti, o colori, non vedeva vita, né morte, nemmeno la bellezza, la bellezza cosmica delle cose grandi, delle cose profonde – come devono essere un paio d’occhi, profondi –, non vedeva la luce, George, non vedeva gli alberi, né il mare, né il suono del vento, né il desiderio di essere amata, o quello d’essere odiata, non vedeva ricordi, tenerezza, stupore, splendore, non vedeva melodie, malinconie, follia, disgusto, piace- re. George non vedeva, negli occhi di Tania, neppure il tempo dilatarsi e poi restringersi, come spesso accade quando si scruta negli occhi di chi si ama.
George non vedeva niente che apparteneva al mondo. Era la sensazione più dolce che si potesse provare. George non vedeva che questo, soltanto: un paio d’occhi.
George amava il colore blu, il suono delle cornamuse, le scarpe color corteccia, i gatti, i raggi polverosi del sole che galleggiano a mezz’aria in una stanza vuota, l’odore delle camelie, il rumore dei passi che si mescolano nelle stazioni ferroviarie, le stazioni ferroviarie, le nuvole che sfilacciandosi prendono la forma delle cose, il cinema francese, le guance rosse, la neve ammucchiata sull’asfalto che si sporca di fan- go, i filtri delle sigarette bagnati di rossetto, i seni gonfi e scuri delle donne africane nei documentari, i capelli grigi, le labbra carnose che sanguinano nel freddo dell’inverno, gli ombrelli appoggiati sulle spalle e lasciati roteare – nel freddo dell’inverno, l’odore del caffè e del sapone all’arancia, le mani rugose dei vecchi, gli atomi delle persone morte che viaggiano in giro per il mondo diventando altre cose, le cose che diventano altre cose, il tè al bergamotto, le stelle. George amava le parole insalata, silenzio, scoppiettare, contea, fare l’amore – fare, l’, amore, tre parole –, sigari, marionetta, bambini, autostrade, e tutti i composti con strade. George non odiava nulla in particolare. Odiava, forse, il non-colore blu, il non-suono delle cornamuse, le non-scarpe color corteccia, i non-gatti, le non-stazioni ferroviarie, i non-seni gonfi e scuri delle donne africane nei documentari, le non-cose che diventano altre non-cose. George non poteva odiare qualcosa nel profondo, perché “da giovane non puoi odiare una cosa nel profondo”, così borbottava suo nonno, arricciandosi i baffi con le dita. “Puoi soltanto stupirti di più”. Puoi stupirti di fronte alla bruttezza, ma non puoi odiarla per davvero; puoi rovistarci, cercare per un po’, consapevole che il brutto delle volte viene partorito dal bello, e che forse non esiste neppure, la bruttezza
– esiste la non-bellezza.
La mamma di George aveva una cascata di capelli grigiastri che le ondeggiava lungo la schiena;
era come se colassero, i capelli, pian piano,
come fili di miele,
– il miele denso, non grumoso, come se si fosse di già me-
scolato con del tè.
La mamma di George si chiamava Antonia. E allora Ge-
orge ci giocava, giocava con quel nome, Antonia, lo masticava tra sé, lo ripeteva lentamente, poi lo risputava e diceva Antenia, oppure Antonea, Antania, finché non eliminava le lettere An e ne restava soltanto Tania. Era rassicurante sapere che nel nome di sua madre era contenuto il nome di Tania.
Mamma non era tra le sue parole preferite – e neppure Tania, se era per questo –, però aveva un bel suono.
Antonia, oltre ai capelli-miele, aveva anche un sorriso che le tagliava a metà il viso, e le sue labbra, aprendosi esageratamente, svelavano, come una tenda, una fila bianca di denti irregolari, talvolta rovinati da carie o da qualcosa di cui George non conosceva il nome – George non amava i denti, e neppure i dentisti, però quando andava dal dottor Rossi gli piaceva vedere i suoi occhi spuntare da sopra la mascherina, che invece copriva il resto del volto; e allora il dottor Rossi, così come tutti gli altri dentisti del mondo, diventava terri- bilmente affascinante
Antonia non viveva nella realtà. Non in questa, almeno; se ne costruiva altre, lontane e sospese, e nessuno poteva en- trarci, nemmeno George.
«Mamma, perché mi hai chiamato George?» chiedeva George.
«Perché...», muoveva le mani intorno a sé, il suo volto veniva ferito da un sorriso grosso ma veloce, «perché mi ricorda dei vecchi film francesi». Anche se il suo nome era George e non Georges.
«Sì, ma George non ha le stesse lettere del tuo nome, o del nome di Tania» replicava George.
Lei scuoteva seccamente il capo e tornava nella sua – nelle sue – realtà.
Antonia non mangiava neppure.
Se ne dimenticava, semplicemente – non tornando sulla Terra, scordava di avere un corpo con sé.
E allora George andava in cucina, bolliva dell’acqua, gettava la pasta, ci versava sopra bottiglie di sugo confezionato e serviva il piatto alla madre, che lo ringraziava con uno dei suoi sorrisi sdentati.

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