Svagato e dantesco
Il quasi diario di Santoni

di Davide Rondoni

Lucilio Santoni, Legato con amore in un volume. Quasi un diario, InSchibboleth 2020

Anarchico e cristiano, apparentemente svagato ma pensatore e scrittore concentratissimo, Lucilio Santoni è uno dei primi amici con cui condividemmo clanDestino e altre avventure, tra cui una sua magistrale traduzione di Moby Dick e alcune sortite pubbliche. Il suo "quasi un diario" l'ha pubblicato il coraggioso editore sardo InSchibboleth, in una collana dedicata a libri di genere borderline, dove già scrittori come Di Consoli han depositato i loro "Diari" (ne scrivemmo qui) o escono antologie di poeti immaginari come quella curata/inventata da Antonio Fiori. Il libro procede randomante tra memorie personali, letture, riflessioni, illuminazioni. Apparentemente svagato. Ma i fili di secolare storia di anarchia che vanno dal pensiero di semisconosciuti finiti al rogo e fino al nonno dell'autore "attenzionato" dalla Prefettura, fino alle riflessioni sul lavoro, sulla rimozione dell'eros autentico dalla società attuale, e sulla anarchia dell'amore e della poesia rispetto al potere del tempo, uniscono, come in un "volume", gli infiniti frammenti dell'universo che in premessa l'autore dichiara impossibile tenere insieme se non in un desiderio di consegna, amoroso, e di lode nello sperdimento che tocca la sua linea di morte orrenda e di infinito. La saggezza che Santoni dissemina toccando passi da Shakespeare a Mozart, da una canzone brasiliana a una osservazione acuta di contro-costume (come l'osservazione che se uno si lascia trasandato per due giorni è allontanato, se uno ha un pensiero o una lingua sciatti non subisce rimostranze) pesca da alcune elementi di fondo: la consapevolezza della condizione mortale come orizzonte censurato dalla società attuale, la possibilità di una alternativa nutrita dalle linfe dell'anarchia e del cristianesimo. E dal senso di infinito testimoniato dalla poesia, con cortocircuiti inediti e salutari tra Bakunin e Emily Dickinson. Il libro ha una architettura di quattro sezioni che ripartisce quasi musicalmente la materia e alterna l'inserzione di elementi personali, anche trasfigurati, a citazioni e spigolature. La scrittura ha una grazia soffusa, una sorta di pazienza della parola diffusa, una calma per così dire, nel deporre il pensiero che anche dove produce sintesi e testacoda non appare mai nervoso. Nonostante la vastità di letture convocate, il "volume" di Santoni appare tenuto da una forza amorosa che pur consapevole dell'orizzonte mortale sa essere allargatrice dello sguardo e dello spirito. Quasi a presagio, nella sua venatura di lode, di quella Resurrezione evocata come segno che sarebbe logico in una fede che lo vede come elemento culmine - e invece c'è la croce perché l'amore che lega l'esistenza in un "volume", in una forma memorabile, conosce il sacrificio. E di tale forza ferita il libro è segno vivo e quieto, gentile, deciso e irrefutabile.

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