Presenza di Antonio Santori-Rondoni e Mezzaluna

Per questo mentre/ vivo tutto mi sembra/ innominato

Ha lasciato contributi importanti e due occhi chiari sul mondo. Dieci anni fa Antonio Santori, come dicono gli alpini, andava più avanti. Ha scritto poesie molto belle. Una la cito in quasi tutti i miei libri e la leggo ovunque nei miei mille giri – presa da “La linea alba” – e finisce coi magnifici versi che ho messo a titolo del mio piccolo ricordo. Che introduce lo scritto di una allieva di A. dotata lettrice. Ci si incontrava, si creano cose, clanDestino pubblicò alcune cose, e ne sono onorato.

Di lui è seminata in molti cuori e menti la potenza di anima e di vita. La potenza che non era solo temperamento, anzi, era il risultato di una concentrazione invisibile, spasmodica sul nucleo infuocato del vivere. Ne è seminata la sua opera vasta di pensatore e di poeta. Come accade ai poeti autentici il suo nome non si appoggia sulle ali della fama ma nel passaparola dei conquistati. Spero che chi cura la sua opera sappia valorizzarla al meglio e fuori dal provincialismo (ben differente dalla provincia e dal margine che Santori sapeva abitare – e agitare-). In dieci anni la sua figura nella mia e nella considerazione di chi ama la poesia e di chi cerca un pensiero libero è cresciuta. Secondo una misura che è propria solo dei poeti e dei maestri. Oltre che in quella strana forma d amicizia che continua a unire i vivi e i morti. Perché si tratta per noi che ancora restiamo di imparare ad amare la prima eternità chiamata lontananza.

Lo dice in quel verso: essere vivi è stare in un posto ancora innominato, è stare nel compito e nella libertà che fanno l’uomo a immagina e somiglianza dell’Essere e che gli danno dignità sempre e comunque. Il resto è letteratura.

 

Davide Rondoni

 

Il poeta maestro Antonio Santori

Ci sono voluti dieci anni per convincermi a scrivere.

Il 30 agosto 2007 veniva a mancare all’età di 46 anni Antonio Santori: scrittore, poeta, insegnante e politico marchigiano. In occasione del decennale della sua morte ho sentito il dovere di rendergli omaggio, di omaggiare soprattutto un incontro, uno sguardo sul mondo.

Pochi mesi prima di morire aveva dato alle stampe l’ultimo dei suoi quattro poemi, La linea alba, dopo avergli dedicato dieci anni di scrittura febbrile.

Le prime opere degli anni ’90 Santori le ha pubblicate in allegato alle edizioni cartacee di ClanDestino ed è per questo che ho voluto riallacciare la storia di Santori con questa rivista, per testimoniare che se c’è la poesia di mezzo la morte non può nulla.

Chi scrive continua ad esistere anche dopo morto.

Essere poeti significa avere a che fare con la creazione del mondo in parole, in nomi, tentarne la comprensione, significa avere attenzione verso la realtà perchè essa non sia puro accadimento di fenomeni ma un insieme di significati simbolici tutti da scovare, da inventare (nel senso latino del termine, appunto). È un’impronta che di sicuro gli ha lasciato addosso un grande autore come Pavese, amato e studiato in gioventù, argomento anche della sua tesi di laurea in filosofia nel 1986: da Pavese Santori ha assorbito la visione simbolica della realtà, o meglio, il gusto per lo scavo nell’abisso del mistero del vivere, a occhi aperti, viso scoperto, coraggiosamente. Fino alle soglie dell’indicibile e della morte.

 

Saltata è il poema del ’96 in cui viene dato spazio di parola al vuoto, al bianco, all’apparente mutismo del mondo. Santori apre le porte alla voce del “dentro delle cose”, una voce che viene saltata appunto, ignorata da tutti il più delle volte. È una voce misteriosa e veritiera, intessuta nelle trame della realtà e che ne costituisce l’essenza, il cuore pulsante ed invisibile. Vediamone i versi d’inizio:

 

Saltata. Sono stata saltata. Una sera lui parlerà di me,

dirà: peccato, non averla mai incontrata,

e berrà vino di Francia dimenticando ancora la mia vita.

Riderà,  raccontando di altri libri e di donne perdute nell’Oceano. Non mi rimpiangerà.

Io che potevo cambiarla la sua vita.

Mi ha semplicemente ignorata.

Ha scorso veloce la pagina accanto (il viso infuriato) chiudendo di scatto il libro pregiato

in cui sono nata.

 

 

La vita e la morte, le due alleate dentro la medesima forza, come è scritto nel Cantico dei cantici, percorrono La linea alba con un gioco di equilibri e reti, mossi verso un’unica direzione: arrivare all’origine delle cose, alla nota d’inizio della Creazione.

 

.Non cercavo la fine, non era la morte

l’improvvisa atmosfera, cercavo la ciurma rarefatta e il vento della creazione, il niente che si scopre dietro la vita, dietro l’amore.

Perché ci sono spazi enormi da riempire che sono spazi da inghiottire.

Ci sono luoghi che dormono,

come strumenti in attesa dentro le casse, luoghi di carne, di mascelle spalancate,

luoghi di sgomenti e di resa, luoghi dell’amore. Ma sempre, sempre, dietro gli occhi di ognuno ci sono gli occhi di un altro che guardano la fine: le nasse ammonticchiate, prossime al sussulto,

lo stupore dentro l’acqua delle ostriche invasate dalla luce, nostro identico culto sotto le stelle.

Perché ci sono occhi da respingere che sono occhi da accogliere.

Ci sono volti che nascono sotto i nostri corpi e si nascondono tra le coperte

e altri disperati che si confessano e si dileguano, dolcemente. E sempre, sempre, ogni gesto del chiarore è un gesto dell’ombra, come lo sguardo separato

delle donne, quando aprono le gambe, lentamente. Tutto si divincola tutto è in fuga.

Nessuno può parlare di ricordi.

La mano fasciata da un fazzoletto gigante, legato in fretta, il soffio forte della nascita l’ultimo giorno di dicembre, il respiro

di mio padre, nella morte vigilata, una salvietta sporca in un ristorante. Nessuno può parlare di ricordi.

Rimane solo il senso di uno smarrimento, l’incredibile rifugio delle cose

che crediamo di spostare, il senso della fine, il vero sentimento

 

 

Avere a che fare con l’origine e la creazione, avere le mani in pasta coi diamanti e i detriti del  mondo per Santori significava trattare inevitabilmente con i giovani (com’ero anch’io), con la loro educazione. Aveva una formazione greca e filosofica, sapeva il valore culturale della comunità, di quel senso di collettività che il nostro tempo sta man mano facendo scomprarire, del “conoscere insieme” attraverso il dialogo, il teatro, la letteratura, la scienza, la filosofia.

La nostra era un’agorà, non un’aula.

Parlare di Platone, Schopenhauer, Pessoa o di Leopardi ci aiutava a capire meglio noi stessi e la vita che facevamo. Da quelle mattine uscivamo con le ossa rotte, lui in silenzio e noi con il cuore pieno. Santori ci guidava allo stupore, indicava dove guardare.

 

 

Poi guardava noi, con un sorriso nascosto tra le guance e uno sguardo sibillino che sembrava dire “non importa se sbagli, tu sei di più, riprova ancora” e lo sentivi fino al midollo, lo vivevi ogni giorno. Siamo sempre generati da un altro e ci rigeneriamo quando qualcuno ci guarda con uno sguardo di accoglienza e comprensione e quello di Santori era lo sguardo di un amore, di una cura per noi giovani e per il mondo. Ogni volta ci veniva restituito tra le mani un pezzo in più della nostra vita, insieme a lui ne diventavamo consapevoli.

È uscita da poco l’opera omnia intitolata L’opera poetica, la pagina bianca de possibile e del necessario, sotto la cura di Angela Bianchi e Cesare Catà per le edizioni Italic Pequod dove è racchiusa l’intera produzione poetica di Antonio Santori con biografia e bibliografia aggiornate.

 

Al mio primo maestro io devo molto.

Soprattutto per avermi marchiato a fuoco con questa frase che ripeteva spesso: una vita senza ricerca non è una vita degna di essere vissuta.

Lo ringrazio ancora e spero che tutti prima o poi lo conosceranno.

 

 

Irene Mezzaluna

Sant’Elpidio a Mare

30 agosto 2017

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