Poesie inedite di Mary Barbara Tolusso

Introduzione di Davide Rondoni

Le poesie di Mary Barbara Tolusso sono il segno di un'esigenza fondamentale: vivere epicamente.
E questo, questo è l'importante e origine della loro bellezza.

Tu dici che ogni foglia è lucida
come un coltello, che ogni cosa vive, cresce,
non si può fermare, eppure non ho colpa
se mi hanno dato un nome.

Mio padre e mia madre erano in fiore.

Ma non per molto.

Così bestemmio, racconto il falso, scrivo poesie,
ah queste cicale che bruciano nel verde, prorompono,
si moltiplicano e prosperano al di là
di ogni possibilità, queste bestie viziate vivono.

(A te invece ho dato tutto. E tu sei morto)

I rimpianti fanno povere le cose, fanno l’amore
storto. Dicono che chi pensa al passato invecchia
prima. Dicono di non girarsi mai verso la fine.
Il ricordo è un esile risveglio di corpi, mani
mobili universi in agguato…
Il mondo è sottile

tutti erano già in cammino

nella feroce precisione di un nome
che ritorna al tavolo di un bar, dentro
la tazza di caffè, in fondo a un nome: ora…
Per cui non dirmi chi hai amato
in passato, né chi potrai avere in futuro.
Il tempo è una cosa seria.

Sogno di essere un armadio andato
a fuoco, cenere di maniglie e di guanti
di borse accatastate sul piano centrale
di mosche nere d’avorio.
Ti penso ma non sei mai esistito

l’amore ti ha divorato

fino alle ossa.

L’inverno ha lasciato filtrare
lo scandalo di padre di sposo
che i figli si muovano sicuri sulle lastre
schermate, lumache cotte da centinaia
di tramonti, stelle, piccoli amori

questa è la notte
Oh Edipo. Oh Cristo. Mi trattate male.

La gioia di sapermi al riparo, ma non fu riparo allora
la nostra vocazione di baciarci sotto
le lenzuola. Di giorno ti aggiri davanti
al mondo imbecille e pensi e muori.
La gente parla, spiega, quello che fa il pittore il via Boltraffio,
l’altro che ha messo in piedi una cantina, c’è anche chi ha fatto
la galera, chi ha tentato il suicidio mentre cade
la sera ti ucciderei io se potessi, ti caverei gli occhi
sul letto, l’imperfezione, il difetto
di quella stanchezza metrica d’infanzia
la morte mi moriva tra le braccia e quella volta
sì bruciavo di passione – cieca
nella perfezione… non temere… non durare…

A volte penso che l’amore assomigli a quelle cose,
che deve assomigliare a qualcosa che muore.

Si effondeva una luce di parole in grado di resistere, ma la porta era già chiusa allo spettro delle stelle. Abbiamo aspettato. Non sono tornati. Per cui Mary non fare tante storie. Il giorno è un declino illustre. Sistema il corpo, allinea i punti di pressione. Inumidisci la morte.

Così hai salvato la memoria nell’ora
strana che a carponi fino al bianco
della bocca, fino al bacio della mamma. Vieni,
medita, vieni. Anche questa notte
passerà. Il cielo è innocente.
Poteva andarci meglio, essere ferro,
elio, marchingegno, si poteva
collassare all’infinito come un buco
nero in acque dolci, minuto errore
di cronologia o segno che precede l’infinito.

Mary Barbara Tolusso è nata a Pordenone e vive tra Trieste e Milano dove lavora come giornalista. Ha pubblicato alcune raccolte di poesia e i romanzi L’imbalsamatrice (Gaffi) e L’esercizio del distacco (Bollati Boringhieri). Ha tradotto Giacomino da Verona per il volume Visioni dell’aldilà prima di Dante (Mondadori). Alcuni suoi versi e racconti sono presenti in antologiche tra cui Velocità della visione. Poeti dopo il Duemila (Fondazione Mondadori) e I mari di Trieste (Bompiani). Ha vinto il Premio Pasolini (2004) e il Premio Fogazzaro (2012).

Lascia un commento