Poesie inedite di Francesco Filia

Presentazione di Melania Panico

Presentiamo qui alcuni inediti di Francesco Filia tratti da un lavoro dal titolo Nella fine. Nella poesia di Francesco troviamo molte cose che colpiscono. L’autore dissemina indicazioni sull’interpretazione della “prosa del mondo”. D’altra parte “la prosa del mondo è questi versi/ che non hanno nulla da dire”, l’attesa di qualcosa senza nome perché innominabile, il tremito che ci renda vivi. La poesia di Francesco è sempre uno scavo nel non detto, in quella luce capace di mostrare chiaramente “l’antica minaccia”.
Nella fine potrebbe anche essere una domanda.

Mi hai chiesto, nel vibrare di vetri in controluce,
cosa significhi sperare e guardo le mie dita spezzate
la tortura del giorno che procede implacabile
la sua lama che affonda nella pelle strato dopo strato
fino allo spasmo di un nervo scoperto
e non riesco a capire il ruolo assegnato, chi dei
due, se la vittima o il carnefice. Nessun’altra
cosa mi salverà, neanche rispondere al silenzio
di questa domanda, al suo affondare il colpo
e sventrarmi.

*
L’incendio divampa e tu lo vedi
in una paralisi di gesti e labbra
non puoi salvarti ora, tutto
esplode e frantuma, niente
ti salverà dopo. La peste dilaga
in un fragore di chiacchiere
idiote, in un contagio di microbi
e radiazioni. La bava della terra copre ogni cosa
in un sudario. Sperare è stata la nostra
maledizione.

*
L’inizio, tu lo sai, è già una fine
un dopo tremendo e insondabile
è già un irrimediabile troppo tardi.

L’idea della neve si è dissolta prima
di ogni vedere.

Esiste la pioggia, sottile e gelida,
esiste l’asfalto senza nome,
una pozzanghera di pietrisco
e un viso affogato nel grigio.

È qui la prosa del mondo,
assedia queste poche sillabe.
La prosa del mondo è questi versi
che non hanno nulla da dire.

Prepararsi in ogni momento,
in ogni singolo gesto
a un rito di calma e necessità.

Fino a quando in noi non accadrà
qualcosa senza nome, un girarsi di scatto e tremare
fino a quando
non saremo attraversati da una definitiva forza
e tacitati.

*
Inchiodati a un destino di cartavetro e cocci
i brandelli di quel che fummo seccano al sole
vestiti strappati, zizzania che infesta. Sentinelle
ancora attendono tra fuochi e gelo
ma ora ogni singola cosa rimane al posto assegnato,
con calma, in un’origine, senza
alcun bisogno d’esser vera.

*
La terra feconda e inaridisce in una
convulsione di cielo e magma.
Preparano cibo e altari, armi e scaffali
con devozione infinita e dovizia di dettagli,
ogni cosa giace al suo posto, in un rito
spasmodico e sempre uguale. Preparano
l’impreparabile, questo silenzio di segni,
un buio cieco di calcoli e previsioni,
quel vuoto che, finalmente, separa
atterrisce.

*
Le parole dei vivi dicono un lento morire
un rimestare tra scarti e buio, un comune
luogo che si disfa.

La parola dei morti è questa pietra
che non fiorisce e tace, esecuzione
di un’eterna dissonanza.

Qualcosa d’irreparabile, assiderato,
quel che rende da sempre illeggibili
le nostre vite, inermi, esposte.

*
Rami come scheletri di legno,
l’ossuto tepore dell’inverno perfora
vestiti e pelle. Il germoglio
è sul punto di schiudersi
l’annuncio mite di un nuovo inizio
qualcosa ancora preme per nascere
da un antico silenzio.
La luce si manifesta tra le coltri
e inventa la tua ombra sul greto,
qualcosa si muove di soppiatto
qualcos’altro attonito resta.
L’antica minaccia ora è ovunque.

La senti - vero? - quella fitta nel petto?
È panico, nient’altro che panico.

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