Poesie di Edmond dal carcere di Rebibbia

di Zingonia Zingone

“Edmond” è un fiore che spunta da una crepa nel cemento. Un grido che si alza e scavalca le mura del dolore per dire all’odio che da sempre, alla fine, dovrà capitolare di fronte all’amore. Edmond è un poeta che ho conosciuto a Roma, nel carcere di Rebibbia, dove conduco da cinque anni un laboratorio di poesia. In quel deserto, dove il maligno si scatena per sbranare i cuori più teneri, il giovane Edmond, corazzato dalla rabbia, scriveva per esorcizzare il suo passato e farsi voce di tutti quelli che come lui inciampano e cadono nella trappola della falsa libertà. Edmond non frequentava il laboratorio per imparare a scrivere perché la sua era già una voce poetica singolare, un po’ selvaggia e dal ritmo serrato, che da tempo coltivava nell’intimo della sua cella. Quella strana alchimia, più forte di lui, trasformava continuamente in versi i suoi pensieri e sentimenti. Ma Edmond è anche un narratore: nel 2018 si è aggiudicato il premio “Goliarda Sapienza” con la raccolta di racconti intitolata Avrei voluto un’altra vita, e nel 2019 pubblica con le Edizioni del Galeone il diario poetico Mi chiamano sbandato.
Oggi vive all’aperto, nell’abbraccio del verde, dove lavora sempre accompagnato da qualche foglio dove scarabocchiare le sue sensazioni e, perché no, da un buon libro di filosofia. Alza la voce al tramonto, quando cantano gli uccelli, per ricordare a tutti che il dolore è un cane arrabbiato ma la speranza esiste; esiste perché c’è qualcuno che correva e si è fermato ad aspettare uno zoppo e che forse è vero che “è nella via del dolore dove si nasconde l’amore”.

Scarabocchiato

Ho scarabocchiato tutto;
L'amore,
il corpo
il futuro.
Ho scarabocchiato tutto sperando che qualcuno sapesse guardare oltre,
oltre il destino,
il destino di quelli come me,
il destino di una vita non vissuta che fatica a ruggire con un senso.
Ho scarabocchiato tutto partendo dai fogli
i fogli che sono divenuti i miei soldati.
I testimoni della mia ribellione,
Ed ho scarabocchiato tutto sì! Ma ancora sogno di imparare a disegnare l'amore

Rose d’Atakama

Paradossalmente credo che il mio dolore sia molto più figlio di ciò che sono stato anziché dell'uomo che sono.
La rabbia di oggi è figlia di un'infanzia rubata dall'odio.
L'odio dell'infanzia è padre della rabbia di oggi,
figlio del disagio dei miei avi,
pronipote delle angherie che ogni sistema ha proiettato su di loro e su di ogni fondale.
Ci hanno gettato nel fondo perché fragili;
ci hanno gettati nel fondo perché deboli;
ci hanno gettato in un fondale e poi convinti che la debolezza fosse una vergogna.
C'è chi per questo ha provato ad essere forte,
forte come loro;
ma il problema è che loro non sono mai stati forti,
o almeno non nell'accezione con cui io uso questa parola.
Chi ci ha gettato nel fondo, era solo più spietato.
Provare ad essere loro è come essere uno schiavo che scala la piramide per tagliare la testa dei Re per poi impossessarsi dei suoi schiavi.
Essere come loro è come essere schiavi che ne incarcerano altri;
essere come loro per me vuol dire essere contro natura,
violentatori dei propri simili,
dei propri diritti,
dell'amore forgiato dal dolore che non dovremmo mai dimenticare.

Sono uno di quei pazzi che ha ingurgitato più farmaci che Big Bubble;
bevuto più birre che bottigliette d'acqua,
imparato a scarabocchiare in ogni dove ma mai a disegnare;
Eppure tutto nasce da uno scarabocchio:
anche la più grande opera d'arte parte da lì.
E loro possono dirvi che siete scarabocchi o spazzatura,
mentre io, nella mia totale follia,
vi dico che la fragilità è la bellezza assoluta
e che nessuno fiore a mio dire, è più fragile di una Rosa d'Atakama,
ma è anche vero che in nessun giardino di un qualsiasi fottuto Re, esiste un fiore che affronti la morte con così tanta bellezza...

Sogno ancora di morire come un Rosa D'Atakama in questo deserto che è come una prigione.
E se magari anche tu sogni questo, ricorda che una Rosa D'Atakama, vive poco, ma non fiorisce sola.

Tempo

Credo che il tempo reale, a differenza dell'unità di misura che ha inventato l'uomo, sia molto più soggettivo di ciò che si pensa.
Oggi percepisco un'ora come se fosse un'ascia
non un giorno,
non un mese
non un anno;
Un'ascia...
Il tempo di chi non sa ma che prova a immaginare è un ascia affilata che attende alla fine del suo sguardo.
Morirò non sapendo cosa sto cercando,
è troppo banale dire che cerco la libertà,
troppo banale per uno che ha visto solo prigioni;
la povertà è una prigione che il non sapere rende ancora più grande,
così grande da perdercisi,
così grande che puoi illuderti quasi di sentirti libero.
Mi chiedo spesso che cos'è la libertà;
Ed anche se qualcuno crede che stia nel fare ciò che si vuole,
io non credo che alla base della libertà ci sia un "faccio ciò che voglio",
credo più che altro, che nel cercare se stessi, la libertà sia in quel bivio con su scritto: "faccio ciò che è giusto".
Ma la giustizia è come il tempo
la giustizia è puramente soggettiva,
ed allora torno al primo punto;
torno al giorno che sembra un'ascia,
un'ascia che alla fine del mio sguardo,
pregando un Dio che non conosco,
Cade sulle mie catene.

Mi presento?

Il povero alle volte non vede poiché ignoranza e disagio limitano la visuale,
mentre il ricco troppo spesso non guarda poiché non sente il bisogno di guadare…
Mi chiamo Eugenio e vorrei che mi guardaste
Mi chiamo Eugenio e sono un ex carcerato
Mi chiamo Eugenio e non ho mai imparato a correre
anche se poi camminando ho imparato che la speranza esiste.
(…)
Esiste perché qualcuno ci crede
Perché un qualcuno che correva s’è fermato ad aspettare uno zoppo.
Uno zoppo che in contrasto a ciò che vi ho detto, questa sera, corre!

Forse non esistono illuminati che non siano passati per le tenebre prima di capire la luce.
Credo che le occasioni siano le fondamenta di una casa dove il dolore accende una scintilla che propaga in luce. Eppure continuiamo a nascondere il dolore, a posare su di esso sgradevoli etichette, continuiamo ad essere empatici solo con chi, bene o male, è fatto o mangia la stessa pasta.
Così facendo ci troviamo in un cerchio,
senza dubbio opulento,
un cerchio dal grande stomaco, che però, ahimè, ha pochi occhi.
Vorrei essere lì e guardarvi,
mostrarvi gli occhi dolci di un cane arrabbiato
vorrei gridare con la voce che ho acquisito, che la speranza è un’arma scarica solo se è nella mano di chi non mira verso il bisognoso.
Ed è vero, forse alle volte un bisognoso potrà sembrare un cane arrabbiato proprio come me,
un cane arrabbiato che senza più un senso per ringhiare fa i conti con il nulla.
Eppure credo che nel nulla con un velo di speranza, probabilmente si può imparare il tutto.
Se un giorno qualcuno mi chiederà qual era il senso si questa vita, risponderò che il senso della mia vita era riscattare il mio cuore;
riscattare il cuore per guardare
per amare
per convincere me stesso che oltre il fosso vive il mare (…)
Il carcere è un fosso molto spesso scaturito da altre fosse.
Non nascondiamo più povertà e disagio in esso, combattiamola!
Forse farà male
non sarà facile
ma qualcuno disse: “ Che nella via del dolore che c’è nascosto l’amore.”
E questa via del dolore che senza coscienza porta solo ad ulteriore decadimento,
forse ora,
che la luce
per essere davvero luce
porti un raggio nelle tenebre.

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