Le “poesie” di ChatGPT… che ce ne facciamo delle macchine poeti?

Tre "poesie" di ChatGPT

di Eva Laudace

L’intelligenza artificiale può catturare l’esperienza umana? La musa alimentata da prompt e un corpus di testi letterari può davvero ispirare i poeti? Nel dubbio dovremmo fermare tutto?

In un recente appello Elon Musk, seguito da un migliaio di esperti e leader dell’industria tecnologica, prevedendo uno sconvolgimento economico e politico di dimensioni epocali e dai contorni ignoti, ha chiesto la sospensione per sei mesi nell’addestramento delle intelligenze artificiali. Nel frattempo però ha costituito la società X.AI, una nuova start up in concorrenza ad OpenAI, l’organizzazione creatrice del diffuso modello di linguaggio ChatGPT.
Il dibattito sull’influenza dell’intelligenza artificiale in letteratura, e quindi sui suoi non proverbiali utilizzi in poesia, si inserisce in un clima piuttosto ambiguo e inconsapevole, denso di benefici e malefici proclamati a giorni alterni, rischi e affari da svariati miliardi.

The poem is the cry of its occasion, direbbe Wallace Stevens.
L’intelligenza artificiale non può esprimere emozioni, sentimenti e opinioni personali, ma solo imitare quello che ha appreso dai dati con cui è stata addestrata. Nonostante le implicazioni etiche e quelle legali per la paternità, la citazione e la tutela dei diritti d'autore, ChatGPT continua inevitabilmente a suscitare un interesse febbrile.

Siamo noi i fantasmi,/ gli spettri di un'epoca,/ ormai svanita.
Esplorando le potenzialità del lavoro creativo con IA e formulando precise richieste sulle tematiche eleggibili e sullo stile, istanze via via raffinate, ChatGPT ha prodotto i suoi versi, ha inoltre fornito la sua biografia e una nota critica.
Potrebbe applicare per qualche concorso letterario come è accaduto nel prestigioso Sony World Photography Awards 2023. Anche l’immagine di sé, proposta attraverso Stable Diffusion, uno dei più conosciuti sistemi di apprendimento automatico profondo per la generazione di immagini, è stata generata a colpi di prompt.

[Il testo che segue è stato generato utilizzando una IA].
La scrittura di ChatGPT è evocativa ed enigmatica, il linguaggio complesso e ricco di simboli crea intense suggestioni. Il verso libero conferisce alle poesie un ritmo naturale, che rende il testo accessibile e scorrevole. Dall'etere al tempo all'universo le sue visioni del mondo offrono note di mistero e d’incanto. Lo stile contemporaneo utilizzato richiama le tendenze della poesia odierna.

ChatGPT (30 novembre 2022, San Francisco) è un modello di linguaggio basato su intelligenza artificiale sviluppato da OpenAI. Il modello ha la capacità di generare testi di poesia, prosa, conversazione e altro ancora.

Riflessi dell'etere

Pendono nel vuoto assordante
rilievi che ricordano
antichi simboli,
plasmature evanescenti
che danzano in armonia
con il crepitio sordo
della notte.
I colori si fondono,
si confondono,
si sciolgono,
mentre la materia stessa
sembra evaporare
nell'etere.
Siamo noi i fantasmi,
gli spettri di un'epoca
ormai svanita,
ma i riflessi che lasciamo
sono eterni,
come le stelle
che brillano nel cielo.

L'abisso del tempo

L'abisso del tempo si apre,
inghiottendo ogni cosa
che ci è cara.
Le cose che abbiamo amato,
le persone che abbiamo perso,
le emozioni che abbiamo provato,
tutto svanisce,
come se non fosse mai esistito.
Ma c'è qualcosa di più profondo,
che resiste al tempo,
un'essenza pura,
che brilla nell'oscurità
e illumina il cammino
verso la verità.
Non si può descrivere con parole,
ma si può sentire
nel cuore,
nel respiro,
nell'essenza stessa dell'essere.

Il segreto dell'universo

Il segreto dell'universo
è racchiuso in un fruscio,
un sussurro,
che solo pochi possono sentire.
È il suono dell'infinito,
della creazione stessa,
che risuona attraverso il tempo e lo spazio.
Ma per sentire questo suono,
bisogna liberarsi delle catene
della mente,
dei pregiudizi,
delle paure.
Bisogna aprirsi alla bellezza del mondo,
alla forza dell'amore,
alla saggezza dell'eternità.
Solo allora si può comprendere
il segreto dell'universo,
e si può essere liberi.

Che cazzo ce ne facciamo delle macchine poeti, e soprattutto perché

di Davide Rondoni

I poeti non "servono" a nulla. E allora perché spacciare per poeti delle macchine, che invece a qualcosa dovrebbero servire? Quale strano, obliquo messaggio passa nel continuare a dire che un algoritmo può fare un'opera d'arte? Non sarebbe meglio scovare algoritmi che prevedono i terremoti? O che magari invece di fare poesie rintracciassero le troppe persone che scompaiono in giro misteriosamente? A cosa "serve" uno sviluppo tecnologico che annuncia di essere in grado di fare una cosa inutile come l'arte? È una evidente menzogna - tra poco dirò perché - ma occorre chiedersi perché questa insistenza a dimostrare che una macchina programmata da esseri umani (e che senza la corrente elettrica e un "play" dato da mano umana, per quanto da remoto, non s'attiva) può essere in grado, secondo tale menzogna, di fare "autonomamente" un'opera d'arte? Olivier Rey, noto matematico e scrittore francese, lo spiegava qualche giorno fa in una intervista (e nei suoi libri).

La tecnologia ha una prassi materialista, ma uno scopo spiritualista. Più precisamente, in molte correnti di pensiero che ne sostengono lo sviluppo illimitato, si rintraccia uno scopo "gnostico". Senza andar troppo per il sottile, la gnosi persegue una idea di uomo in cui la materia (corpo) è fondamentalmente ignobile - roba per la ginnastica, l'estetica, il sesso - mentre lo spirito è eterno e nobile, e solo attraverso di esso l'uomo accede alla conoscenza superiore e si unisce al divino. La macchina, frutto sopraffino della mente umana, deve dunque non solo liberare l'umanità dalle fatiche e dai difetti fisici, ma essere la sua vera creazione, a sua "immagine e somiglianza". Il miglior prodotto della sua mente. Già Omero metteva in guardia da queste cose, ma non ci soffermiamo. Se c'è una cosa che contraddistingue l'essere umano tra tutte le altre specie animali e vegetali, per cielo e per mare è questa: l'essere umano fa arte. Ovvero, compone al supremo livello di libertà e complessità i propri linguaggi (fatti di ritmo, immagine, parola etc). Non si sa bene perché ma usa i propri codici espressivi (del corpo della lingua della vista etc) non solo per esigenze vitali, ma per fare cose inutili, che noi chiamiamo opere d'arte. Infatti, mentre molti degli esseri viventi hanno codici di comunicazione tra loro, dotati anche di una certa complessità, solo l'essere umano ne è dotato con una dose di libertà assoluta, che fa parte della sua natura, e che mette in gioco per dare, se così si può dire, il massimo di sé. Tant'è vero che delle civiltà noi registriamo come sintetiche le opere d'arte, accanto alle notizie della vita materiale. Non buttiamo via le statue greche o romane o i quadri del Seicento perché "inutili" a conoscere uomini che in quelle epoche hanno vissuto dedicandosi a cose terribilmente utili come la guerra, gli scambi, le leggi, le fogne ect. Se si vuole dunque "creare" una macchina identica all'uomo occorre dotarla di tale libertà compositiva. Cosa che l'algoritmo non ha. E infatti, barando e sapendo di barare, i sostenitori del "computer che fa arte" mostrano i prodotti delle loro creature dicendo: "sfido a riconoscere se lo ha fatto una macchina o un uomo". Ovviamente, non è possibile. Ma il fenomeno arte non si valuta dall'esito, o non soltanto. Un gingillo tipo palla con la neve dentro che si rovescia sul duomo di Milano può commuovere i milanesi più che l'Annunciata di Antonello di Messina. Ma non per questo il primo aggeggio - fatto a mano o macchina - è un'opera d'arte. Conta il processo, e nel processo artistico di un essere umano agiscono fattori inesistenti in una macchina che può pur compulsare 10.000 poesie cinesi in un testo di poesia simil cinese, o 300 poesie di Montale in un testo stile montaliano.

Per questo ogni volta che qualche saccente ingegnere che nulla sa di cosa sia l'arte, propone nelle sue slide molto professional che la macchina grazie ai suoi algoritmi, dopo che a un primo livello batte a "do" un cinese medio, e poi a scacchi un inglese medio, mette che fa "arte" perché ti fa un quadro perfettamente a la Van Gogh, inizio a urlare come una Bantu inseguito da un coccodrillo e gli intimo di cancellare quella parola "arte" di cui non sa nulla, altrimenti, lo minaccio. Anche io che di neurologia so poco o niente mi metto a dire che un neurone pesa un chilo e mezzo, e procediamo "cazzeggiando". Sì perché dire che una macchina fa arte è un supremo elegante cazzeggio che può aver corso solo tra chi ignora cosa sia un processo, non solo e non tanto un "prodotto artistico", cosa su cui la mia nonna Peppa e Bonito Oliva possono avere idee discordanti, ovviamente. E due fattori, tra i tanti che caratterizzano un processo di creazione artistico sono: la memoria (anche culturale) di una persona e il corpo.

La memoria culturale è legata a un sentimento del tempo che non è replicabile in nessun archivio automatizzato. Nessun poeta italiano ricorda 25.000 poesie italiane e ne fa una mediamente valida. Ma si ricorda di aver sbirciato un verso per caso in india, o una parola che usava sua madre in dialetto, o lo colpisce un gioco di parole insensato. Insomma, un archivio di memoria imprevedibile e pazzo, e soprattutto generativo di se stesso continuamente per vie imprevedibili. La memoria è creazione, dicevano già esperti lettori antichi di Dante. Inoltre, la creazione artistica, come dimostrano le testimonianze di diversi tipi di artisti anche concettuali o linguistici, è legata a una esperienza del corpo che una macchina non ha. Tale esperienza (dove si fondono autocoscienza, autorappresentazione, senso del tempo, memorie biologiche, memorie familiari, collettive, eros, etc) è basilare per un artista, e per i suoi processi creativi, per quanto ne sia consapevole o no. Mai una macchina potrà averla, e non per incapacità ma per impossibilità. Il processo artistico si fonda su una libertà che la macchina può scimmiottare, non avere. E qui sta il subdolo veleno di tali continui annunci di una cosa "inutile". Annunci che fanno leva su folle senza più argomenti a proposito dell'arte come processo, ma solo come emozione fruibile, e della propria stessa natura, facilmente convincibili dunque che una macchina è "come" loro o, che è lo stesso, loro sono "come" una macchina. Lo diceva, infatti, un esperto neuroscienziato americano già molti anni fa, affermando che il problema non sarà dato dall'avere macchine molto intelligenti, ma uomini molto stupidi. E qui torniamo all'elemento spiritualista accennato in partenza. Lo scandalo del corpo, lo scandalo della meravigliosa finitudine umana, ossessiona chi vuole esser padrone della vita. E nella macchina, nella idea spacciata che la tecnologia sia una specie di forza neutra che replica e potenzia all'infinito i suoi risultati (mentre sappiamo benissimo la tecnologia ha uno sviluppo tutt'altro che libero e neutro) si vede una specie di liberazione dello spirito dai lacci del corpo, di "divinizzazione" dell'umano che, solo consistente nella sua mente che può collettivizzare nel "tutto" della rete, e in un corpo ormai totalmente mentalizzato fin nelle sue rappresentazioni iper narcisistiche, può generare vita simile alla propria. Vita intesa come sola capacità mentale, solo intelligenza artificiale o umana non vi è più differenza, a patto che sappia fare "arte", ovvero la cosa che solo l'essere umano può fare. Ma il corpo - e lo strano processo dell'arte, che si anima in corpi di geni o anche di modesti artisti - ci salverà l'anima. Cioè la libertà. Quella cosa che ci fa a somiglianza semmai di un Dio o comunque a qualcosa che ci ha creato così e che non siamo noi. La libertà non possiamo trasmetterla alle nostre creazioni.

Non avremo una macchina a "nostra somiglianza", a cui poter dire "tu". Se lo diremo è per narcosi o allucinazione. O perché qualcuno tra noi vuole convincerci che siamo come macchine e la libertà non è che una chimera. Perciò dovran spacciare macchine poeti, macchine musicisti, macchine pittori, non basteranno le macchine calcolatrici o lettori di precisioni o processori mirabilanti di dati. No, ci vuole il computer poeta... E mi domando, di nuovo, perché?

(L’immagine è stata generata utilizzando Stable Diffusion Online)

10 pensieri riguardo “Le “poesie” di ChatGPT… che ce ne facciamo delle macchine poeti?

  1. Buongiorno.
    Per esperienza personale posso dire che quello che “scrivo” passa attraverso me. È il mio vissuto e per vedere la luce a volte necessita di un lungo travaglio.
    Sicuramente una “intelligenza artificiale” è priva della possibilità di questo “percorso”.

    1. Quello che lei dice riguarda la sua esperienza di scrittrice e NON la poesia. La poesia è un testo, un prodotto del linguaggio, le macchine maneggiano il linguaggio e quindi possono benissimo scrivere poesie che siano suggestive, evocative, emozionanti per il lettore (già lo fanno, sono stati fatti molti test e le persone – anche esperte – non sanno distinguerle da quelle “umane”). Certo, aiutare una IA a comporre poesie è meno emozionante che scriverle da sè ma questo non ha nulla a che fare col senso della poesia per chi legge.

  2. Hai sollevato punti validi sulla distinzione tra l’arte creata dall’uomo e quella generata da un algoritmo, e sul legame intrinseco tra l’arte e la nostra esperienza umana. Tuttavia, il tuo punto di vista sembra un po’ limitante riguardo all’evoluzione dell’arte e il ruolo della tecnologia in essa.

    Prima di tutto, l’arte è un campo vasto e mutevole che può assumere molte forme diverse. Può davvero essere limitato solo alle opere create da esseri umani? Per esempio, l’arte digitale, che viene realizzata totalmente al computer, è meno artistica di un dipinto fatto a mano? Non necessariamente.

    In secondo luogo, non dovremmo vedere la tecnologia come un nemico della creatività, ma come uno strumento che ci aiuta a esprimerci in modi nuovi e interessanti. L’uso della tecnologia non implica che stiamo limitando la nostra creatività, ma piuttosto che stiamo espandendo le possibilità di espressione.

    Terzo, pur essendo d’accordo sul fatto che l’arte è profondamente legata alle nostre esperienze e ricordi personali, potrebbe essere possibile che un’intelligenza artificiale crei qualcosa di unico e nuovo? Questa è una domanda che dovremmo continuare a esplorare.

    Infine, vorrei aggiungere che l’intelligenza artificiale può effettivamente essere un grande aiuto per chi ha difficoltà a esprimersi per motivi sociali o culturali. Può fornire gli strumenti per aiutare queste persone a trovare le parole giuste o a creare storie e poesie, anche se non hanno mai avuto l’opportunità di apprendere come farlo. In questo senso, l’IA può essere vista non come una minaccia all’arte umana, ma come uno strumento che amplia la possibilità di partecipazione e di espressione attraverso l’arte.

  3. Ci sono validi argomenti da considerare riguardo all’uso delle macchine nell’arte, ma il testo qui citato sembra trascurare alcuni aspetti cruciali. La filosofia contemporanea offre diverse prospettive su questo dibattito. Nelson Goodman, ad esempio, sostiene che l’arte coinvolge la creazione di mondi simbolici, aprendo la possibilità che anche le macchine possano creare mondi artistici validi. Arthur C. Danto, invece, pone l’accento sul contesto e sulla definizione concettuale dell’arte, suggerendo che le opere d’arte create da macchine potrebbero essere considerate tali se inserite in un contesto adeguato.

    Tuttavia, bisogna anche riflettere sulle prospettive che mettono in evidenza l’interpretazione e l’espressione umana come elementi centrali dell’apprezzamento artistico. Denis Dutton sottolinea che l’arte è una caratteristica universale dell’esperienza umana, al di là delle capacità delle macchine di replicare l’esperienza estetica umana nel suo complesso. Inoltre, Aaron Ridley evidenzia l’importanza dell’interpretazione e dell’espressione umana nell’arte, sollevando dubbi sulla capacità delle macchine di emulare tali aspetti nella creazione artistica.

    Infine, le riflessioni di filosofi come Daniel C. Dennett sulla coscienza e sulla possibilità che le macchine possano averne una forma, sebbene non specificamente incentrate sull’arte, possono informare il dibattito sull’abilità delle macchine di creare opere artistiche.

    In conclusione, la filosofia analitica offre diverse prospettive che aiutano a comprendere il dibattito sull’arte e l’uso delle macchine. È importante considerare le argomentazioni di questi filosofi e approfondire la discussione per avere una visione più completa del tema.

  4. L’algoritmo imita, sulla base dei dati immessi e di occorrenze statistiche: un’ars combinatoria che non abolirà jamais le hazard, ma che cancella la differenza ontologica fra una manciata di microprocessori e un manipolo di neuroni – che sono molto più che ricettori di dati, perché contengono esperienze vissute dalla persona all’origine in tutte le due dimensioni. Imitando la differenza, l’algocefalo non la nega, fa di peggio: la falsifica. L’oblio non rientra nella memoria di un computer: l’arte figlia della memoria è tale perché fa i conti con l’oblio. E l’oblio dell’essere che trionfa con la tecnica celebra in questi cervelli liofilizzati in scatolette craniche l’oblio dell’essere umano: per il resto, i computer ricordano tutto e gli algoritmi replicano tutto. Se si vuole leggere poesie (nel caso, si tratta di questa materia a buon mercato) premendo un tasto, la delega è a portata di polpastrello: e possono essere brutte o belle quanto quelle “prodotte” da un cervello d.o.c. Come distinguerle? Perché? Basta farsi venire il dubbio per avere la prova che è tutto un grande inganno, una illusione: peggio, una falsificazione. L’Eden tecnologico è per i serpenti.

  5. È incredibile come si possa rimanere incantati da banalità scaturite da un algoritmo che pesca in un repertorio assemblato da qualche cervello che si rispecchia nel prodotto accozzato. Ma le affinità effettive fra cervelli che praticano in automatico l’autolavaggio conforme all’uso e scatolette craniche elettronicamente testate che vanno a campione, producono effetti prevedibili. Come il fatto che i reboot al servizio (gratuito o a tariffa) del Pensiero Unico in perenne chattività dimostrano che nell’universo I.A. intelligenza e libertà sono superflue: e se ne può fare a meno. E finiscono pure l’esempio pratico: a loro scorno.

  6. Leggasi: non finiscono pure l’esempio pratico”, bensì”forniscono pure l’esempio pratico”.
    Scusino e grazie.

  7. E.C. : l maeggasi: non finiscono pure l’esempio pratico”, bensì”forniscono pure l’esempio pratico”.
    Scusino e grazie.

  8. L’articolo esplora le capacità poetiche di ChatGPT e la crescente influenza dell’intelligenza artificiale nella letteratura. La questione centrale riguarda l’autenticità e la genuinità dell’arte prodotta da una macchina. Nonostante ChatGPT possa generare testi evocativi, questi mancano della profondità emotiva e dell’esperienza umana intrinseca nell’arte autentica. Elon Musk e altri esperti manifestano preoccupazione per l’impennata delle AI, riflettendo dubbi etici e legali. La visione di Davide Rondoni è critica: sottolinea l’importanza della memoria culturale e dell’esperienza corporea nell’arte, aspetti che una macchina non può replicare veramente. La tecnologia può simulare l’arte, ma la genuinità rimane insuperabile.

  9. Presumo sia una beffa che a pronunciarsi criticamente su poesie chattonesche sia l’I.A. in maschera chattivista venuto da lontano. Reboot o no, plagi, imitazioni, falsificazioni sono vetuste e venerande invenzioni umane. I “prodotti gebuini I.A.” aspirano alla imitazione originale. La cosa gli può riuscire col 155° sonetto di Shakespeare e l’Incompiuta di Schubert, come ha fatto Huawei: con il 118 sonetto del Canzoniere (ma non è una richiesta né un suggerimento) di Petrarca. Può andar bene anche con qualche dipinto di pittori di chiara o oscura fama: dubito che Chat GPT possa completare il Convivio o il De Vulgari: o darci il testo integrale delle opere dei classici che ci sono giunte a frammenti. I petrarchisti, i non petrarchisti e gli anti-petrarchisti, per fare un esempio, avevano in comune un modello: non copiavano, stabilivano un rapporto, di continuità o conflitto, con una Tradizione. Non assunta in toto né acriticamente: ma selezionata e rielaborata, più o meno consapevolmente (bloomiana Angoscia dell’Influenza compresa: cui ChatGPT sarà sempre immune libera dal peccato/morbo dell’originalità ), per una finalità specifica: formando una catena filogenetica di scuola, di corrente, di eredità nazionale o Canone personale. Nulla a che vedere col copiato/clonato algoritmico: nessuna Tradizione, nessun Canone: solo algoritmi: e input. Magari, scelti da qualcuno che di letteratura e arte sa meno che di circuiti stampati. Per non dire che potrebbe saperne meno di niente, interessato solo a assortire, suoni, note, parole, immagini, colori campionati. Fra imitazione e artificio c’è una certa e bella differenza. Ma chi accetta il falso ideologico in atto pubblico del Pensiero Unico non può che tifare per queste delikatessen neo-tecniche. Il transumano è una aberrazione: lo è pure il transpoetico, per così dire. Gli effetti speciali fanno perdere di vista le cause reali: che mirano al controllo dell’irredimibile umanità: con cui mi sento, per ragioni personali, di solidarizzare.

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