Poesie di Alessandro Moscè

Alessandro Moscè, La vestaglia del padre, Aragno 2019

Questa raccolta poetica nasce specialmente da un fatto cruciale: la morte di un genitore e la conseguente ricaduta sull’esistenza del figlio, che rivede, come in un film muto, gli episodi salienti del padre specie durante la sua permanenza a Roma, da giovane, per motivi di lavoro. La rara intensità ed emozionalità unisce i due non solo nel legame di sangue, ma anche, soprattutto, nel ricordo e nella passione comune per la Lazio, la squadra di calcio che rappresenta una vicinanza ideale che non avrà fine, il punto d’incontro tra passato e futuro che si muove nelle maglie bianco-celesti della squadra durante le partite domenicali. E inoltre le vicissitudini e l’eco della quotidianità, il mito dell’infanzia e dell’adolescenza (altro punto forte, da sempre, della poetica di Alessandro Moscè), l’appartenenza ad un luogo identitario, l’incontro con i malati psichici di un ex manicomio. Una poesia lirica e melodica, la migliore espressione in versi di un autore molto versatile che nelle pieghe dei sentimenti sa essere un raccontatore originale come pochi altri della sua generazione.

È dentro la scelta dei temi, oltre che dalla sapienza dei versi, che Moscè si muove meglio. E mi permette di mettere nel mio cassetto privato questi fogli. Mi regala un letterario che negli ultimi anni non riesco quasi più a trovare. Questi temi dolorosi, uniti alla bellezza delle immagini, di qualcuno che sa guardare con la parola (e questo ci accomuna, certo) sono i miei temi, sono i temi di tutti, sono la scrittura quando prende un senso, sono il moderno e l’antico che coesistono, che rimbalzano che si rincorrono. Con questo filo conduttore dove è il ricordo, la famiglia a tenere questo suo presente, perché è così che si deve fare, così che si deve scrivere. E poetare, se il verbo mi è consentito.

 

Roberto Cotroneo (dalla prefazione)

Padre e figlio, la domenica
Papà, quel passo oltre la soglia del reparto
strappato al tuo respiro, l’ultimo, il più lungo
per una vigilanza tra noi
che non ci guardiamo più
nello spazio sciolto
di occhi alla finestra rigata,
di pigiami ora ripiegati nei cassetti
e di ciabatte custodite nella scatola.

Le tue mani magre e unite
mi indicano un segno invisibile,
la tua bocca un muto linguaggio
per noi che ci siamo stretti il petto solo dentro gli ospedali,
io da piccolo, tu da anziano,
amati davanti ad un televisore
nel prato verde di palloni spioventi
e di ingressi bianco-celesti in area di rigore,
di padre in figlio, domenica dopo domenica.

I cuori non inceneriscono
come le ossa dei defunti,
rimangono nei sorrisi apparecchiati
prima della colazione e dopo pranzo, sui divani,
sulle molliche dei biscotti posate in ordine sparso
da sabato scorso, nel taglio tra la luce e l’ombra,
nella fiamma del ricordo in un punto cieco

La giacca a quadretti mi sembra indifesa
e la prendo in mano con uno slancio imperioso,
la indosso per assomigliarti
nel cammino da vivo aprendo porte su porte
da una stanza al garage, alla cantina,
stringendo il tempo smisurato
dei polsi e delle tasche.
Mi hai raccontato di Roma
dove si può perdere e ritrovare la meridiana
nella metropoli che non ti lascia mai solo
sotto il fluire di chi esce dal colonnato del Bernini.
Andrò a visitare il Palatino con questa giacca
e ti mirerò nell’ombra dei siti archeologici
come un uomo distinto degli anni Sessanta
con la sigaretta Stuyvesant in bocca,
ma non mi farò vedere da te nel miele del sole
a primavera, nell’aria già calda

Conta le pecore il ragazzino biondo
dentro al tunnel della risonanza,
spaventato dal rumore del macchinario
e dai dubbi che lo assalgono alla gola.
Piange ma resta zitto, minuto dopo minuto
e zooma i goal di Cristiano Ronaldo,
la maglia a strisce della Juventus,
l’esultanza del pubblico allo stadio.
Chi muore perde la felicità,
chi resta corre sui fuoristrada
e si abbronza sugli scogli di Senigallia
dove l’acqua marina è più verde
e le vele tagliano l’aria agostana
incrociando le barche a motore,
le adolescenti in topless con le guance rosse

Non morire ad ogni ora
che te ne vai, ragazza che scendi dal treno
e che non rivedrò mai più.
Non è niente questo procedere
della folla davanti al negozio di abbigliamento,
di donne che fanno shopping
e comprano l’intimo e gli orecchini,
di uomini che cercano un luogo da vivere,
il parcheggio, il taxi, i servizi igienici, gli oggetti smarriti.
Non morire più ragazza che attendi le promozioni
e un amore con la vip card,
di spogliarti in un hotel a cinque stelle
dove respirare il giardino con i terrazzamenti
per smettere di piangere
con il fuoco nel petto

Alessandro Moscè è nato ad Ancona nel 1969 e vive a Fabriano. Si occupa di letteratura italiana. Ha pubblicato le raccolte poetiche L’odore dei vicoli (I Quaderni del Battello Ebbro 2004), Stanze all’aperto (Moretti & Vitali 2008, finalista al Premio Metauro), Hotel della notte (Aragno 2013, Premio San Tommaso D’Aquino), la plaquette in e-book Finché l’alba non rischiara le ringhiere (Laboratori Poesia 2017) e La vestaglia del padre (Aragno 2019). È presente in varie antologie e riviste italiane e straniere. I suoi libri di poesia sono tradotti in Francia, Spagna, Romania, Venezuela, Stati Uniti, Argentina e Messico. Ha pubblicato il saggio narrato Il viaggiatore residente (Cattedrale 2009) e i romanzi Il talento della malattia (Avagliano 2012), L’età bianca (Avagliano 2016, finalista al Premio Onor d’Agobbio), Gli ultimi giorni di Anita Ekberg (Melville 2018, finalista al Premio Flaiano). Ha dato alle stampe l’antologia di poeti italiani contemporanei Lirici e visionari (Il lavoro editoriale 2003); i libri di saggi critici Luoghi del Novecento (Marsilio 2004), Tra due secoli (Neftasia 2007), Galleria del millennio (Raffaelli 2016) e l’antologia di poeti italiani del secondo Novecento, tradotta negli Stati Uniti, The new italian poetry (Gradiva 2006). Si occupa di critica letteraria su vari giornali, tra cui il quotidiano “Il Foglio”. Ha ideato il periodico di arte e letteratura “Prospettiva” e dirige il Premio Nazionale di Narrativa e Poesia “Città di Fabriano”. Il suo sito personale è www.alessandromosce.com.

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