Poesia come stordimento. Cagni per Condorelli

Appunti per una lettura di Nzuppilu nzuppilu di Giuseppe Condorelli (Le farfalle, 2016)

 Gesualdo Bufalino, nella sua «collezione di relitti, nebbie e suoni di campane sottomarine» che è Museo d’ombre (Sellerio, 1982), ha scritto del dialetto siciliano come di una lingua paradossale, «incontro di contrari». Se in questo libretto del maestro di Comiso risuonano, inevitabili, accenti nostalgici e logori rivolti a un mondo e a una lingua ormai perduti, nella raccolta Nzuppilu nzuppilu di Giuseppe Condorelli (Le farfalle, 2016) avviene un meraviglioso – e, soprattutto, presente – accordo di suono e significato. Lo straniamento del dialetto diventa eco e amplificazione di una assenza-presenza reale, di una leopardiana “mancanza dominante”, perennemente presente agli occhi del poeta. Forma e significato sono dominati dalla medesima natura paradossale: una lingua presente nella voce del poeta eppure immemorabile nella sua origine si fa carico di un senso di mancanza che riempie gli occhi.

Le poesie di Condorelli stordiscono il lettore, innanzitutto per l’inusitato accumulo testuale della raccolta: ogni poesia è presente in tre versioni (innanzitutto l’“originale” in dialetto, poi la “traduzione tecnica” in italiano e infine la traduzione inglese a fronte). Eppure, paradossalmente, l’imponente carico testuale no è in grado nemmeno di distogliere da quell’assenza che il poeta affronta a ogni passo, e riconosce presente e intatta alla sua esperienza.

Ogni verso di questa raccolta tende a un culmine di senso e forma: «a ucca  china di scuru / u ruppu di l’occhi», dove la parola “ruppu”, prima ancora di essere decodificata in italiano dal lettore non siciliano, contiene dentro di sé (e dice meglio di qualsiasi successiva spiegazione) la condizione di questi occhi. È solo un esempio di ciò che il lettore può incontrare a ogni verso, imparando a riconoscere una concentrazione stilistica che sempre più sembra essere una cifra caratteristica di certa poesia siciliana contemporanea e che, in Nzuppilu nzuppilu, conosce poche cadute.

La cruda onestà di questi testi è a tratti difficile da sostenere («dicevunu: ora scattii», ora impazzisci), difficile e ruvido è lo sguardo del poeta, che non fa sconti alla sua carne «‘ntagghiata / n’ta luci». Intagliata nella luce e per questo letteralmente inarrestabile di fronte allo «sgrusciu do scuru», al rumore del buio che non allenta la presa.

U munnu era

misu di cantu.

Scunchiudeva.

Era u sdilliriu do tempu

ca mi tuppuliava

e u sgrusciu do scuru.

 

Chistu n’attocca.

Chiustu ama a vidiri.

 

Il mondo “scunchiude”, alla lettera: si sconfonde, non trova una conclusione un fine. Fino a quando non emerge, da dentro questa buia e dolorosa sconclusione, il profilo di una figura altrettanto concreta e reale, che possa dare compimento a quella promessa di luce «intagliata nella carne». Nel dialetto, ancora per Bufalino, «anche il minimo evento della vita di relazione […] s’inietta di sangue, attinge energiche carnalità, diviene lietamente fescennino e mitologia». L’esperienza minima e apparentemente insignificante tocca, in questa poesia “dialettale”, il senso, l’ordinario è riconosciuto nella sua reale profondità e diventa visione: la madre sulla soglia della casa fa segno di entrare. Solo a questo segno il poeta ha potuto iniziare: il suo passo, nella sicura esclamazione di chi lo ha generato («Séchita!»), ha conosciuto una promessa di compimento. La stessa promessa ritorna in chiusura di libro, con altri lineamenti, con altre parole.

 

Lassili chiusi

‘nte casciola

i me paroli

su non t’ana cuntari

cchiù nenti.

Scoddatilli

quannu su

arriciatati.

Iettili luntanu

se non sevvunu

a diriti,

abbiili

‘nte sbalinchi funni

su si scoddunu

di tia.

Ne ‘rruscediri cchiù

quanno sbagghiunu

i to capiddi

a to ucca.

Strazzili

su non leggiunu

u to sapuri.

 

Su non c’a fanu

cchiù a diriti

ca

ancora

sugnu

do to.

 

Si è delineato a poco a poco, un “tu” a cui il poeta appartiene. É questo “tu” la sola cosa che valga la pena accogliere nelle proprie parole, è l’unica possibilità che le poesie di Nzuppilu nzuppilu (e forse tutte le poesie) non siano «stracci» ma «frecce di sole».

Pietro Cagni

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