Poesia bulgara? Questa sconosciuta

Petali di Rose, Spine dei Balcani – Antologia della Poesia Bulgara, a cura di Leonardo Pampuri,

Associazione Bulgaria-Italia, Padova 2004, pp.360

di

Anita Piscazzi

Poesia bulgara? Questa sconosciuta… Era il 1963 quando Eugenio Montalecitando Missiroliattaccòil suo pezzo con un’affermazione poco felice: “Non si può essere grandi poeti bulgari”, cioè a dire che solo una poesia che ha mole di culturae solo, continua il poeta dei limoni, alcune opere delle lingue egemoniche, eventualmente la russa e la inglese” potranno sopravvivere. Per fortunaè la poesia stessa a smentire e a ricordarci che la sopravvivenza di una lingua minoritaria, quasi scomparsa, e l’identità di un popolo massacrato per troppi anni dai regimi autoritari e dalle dominazioni straniere, sirinnovano dalla coralità e dalla unicitàdelle lingue che suggono linfa dalla moltitudine dei dialetti e dalle etnie più irregolari.Pertanto, creano una letteraturaautentica fatta di parlate di pancia appartenenti non a una patria ma piuttosto a una matria. E sì, perché noi occidentali non vedenti siamo offuscati da una costellazione di letterature che “contano” come quella diFoster Wallace e compagni, per esempio, dando così, tacitamente ragione alla battuta montaliana.

Pur tuttavia, con l’aiuto di qualche traduttore di buona volontà e si sa, per essere bravi traduttori bisogna essere un po’ poeti, e di qualche editore temerario, scopriamo che anche la Bulgaria è terra dipoesia di tutto rispetto, apprezzabile da un pubblico internazionale ignaro della storia di quel popolo. Èil caso delvolume Petali di Rose, Spine dei Balcani – Antologia della Poesia Bulgara.Prima antologia bilingue pubblicata da 54 anni a questa partedall’Associazione Bulgaria-Italia, Padova 2004 a cura di Leonardo Pampuricheha tradotto poesie di sedici autori tra i più significativi con la presentazione di un illustre bulgaro di origine ebraica, MoniOvadia.

E dunque dalle spine di questa terra nascono petali di poesia e i bulgari hanno grandi poeti come l’aedo del Risorgimento e patriota HristoBotevdiventato hajdutin(bandito per la liberazione della patria) morto mentre si dava alla macchia per la libertà: “Non piangere, madre, non darti pena/se hajdutin son diventato,/ hajdutin, madre, ribelle,/e te, misera, in angoscia ho lasciata/ sul tuo primo figlio a lacrimar./Ma impreca, o madre, e maledici/ questo nero turco servaggio/ che noi giovani spinge,/ […] senza meta a vagar” o come Nikola Vapcarov, bardo della Bulgaria operaia e poeta della Resistenza, nei suoi versi risuona il metallo e il fuoco nudo e aspro di Majakovskij, suo maestro: “Poi questo grido s’è fatto metallo/che/la nostra vita ha blindato,/e se nel suo ingranaggio/provassi a piantare una sbarra/ne avresti il braccio troncato…/E tu, officina, t’affatichi/e in alto accumuli/fumo e fuliggine,/strato su strato”. Il vate della letteratura nazionale, Ivan Vazov cantò le lotte e i dolori della sua gente, epopea di dimenticati, creatori del Risorgimento durante la liberazione dal giogo ottomano: “Restin sulla fronte ancor l’infamia,/della sferza i lividi e del patire i segni;/il ricordo cocente dei dì dell’ignominia/[…]additino pure con risa di scherno/le catene infrante, e sul nostro collo/il marchio infamante della passata servitù;/e sia pure un dono questa nostra libertà!”. Emerge a ponte tra gli stari (vecchia generazione) e i mladi(nuova generazione), la voce insanguinata di PenchoSlavejkov. Come un inno alla gioia di un pettirosso che ai balli e ai canti popolari della sua terrapresta orecchio volteggiando al di sopra delle miserie terrene, comprese più di ogni altro l’atto di Michelangelo che scaglia il martello contro il suo Mosè gridandogli di andare oltre la materia per l’eternità del tempo: “un fascio di luce illuminò/di Mosè il sembiante corrucciato;/ […]Lentamente si chinò il sognante artefice,/il rilucente scalpello afferrò/ed il mazzuolo,/[…]così a lui cominciò a dir severamente:/”Figlio infelice di un tempo infausto! Qual demone avverso ha offuscato il tuo sguardo/sì che, vedente, nulla tu vedi a te dintorno?”.

Chi invece scivolò nella scure orfica della notte fino a scrivere:“…si fa buio/e nell’orrendo abisso io cado…” infestando per sempre la sua esistenza di visioni demoniache edecadenti fu il simbolista schivo e vagabondo P.K. Javorov: “Notte muta e oscurità infernale…/[…]Lo spirito è oppresso, intristito,/la mente vaga offuscata../Dacci, o Signore, una piccola stella,/e una voce, sia pure d’uccello notturno!”.Fa da controcanto, ElisavetaBagriana, anima estremamente sensibile e irrequieta,candidata al Nobel per il 1970, si squaderna in un mondo abitato da spiriti ribelli, da girovaghi e da slanci orgiastici. Abilecantadora di peccatrici, di monache e dell’esistenza senza freni,la potenza della sua lirica selvaggia ha sfiorato le più alte vette del fuoco sacro dell’amore: “Solo tu, fuoco ardente nel mio spirito, non ti estinguere,/solo tu, polla gorgogliante nel cuore, non ti fermare”, poetessa di non comuni doti, salvò il suo paese dalla nebulosa dell’oblío poetico: “Ma sento scorrere in me l’antico,/indomito, nomade sangue./Esso, iroso, mi desta nel sonno,/e al primo nostro peccato mi sospinge”.

Nasce durante la sosta di una carovana gitana all’ombra di un salice vicino al fiume Beli Vitche muore nel Danubio, UsìnKerim, poeta zingaro.Cantore visionarioplasma la sua lirica a suon di violino e di racconti immaginifici della nonna:“Nato son io tra le vecchie tende,/al vociar di gitani e gitane/che della luna al lume la favola/narran d’un bianco remoto paese”.Trovatore della miseria, delle credenze e delle leggende di quell’ombra di umanità viandante, il suo cantejondo stupisce per estrosità e freschezza tinto da un botto di sfumaturesognanti di chagalliana memoria: “L’ascoltan; ei canta; canta e racconta:/Lontan, per l’ampia steppa,/la carovana avanza; davanti, la scure in pugno,/ardito, impavido il giovinRedžep”. Del resto,le voci di questa terra così umile e addolorata non chiedono altro che essere ascoltatein poesia, come nella Prefazione al Vangeloscritta da San Cirillo che fa da apripistaall’antologia, quasi a ricordarci di tendere mente e cuore prima di entrare nelle ferite: “Voi che cercate la bellezza delle anime,/guardate, amate e rallegratevi,/e voi che volete respingere/i tanti peccati/[…]ascoltate con tutto il vostro senno/ascoltate, voi tutti, popolo degli slavi,/ascoltate il verbo, poiché esso viene da Dio;/ascoltate la parola che nutre le anime degli uomini,/la parola che rinfranca i cuori e le menti,/la parola che ci prepara alla conoscenza di Dio”.

 

 

A.P.

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