“Platero Y Yo”: non si esce indenni da questo gentile libro

di Asia Vaudo

Juan Ramón Jiménez, Platero y yo, Lamberto Fabbri - I quaderni del Circolo degli Artisti, 2019
Traduzioni di Davide Rondoni. Tavole di Roberto Pavoni.

La versione rondoniana del “Platero Y Yo” si presenta teneramente agli occhi del lettore.
E infatti si esordisce così: “Non si esce indenni da questo gentile libro”.

Juan Ramón Jiménez, Premio Nobel per la Letteratura nel 1956, è autore del “Platero Y Yo” (“Platero e io”), un dialogo dello stesso scrittore con il suo ciuchino Platero, compiutosi attraverso scenette di vita quotidiana che mettono a fuoco le più piccole cose della vita: tramonti, cortili, fiori che scoppiano di luce, borghi screpolati.
Come su una tela bianca, vengono dipinti tutti quei sentimenti talvolta trascurati nel fremito della vita di tutti i giorni, che accantona le semplicità del sentire e l’attenzione che ha l’anima nel darsi al genuino, al piccolo. Poco ci importa dei fiori (“Quanto è puro, Platero, questo fiore della strada! Questo fiore vivrà pochi giorni, Platero, anche se la sua memoria potrebbe essere eterna. Sarà il suo vivere come giorno della tua primavera, come una primavera della mia vita… cosa darei all’autunno, Platero, in cambio di questo fiore divino, perché sia, ogni giorno, l’esempio semplice e infinito del nostro fiorire?”) o dei passerotti che volano nel cielo (“Benedetti uccelli, senza festa comandata! Con la libera monotonia del nativo, del vero, nulla di più dicono loro le campane, se non una vaga felicità. Viaggiano senza soldi e senza valigie: si trasferiscono di casa quando vogliono; sentono un ruscello, avvertono una fronda, e hanno solo da aprire le ali per ottenere la felicità; non sanno di lunedì né di sabato; fanno il bagno in tutte le parti, e in ogni momento; amano l’amore senza nome, l’amata universale”) o dei colori delle stagioni o dei cieli (“Platero, Platero! Darei tutta la mia vita e vorrei che tu dessi la tua, per la purezza di questa alta notte di gennaio, sola, chiara, dura!”).

Jiménez si fa cantore della semplicità della vita e Rondoni, come discepolo, interprete, poeta, segue con fedeltà e devozione la sua scia. E le sue parole si bagnano di splendore e quasi abbagliano il lettore, che, dolcemente, ne resta quasi ferito; resta ferito dalla tenerezza disarmante che anima ogni passo, ogni capitolo, che gronda come miele e come sangue. Ci si punge di questa amorevolezza ed è per questo che “non si esce indenni”, e attraverso le pagine il lettore si sveste di sé e dei suoi occhi di adulto per indossare quelli di un bambino, e portarli almeno per un po’; o forse, quelli di un vecchio, forse, che vecchio e bambino son lo stesso, è la vita che va in cerchio e “con quale sicurezza la vecchiaia portano alla vita, penetrata dalla primavera, che fa sbocciare il cardo nella vibrante dolcezza del suo sole bollente!”
È allora un vero piacere tuffarsi nelle scene di una vita incontaminata, pura, fatta di fiori e alberi e pane; lasciarsi incantare dalla tartaruga greca che ha cent’anni, dalle tre vecchiette, della melagrana che è “il frutto che più mi fa pensare all’acqua che lo nutre. Scoppia di salute fresca e forte. Ce la mangiamo, dai?”
È con incondizionata meraviglia che si traccia il mondo di Platero, creaturina buona e quasi “stupida”, narrata tra la fiaba e la poesia, e con una leggerezza gentile che la governa e l’accompagna di continuo, fino alla fine, a balzi colorati tra la libertà che è fatta del canto degli uccelli e del raglio di Platero (“tra le lontane maledizioni dei piccoli violenti, fregava la sua testa pelosa contro il mio cuore, ringraziandomi fino a farmi male”) e l’anima di Moguer che è “fatta di pane” (correggendosi poi: “Ti ho detto che l’anima di Moguer è il pane. No. Moguer è come un tubo di vetro grezzo e chiaro, che attende tutto l’anno, sotto il tondo cielo blu, il suo vino d’oro”). Oscillazioni poetiche nutrite da un costante bisogno di stupore, ecco cos’è il “Platero”, intenerite dai piccoli squarci sulla quotidianità che nessuno vede, e di cui tutti si sorprendono. Ed è proprio lo stupore, la vera chiave del mondo; Jiménez e Rondoni ci raccontano la bellezza del mondo attraverso la genuinità del vedere e del sentire, in percezioni che sono primordiali e fanciullesche. In questo mondo di tenerezza, la voce dello scrittore e del suo interprete si ascolta attraverso i mormorii dell’infanzia, raccontati da chi conosce tutte le crepe del mondo, e sa che nelle crepe entra la luce, e magari anche una farfalla bianca e... “Platero, guarda quanto vola! Che gioia deve essere per lei volare così! Sarà come per me, vero poeta, la gioia del verso. Tutta va nella sua fuga, da se stessa alla sua anima, e si direbbe nient’altro gli importi del mondo, dico, come nel giardino. Stai zitto, Platero… Guardala. Che piacere vederla volare così, pura e senza peso!”.

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