Un’antologia “planetaria”

di Davide Rondoni

Planetaria, 27 poeti nati dal 1985, Taut, 2020

Un'antologia che, tra le tante che si affollano sulla poesia, ha attratto la mia attenzione è questa curata da Massimo Dagnino e Alberto Pellegatta.
Mi è parso negli intenti un lavoro serio e, per così dire, giustamente presuntuoso. Intendo che una antologia che si presenta con un titolo del genere, potrebbe indurre a visioni megalomani. Un planetario della poesia? In realtà si tratta di un interessante zig-zag tra voci italiane (molte da me già conosciute e in parte apprezzate) e voci straniere alcune delle quali nuove e interessanti.
Ma una antologia che non voglia esser di "scoperta" (e questa lo vuole essere solo in parte) la si valuta sulla proposta culturale e sulla coerenza dell'insieme rispetto alle intenzioni prospettate. E questa, va detto, le promesse le mantiene, merito dei curatori. I quali pur dichiarando un handicap (l'aver assunto un criterio cronologico biografico invece che editoriale) provano a dare un quadro che esca da un discorso critico bloccato nelle mere evidenze personali o nella registrazione dei fenomeni, che esca insomma dal senso del già successo, da quella sorta di "palude terminale" che sulla scorta di Scalise e Baudrillard i curatori sentono dominare tra "i recenti e contemporanei". Vogliono i due curatori dar conto di una diversa esperienza rispetto a una idea di poesia senza scarto, ovvero paralizzata in testi "informati e colonizzati di immagini a carica facilmente emotiva" poesia che sembra loro immersa in una "bolla atemporale" dove "un nemico immaginario giustifica una idea obsoleta di poesia" e tale nemico sarebbe "il civilismo". La questione posta in tali termini è un po' complicata e imprecisa, ma rende l'idea della situazione in cui i curatori si sentono chiamati. Un compito di esser dalla parte dello "scarto" rispetto a tale situazione. E senza paura di una connotazione "civile" della loro scelta. Le promesse dei curatori sono quelle di offrire autori che "sono emanazione anch'essi della temperie culturale" (segnata, avvertono, dalla sottocultura e dalla incidenza delle nuove tecnologie) e che però, appunto, si segnalano per cercare tale scarto per "conseguire una riconoscibilità immediata e incontrovertibile attraverso lo stilema". Ovvero, aggiungono curatori, la "riscontrabile, per una volta, capacità di pensare e agire sulla struttura dei testi, di eludere i modelli standard di approccio alla poesia". Sarebbe interessante discutere meglio il valore di tale "riconoscibilità immediata" assunto come criterio critico o anche creare qualche inquietudine sul fatto che essa sia garantita dallo "stilema" e non da qualcosa che in poesia succede in modo più ampio. E sarebbe interessante, credo, per i due curatori interrogarsi più a fondo sul fatto che tale ansia di riconoscibilità per via performativa stilistica (peraltro non sempre presente negli autori documentati) non sia una possibile ambigua maschera della sottocultura performativa che domina il mondo anche della poesia. La questione dello stile, infatti, non è mai riducibile a componente della poesia ma coincide con la sua essenza spirituale e "poietica", e non necessariamente lo stile trova nello "scarto" la sua conferma di qualità. "Scartando" si possono dire anche un sacco di banalità o semplicemente restituirci il livello del mondo che ci viene offerto da giornalisti e commentatori vari, oppure confondersi a media che dello "scarto" hanno fatto la propria teoria e prassi, risultando infine scrittura sì, ma solo perché agita in modo più sofisticato. E il rischio che oggi si corre in poesia - non a caso di pari passo con l'assenza di un lavoro duro - è il fiorire di banalità, di ovvie rappresentazioni dell'esistente, di semplice diario di qualcosa, come dice l'autore portoghese Sotomayor a pag. 197, ovvero il dare molte parole a una consapevolezza piana che: "non si vive per aiutare gli altri/ come non si vive di applausi/ si oscilla dalla pazienza alla  esasperazione/ dalla eccitazione alla pura indifferenza". Insomma, la pecca accusata giustamente dagli autori del sovente ricorso a "una facile carica emotiva" può trovare il suo esatto contrario e pari escamotage in una pratica dello "scarto" stilistico o in una presunta diversione dai "modelli standard di approccio alla poesia" (che, poi, quali sarebbero?). Questa decisa e però ancora irrisolta tensione al "nuovo" mi pare il tono generale di questa raccolta. Che finisce in un interessante dibattersi entro una limitata fascia del sentire umano, affollato, quasi assillato, come indicano acutamente i curatori, di un proliferare contemporaneo di possibilità che trasforma istantaneamente il presente in una sorta di "posterità immobile" dove il nuovo e il vecchio coincidono. Ovvero una negazione del tempo. Da qui viene una poesia che esprime il tentativo sincero e intellettualmente fine di non coincidere con una condizione in cui la profusa possibilità si trasforma in una facile disponibilità e in una sostanziale fissità orizzontale. Una scelta forte di poetica, entro cui, va sottolineato, si staglia la forza di alcuni autori più di altri, in una molteplicità ricca di voci differenti, tra le quali oltre ad alcune italiane che si rivelano o confermano interessanti come quelle della forte Dina Basso, di Alessandro Biddau, Simone Buratti, Lorenzo Cianchi, Davide Cortese, e poi il concentrato Augusto Ficele, la visionaria Federica Gullotta, il vivido Francesco Maria Tipaldi, si rivelano altre straniere come Cristina Alcatraz, Ella Frears, specialmente David Leo, e infine il vigoroso Tomas Sotomayor. Non si ha in queste pagine scelte una perdita - il che è impossibile - ma una specie di decantazione della trascendenza. Infatti, mancando quella sorta di scintilla che scatta nella differenza di potenziale e nell'incontro tra l'assoluto e il transeunte - proprietà speciale del dire poetico da sempre - si ha qui il senso una diffusa febbrile sensibilità e una sorta di post-scrittura, ovvero una colta nonchalance, una paradossale quasi scontata presenza feriale della scrittura che si presenta poetica (anche laddove appare più come esercizio di pensiero e di prosa aritmica e come autentica poesia). Come se la poesia si presentasse come forma di ossessiva auscultazione di un sé immerso nel fruscio indistinto del vivente. Sono tutti giovani molto colti, si vede. E forse ritengono che questo l'epoca chieda o forse la cultura letteraria più in voga chieda alla poesia. Tutto questo rende la mappa curata da Dagnino e Pellagatta parziale e compatta, indicativa in modo ragionato e approfondito di alcune tendenze della scrittura che cerca la poesia. E che la cerca come luogo del dire vero rispetto alla proliferazione di linguaggi intenti ad altro interesse. E da questo punto di vista il bel volume, curato bene anche editorialmente dalle nuove edizioni Taut, offre un valido contributo, meno limitato e saccente di altre antologie che abbiamo visto apparire in questi anni. E di certo utile come strumento a orientarsi in una porzione significativa della mappa sempre varia e interessante della poesia contemporanea.

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