L’azzardo di Elena

di Davide Rondoni

 

Carola Elena Pilato ha scritto un romanzo eccessivo e molto strano, ma per questo significativo e curioso. Potrebbe a prima vista apparire un escamotage narrativo quello di fare di Oriana Fallaci, amatissima giornalista e scrittrice, una sorta di fantasmatico alter ego che accompagna la giovane protagonista in un percorso di consapevolezza e di formazione, che si snoda tra prove, delusioni, e scoperte. Questo "gioco" che la Pilato conduce sapientemente per tutto il libro, tra apparizioni e sparizioni, funziona e potrebbe pure essere un modo in cui, oltre al ritratto della personalità narrante e protagonista, ci viene dato una specie di saggio sulla figura della importante scrittrice e inviata. Qualcosa di simile, con titolo identico, ma sul piano saggistico ha fatto pure il giornalista Magdi Allam, ma a specchio invertito, potremmo dire.

Ma qualcosa di più profondo mi ha incuriosito nel libro e nell'aria fresca di azzardo che lo percorre. Certo, i puristi della critica letteraria possono rimproverare alla giovane autrice una certa velocità acerba nel descrivere quelle situazioni (come il fronte di guerra in cui la protagonista si trova come giornalista dopo averlo tanto desiderato) che forse richiederebbero più calma e potenza descrittiva, più capacità di scorcio, più taglio di analisi dei personaggi in scena. Ma pare appunto che Elena abbia fretta di tornare dalle situazioni esteriori a quelle interiori, raccontando con finezza psicologica la serie di turbamenti, di indecisioni, di senso di sfida che come giovane donna va alla scoperta della propria vocazione (usiamola questa sacra e esatta parola, spesso banalmente censurata).

Un romanzo dell'anima, dunque, che - qui sta il motivo di maggior curiosità e pregio - va a scegliersi come interlocutrice principale una scrittrice come la Fallaci che normalmente (a dispetto pure del grande successo dei suoi libri) viene indicata nel dibattito pubblico come una discussa profetessa di vicende geopolitiche. Invece, per Elena e per l'io narrante, la Oriana - che ebbi la fortuna di conoscere e frequentare - viene colta, con pure le spigolosità del suo carattere e certe scontrosità non facili, come un Virgilio nella selva oscura esistenziale. Come un bizzarro ma vero maestro. Qui sta a mio avviso un elemento precipuo del libro che esce in un momento in cui spesso si dice, e si blatera, della cosiddetta mancanza di riferimenti per i più giovani. Giovani che invece sono nei nostri anni non solo inchiodati a un sistema scolastico che dovrebbe offrire un sacco di riferimenti tra i professori, ma anche bombardati da vario tipo di iniziative in cui - dal presidente della Repubblica, al Papa, a intellettuali più o meno di moda fino a cantanti e persone di successo mediatico - molti adulti si pongono e propongono loro come punti di riferimento. Solo che loro, i giovani, guardano altrove. O meglio soprattutto altrove. E come Elena con la Fallaci sono molti i giovani che han trovato autorevolezza di confronto con altro tipo di persone da quelle indicate, che so Mister degli allenamenti, nonni, parenti vari, scrittori e intellettuali o artisti meno appariscenti o esaltati da classifiche e dai media. Da ciò quella retorica, che però è spesso motivata da assenza di rapporto reale con le giovani generazioni. Il caso di questo romanzo, non privo di ingenuità ma soprattutto ricco di inquietudine e di forza esistenziale, ne è una sintomatica dimostrazione. Quindi come tutti i libri significativi non solo presenta un talento nel narrare storie, ma ci offre una visuale da cui guardare in modo meno scontato la storia e le storie che abbiamo davanti agli occhi.

 

Carola Elena Pilato, Io e Oriana, Romanzo Montecovello ed.

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