Persona

Trovarmi qui a scrivere un articolo su un poeta, nonché amico, quale è Fausto Paolo Filograna, è un atto difficile, poiché il sentimento di amicizia potrebbe intaccare un mio giudizio sull’opera prima che tratteremo, cioè Persona. Ogni mio intento sarà di distaccarmi da questa affezione. Se ci saranno lodi, saranno alla sua poetica solamente e perché tali da annotare, lo stesso varrà per i punti stonanti, in modo tale da avere come risultato un giudizio imparziale.

«E io dico, accorgetevi, non abbiate solo vent’anni» [1]

Persona, l’opera prima di Filograna, è recentemente uscita per Giuliano Ladolfi Editore. La forma stilistica adoperata è prettamente poematica. Ogni poemetto è un tassello che compone una scultura fatta di rottami, cose a metà, ibridi e macerie, ambientando la narrazione in un clima apocalittico, in greco Apokalypsis da Apokalyptein, cioè: rivelare, rivelazione. La narrazione è tanto più rivelazione se si considera l’andamento strutturale: tutto il libro si regge, secondo quella che potremmo definire una teoria del loop, sul primo componimento e da questo si diramano gli altri, come un pensiero che si sdipana e cresce. Siamo davanti ad un solo istante, in un kairòs, mentre si sprofonda nel pensiero a partire da un momento narrativo e da un unico componimento.

Con la seguente citazione non voglio etichettare Filograna come poeta romantico, sia chiaro, ma rispecchia degli stilemi utilizzati da questa corrente letteraria.

«Il rapporto del poeta romantico con la realtà è governato da quello che potremmo definire il principio della reciprocità. Nell’atto di percepire, la mente del poeta è creativa e costituisce un tutto organico con l’universo. Ma perché questo possa avvenire, perché la natura e la coscienza individuale siano forze interdipendenti, cooperanti in un universo di corrispondenze, è necessario superare i dettami della filosofia sensistica che impone alla mente di lasciarsi passivamente impressionare dall’esterno o, come cera amorfa, farsi plasmare dal sigillo delle sensazioni. Nella prospettiva romantica la mente, ribellandosi al ruolo di ricezione, rivendica quello attivo del percepire e del plasmare essa stessa il mondo che le è d’intorno». [2]

Quello che il poeta ci mostra è la contemporaneità nuda e cruda, in cui la mancanza di comunicazione porta ad isolamento, reclusione, chiusure e barriere: luoghi che la parola non può affrontare perché verrebbe privata della sua natura tragica, incidendo sulla sua stessa funzione comunicativa, perdendo quindi anche il suo proprio connotato negativo, quello che ferisce e rivela, perché solo attraverso estremi, quindi violenze, secondo il pathei mathos (conoscenza attraverso il dolore) con cui Eschilo ci fa fare i conti nell’Agamennone, abbiamo il palesarsi di qualcosa e il raggiungimento di un messaggio. Filograna ci dice di ascoltarci, di parlarci, senza innalzarsi a chiedere la parola come in una stand up comedy poetica.

«Persona titolo tanto evidente quanto enigmatico: la parola deriva dall’etrusco phersu che significa maschera dell’attore. Il vocabolo oggi, grazie anche alla riflessione filosofica, ha assunto l’accezione particolarmente importante di “essere umano unico e irripetibile e contemporaneamente uguale all’intera stirpe”». Così leggiamo nella prefazione del libro, stesa da Ladolfi stesso. Ma viene tralasciato un punto, a mio avviso: l’unico slancio lirico di cui sopra parlato è dettato dal titolo, descrivendo il libro come, per l’appunto, una persona, corpo vivo e pensante, in quanto cerca di approdare ad un dialogo con il lettore. A maggior ragione, questa accezione, di libro come persona dialogante, è conferibile in quanto in esergo troviamo la dedica “a tutti i mendicanti” e Francesco D’Assisi con una citazione da Il Cantico delle Creature.

Filograna è cosciente del fatto che la scrittura sia prima di tutto democratica e può affacciarsi a diversi strati culturali. Per scrivere si deve avere non solo qualcosa da dire, ma anche una competenza in merito, come il chirurgo che opera ed ha tra le proprie mani la responsabilità di una vita: l’autore è ben lucido riguardo a questo monito.

Dicevamo che tutta la letteratura ha un intento dialogico, tutti mendichiamo una ricerca, ma bisogna ascoltare il prossimo. Filograna in questo senso, cioè attraverso il dialogo, riconosce la traditio alle spalle e focalizza il periodo a cui riferirsi a partire dal testo che viene considerato punto di nascita della letteratura italiana, prendendo D’Assisi come capostipite, senza dimenticarsi di modelli latini e greci, in particolare del tragico che impregna la sua parola poetica, come già detto, e come avremo modo di approfondire.

Veniamo all’opera. L’incipit:

Eravamo a Gallipoli notte piena
eravamo pochi e bianchi faceva freddo
non ho voglia di mangiare questa notte
eravamo suicidi e battezzandi
attraverso la strada principale si arriva presto

Ora mi preme mostrare come, in alcuni casi, da una strofa violentemente strappata dal poemetto incipitorio si possano sdipanare i temi e la struttura dell’intera opera. Iniziamo:

«Eravamo», che ricorre anaforicamente per tre volte, sottolinea, di più, marca, incidendo, un’identità socio-culturale dispersa, che ci sarà compagna in tutta la lettura, che attraverso la mancanza diventerà monito etico-morale. Siamo catapultati immediatamente in un oblio. Il poeta ci fornisce immediatamente le coordinate spaziali e temporali e non solo, attraverso questo imperfetto pseudo-fiabesco (con una fine patina ironica), classico, che ci rimanda ad una dimensione primitiva e archetipico, perché è un verbo fortemente impresso nella memoria collettiva fanciullesca.

Il sintagma «notte piena» è privo di legami sintattici o verbali. L’immagine tenta una crasi con la geografia irrisolvibile appena propostaci: questo procedimento sintetico rientra in uno schema che potremmo definire un escamotage e verrà abusato, in quanto all’interno del testo c’è una mancanza di nessi sintattici e fruttano le violazioni delle norme grammaticali (questa abolizione di regole è tipica di molte scritture contemporanee), che, nel caso di questo libro, saranno possibili giustificare perché il verso ha un respiro teatrale che porta alla sua recitazione orale.

Ma la «notte piena» rimanda trasversalmente ad Hegel, in particolar modo alla “nottola di Minerva”: Filograna sta apprendendo il proprio tempo con il pensiero, qui. Il poeta sta parlando perché evidentemente ha qualcosa da denunciare e dalla rabbia nasce la forza e il grido. Proseguiamo.

«Eravamo suicidi e battezzandi» risulta un sintagma poco chiaro ad una prima lettura, ma grazie a questa oscurità guadagna in forza. Ma perché risulta oscuro? A causa della congiunzione si spalancano almeno due tipi di interpretazione: nel primo caso abbiamo due tipologie di uomini, appunto suicidi da una parte, battezzandi dall’altra; nel secondo caso, invece, i suicidi potrebbero coincidere con i battezzandi.

Prendendo la seconda ipotesi come corretta e più interessante per un dialogo, il suicidio, così, diviene una condizione sine qua non sia possibile il passaggio a battezzandi: in sintesi, bisogna morire per rinascere: «San Tommaso aveva una penna / a gridare per lui. Risorto, si sa, / ma prima, ahilui, morto» leggeremo nella sezione ekstasis[3]. Ad un livello più profondo nella condizione di suicida, si arriva a rinnegare la propria esistenza e, soprattutto, il proprio nome, che invece il battesimo ci imprime ed è conoscenza, secondo una lettura non solo cristiana. Questa negazione del nome potrebbe portarci a speculazioni religiose, che non tratterò in questa sede, ma mi si permetta una breve annotazione che potrebbe essere anche errata: la mancanza di religione, o comunque di un limite, che insegna la comunione, il dialogo, e precetti morali, porta, a mio avviso, a ciò che siamo e quel che Persona denuncia.

In questi primi versi notiamo che il poeta è interno alla vicenda, per l’uso implicito della quarta persona, noi, innestando l’intera opera ad una dimensione corale e purgatoriale. Non dico infernale perché i dannati non ascoltano, non possono ascoltare. Nel purgatorio, invece, le anime si fermano, si veda il canto II del purgatorio, per esempio, in cui compare Casella, dove Dante e questo iniziano a cantare, a risuonare, entrando in risonanza fraterna. In Persona non troviamo dannati in senso stretto, ma la comunicazione si tenta con un girone limbico a cui partecipano gli hollow men di Eliot, disumanizzati fino a «casse armoniche rotte». La spiaggia gallipolina simboleggia tanto il purgatorio quanto più si considera il verso di un componimento successivo, ekstasis V: «fiammelle sopra la spiaggia fino a chilometri dal mare».

Alla lettura dei primi versi dell’opera, se consideriamo le w questions, abbiamo la risposta a tutte tranne al why. Così si innesta la ricerca, in questo caso, morale, caratterizzante la componente filosofica del linguaggio poetico di Filograna. Perché.

In ultima istanza, questi versi estrapolati dal poemetto iniziale saranno il checkpoint a cui il poeta si aggrappa per strutturare l’intera opera su questo loop, intanto che le variazioni sui temi vengo approfondite, con lo stesso procedimento di un pensiero pulsante tra le tempie, negli altri poemetti che scandiscono le horas: ore benedettine su cui la macrostruttura si divide, avanzando una ricerca come l’esodo biblico, il movimento di un popolo nel libro dell’esodo, in entrambi, invece, un moto verso la presa di coscienza. La scansione in horas incentra su di sé anche la microstruttura salmodica dei componimenti, cioè nel procedere si riprendono versi precedenti, ampliandoli, specificandoli: «ditele che ha due gambe ditele».

A volte, però, questo libro si dimentica della sua potenza intrinseca, perdendo la fede in sé: «Mentre il sole tramonta / e vorrei mostrarti il mistero che chiude il mondo. / Perché non più fare / è possibile. Tutto/ è finito/e mai cominciò niente, mai / comincerà».

Non prenderò in osservazione gli altri versi del primo componimento in questa sede, non per minore interesse, ma per questioni di spazio. Il mio intento era di mostrare che un incipit scritto in una certa maniera racchiude tutti i nodi dell’opera ed i presupposti perché un’opera abbia le giuste carte in tavola.

Prima di addentrarci in Persona, farò alcuni accenni che avevo promesso sopra. Abbiamo detto più volte della tragicità del linguaggio poetico di Filograna, bene, e questo è sintetizzato simbolicamente nella figura de «la bionda», figura che rientra nel pattern del primo componimento, quindi di fondamentale importanza, in quanto, come precedentemente detto, il tutto sembra costruito su di una teoria del loop, che rende la lettura meno pesante, ma indubbiamente contribuisce ad infittire la macro e micro struttura del libro. Il simbolo femminile raggruma in sé tutta la carica necessaria, essendo il personaggio che sfida il mare, presenza fissa in questo poeta, cioè l’elemento acquoreo, anch’esso di matrice per lo più eliottiana, da Death by water, portandosi al limite tra vita e morte, come ad un richiamo anche profano a certi riti, a cui Filograna forse allude: intendo riti che prevedono la spogliazione di una vergine bionda e la sua uccisione per arrivare al contatto con altre dimensioni spirituali. Si veda bene che ciò non è un incentivo al sacrificio umano, né tantomeno delle bionde, ci mancherebbe.

Troviamo, nel corso della lettura, anche una certa terminologia dionisiaca come ekstasis, enthousiamos, e il profondo aspetto psicologico della realtà che è un caos, precisamente un’orghia. I primi due termini greci fanno riferimento al dio Dionisio che pervade le vittime con il suo afflato, portandole fuori di loro, ubriache, verso, quindi, una dimensione esterna: questa è anche la spinta della poetica di Persona, un esternarsi affaticato verso l’altro, ma affaticato dal latino labor, per cui ogni azione umana è logoramento, pianto che suscita compassione: abbiamo lo stesso moto della tragedia antica verso gli spettatori, verso il lettore qui.

Il linguaggio e il paesaggio interno delle immagini si permeano anche di un substrato culturale folkloristico, tanto più se pensiamo al sud filtrato dagli studi antropologici di De Martino e di altri interessati in materia. La Puglia è una realtà in cui le danze popolari, come ad esempio la Tarantella ed il fenomeno ad essa legato del tarantismo, vengono sfruttate a scopo terapeutico, con la musicoterapia e canti corali, per contrastare la degenerazione mentale causata dal sole estivo, ma che si credeva generata dal morso di un ragno, la tarantola appunto.

Il linguaggio poetico sprofonda nelle sue stesse radici e possiamo constatare come i termini dell’equazione che stiamo portando avanti si eguaglino.

Altra componente da tenere a mente è l’urgenza della parola poetica che guadagna in ritmo e pathos quante più volte ci troviamo davanti alla reiterazione eliotiana urlata: «FATE PRESTO SI CHIUDE», o attraverso imperativi iussivi quali: «fermate la bionda / non sopravviverà» (corsivo dell’autore).

L’abbondanza delle negazioni merita un piccolo accenno. Verrebbe subito da pensare a richiami montaliani forse perché il poeta degli Ossi di seppia ecc. fu acuto già quasi cento anni fa a scrivere: «codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». Ma la negazione non viene percepita dal cervello, secondo studi scientifici fatti sul campo della linguistica, pertanto viene rielaborata in un secondo momento. Tenendo conto di quanto appena detto i seguenti versi assumono una spiccata «violenza di immaginazione»:

Non immaginate i suoi capelli biondi
(fasce di lamenti i suoi capelli biondi)
Non immaginate i suoi occhi bruni
(bagliori di stelle i suoi occhi bruni)
Non immaginate nient’altro che fasci di lettere,
la donna in questione era solo il niente che va dalla G alla I [4]

Se «Vita è violenza di immaginazione», l’immaginazione deriva dalla violenza della vita e sfocia nel linguaggio poetico con l’aiuto della fantasia, dove dentro vi piove, parafrasando Dante. In tutta l’opera risuona questo linguaggio figurativo, che sbocca in allegoria. Il tutto è adeguatamente calibrato dalla corretta applicazione della lezione dantesca sui quattro livelli di lettura, che spesso e volentieri vengono meno nei contemporanei, dando vita a slanci lirici esagerati e privi di effettiva potenza, diventando un grido narcisistico, ciò che sta distruggendo le fondamenta comunicative necessarie all’arte, il «cibo» di cui Filograna ci presenta innumerevoli volte a quella che sembra essere un’ultima cena, dove noi siamo «pianto», dice il poeta a Giuda Iscariota, il traditore, o forse l’uomo più umano di tutti.

La mancanza di una morale porta alla disobbedienza, certo, ma anche a ciò che diremo dopo aver compiuto questa estrapolazione, che è un atto di violenza. Riporterò un estratto dal poemetto Ekstasis, in cui il poeta con l’urgenza che lo contraddistingue, denuncerà il secondo punto, che tratteremo appena subito.

Ascolta…
Il canto che viene da ovunque –
da sciami di televisioni abbandonate
o forse dal petto del nostro girovago –
è come un filo che si dipana per le strade
e non risuona.
Non è voce, questa, risuonante
poiché non c’è un petto in cui risuonare
e i corpi che giacciono qui tutti intorno
non hanno cavità o pance
sono come casse armoniche rotte
e noi, acquattati con le schiene lungo i muri
non sapremo mai se il canto che udiamo
sia un canto di gioia
o un grido dell’umano
più lugubre e più tetro
del vento che passa tra i fili degli autobus.

Abbiamo accennato alla disobbedienza, che in un contesto linguistico porterebbe al non rispettare le massime di Grice, ma queste, se violate, non precludono l’atto linguistico vero e proprio, se l’altro, cioè l’uditore, sia interessato alla partecipazione nella conversazione. Il problema è l’interlocutore stesso. Se non istruiti all’ascolto, la mancata comunicazione porta a due gravi conseguenze fondamentalmente: non sapere interagire con il prossimo, e, nel peggiore dei casi, a cui stiamo andando incontro in maniera ottimale, al non sapere ascoltare se stessi, la propria voce che dovrebbe caratterizzare l’umiltà regolatrice. Bene, finita la predica, ri-focalizziamoci sul dove andare a parare: non avere sbocchi comunicativi, o sterili, porta a non avere una coscienza attiva nel riconoscere i sentimenti altrui e stiamo disimparando ad interpretare il canto del mondo. Infatti, «non sapremo mai se il canto che udiamo/ sia un canto di gioia/ o un grido dell’umano».

Anche se delle volte la potenza della destrudo fa dimenticare quella costruttiva, durante la lettura e i paesaggi presentatici, Persona è sangue e vive e ci parla.

Michele Joshua Maggini

[1] Benedetti, da Tersa Morte, Quante parole non ci sono più, Tutte le Poesie, Garzanti, 2016

[2] Introduzione di Attilio Brilli, Wordsworth Coleridge, Ballate liriche, Oscar Mondadori 2011

[3] Persona, Filograna, Giuliano Ladolfi editore, p. 21

[4] Ibid. p. 23

2 pensieri riguardo “Persona

  1. Buongiorno, ho letto l’articolo e vorrei segnalare una inesattezza; Francesco D’Assisi ha scritto il Cantico delle Creature, e non il Cantico dei Cantici.
    Cordiali saluti,

    Luca Rizzatello

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