Perché viaggiare nella notte di Cèline oggi

di Flaminia Colella

Louis-Ferdinand Céline, “Viaggio al termine della notte”

“La maggior parte della gente non muore che all’ultimo momento; altri cominciano e si prendono vent’anni d’anticipo e qualche volta anche di più. Sono gli infelici della terra”. La notte è qui. Anche se non la vediamo più, distratti come siamo a intrattenerci, e ancora e ancora, come scriveva Tocqueville, perché il potere vuole che l’uomo si svaghi, purché non pensi che a svagarsi. E allora viva Netflix, lunga vita ai “grande fratello” e ai circhi che passano nelle nostre televisioni.
La notte è qui. È in mezzo a noi, dentro di noi, in agguato, nelle vite che sfilano in vendita, in quelle che si sono perse l’anima nel grande commercio delle anime e dei destini. È qui, alla porta dei nostri vicini, nei gesti distratti di nostra madre e nostro padre. Tutti ci guardiamo poco e con aria un po’ distratta. Crediamo pure che la follia e la furia siano fuori di noi, schermiamoci per bene dietro slogan e pacchetti-felicità-tutto-compreso in offerta (e che offerta) presso le grandi industrie dell’intrattenimento, poi sarà notte, e ancora, e più fonda, e non ce ne accorgeremo, non avremo più gli occhi in grado di distinguere tra la luce e l’ombra, perché l’oscurità ce li avrà mangiati, per sempre. E la bassezza delle nostre azioni, il vero cuore del nostro errare, dei nostri peccati, neanche quello. Anzi, non riusciremo neanche più a peccare veramente, tanta sarà la nostra viltà. “Tradire, si dice, è presto detto. Bisogna anche cogliere l’occasione. È come aprire una finestra in prigione, tradire. Ne hanno voglia tutti, ma è raro che ci riesci”.
Louis-Ferdinand Céline, questo uomo-scandalo piantato nel mezzo del 1900, riproduce nel suo “Viaggio al termine della notte” un teatro dove tutti gli orrori umani si dispiegano all’ennesima potenza, e lo fa attraverso gli occhi di un soldato che smarrisce lungo la strada ogni fede, ogni speranza nelle possibilità di bene e di futuro, perfino il senso del tempo e del futuro, tanta è la melma che ingoia nella guerra di trincea, poi in Africa, dove la Francia caritatevole e coloniale massacra i negri senza pietà, e imbarcandosi verso New York, dove conosce l’alienazione dell’uomo divenuto ingranaggio dell’industria, lavorando per la Ford, a Detroit. Vede la notte, quel che la attraversa, che ci muore dentro e non ritorna più, tanto da arrivare a pensare che la vita “è la ricerca di questo niente assoluto, di questa piccola vertigine per coglioni”. E si accorge della sua miseria umana e spirituale quando il suo migliore amico muore e lui non ha una fede, una idea, non ha coltivato nulla in vita per dire qualcosa di fronte a quella morte, non ha niente con cui combatterla. Lo guarda e lo vede andare via, sparire nella notte da cui era venuto anche lui e ormai divorato, lo saluta con sguardo scemo, neanche triste, non sa più esserlo veramente.
Ma vede la notte. Almeno, dico io, la vede. La riconosce. Sente che c’è, che c’è un male che non lo lascia e tutto intorno, gravemente, che con sé fa sparire tutto, per cui non vale nemmeno ritagliarsi il proprio angoletto di piaceri e respiri sulla terra, non vale quasi neanche più il respiro tanto è grande la fauce del cane che serra la gola agli angeli. Tutti spariti anzi, gli angeli, persi, cacciati via da qualsiasi mondo. Ma almeno ha ancora gli occhi. E uno sguardo dentro, fatto per accogliere immagini, per sapere la iattura che ci sguazza dentro, agli occhi. E noi? Noi ce li abbiamo ancora gli occhi? Noi vediamo o ci limitiamo a guardare? Sentiamo il fiato del cane nero? Lo riconosciamo? Noi sapremo, intontiti come siamo, come salvarci, se ci verrà a prendere nella notte più fonda, quando sarà il nostro turno di combattere “la vera battaglia, la vera tra le vere?”

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