Perchè occorre spaesamento.

Vincenzo Frungillo, Le pause della serie evolutiva, Croma k 2, Oèdipus Edizioni, 2016

di Melania Panico

Il punto di partenza di questo libro è la perdita. Perdita come qualcosa di sacro che diventa impronunciabile. Come il perdono. Non è facile elaborare la perdita, costruirci intorno un discorso poetico valido, soprattutto quando si affronta un evento di tale spessore. È forse questo il gioco difficile della poesia. A Frungillo è riuscito bene.

Le pause della serie evolutiva, l’ultimo lavoro di Vincenzo Frungillo, comincia da una ferita colma di cose da dire e approda in una faglia ancora più colma: rendersi conto che è tutto nella scissione: “ogni oggetto o animale è una costante/col suo fattore esponenziale”. Gridare “terra, terra” è scoprire che restare è una scelta: “la scelta di restare/tacendo,/l’esilio interno”. Ma qual è il prezzo di questo cammino? Del “graduale avvicinamento alla fonte del male”?

Le pause della serie evolutiva è costruito sulla continua ricerca di un compromesso, un itinerario di identificazione storia personale/Storia per “trovare la terra promessa/dove lo spreco di energia si riassorba”.

E in questo cammino c’è posto per la veglia, una riflessione sullo stato delle cose e c’è posto per lo scavo nella classicità, soprattutto nella seconda parte dell’opera, quando l’autore entra in un dialogo/identificazione con Lucrezio, Stephan, Epaminonda – esempi diretti di classicità – in un momento in cui anche la lingua deve saper dire e lo fa con versi bellissimi e alti, il dettato si fa più denso, quasi appare come un poema nel poema:  “la luce, dunque la luce,/è il culmine della specie,/e la luce non è fonte naturale,/anche se è l’occhio che vede/la nebulosa di cenere sul cratere,/è la parola del poeta/che ne cattura ogni particella”. È anche un libro complesso che concede poche distrazioni al lettore. Le pause di cui parla l’autore sono spaesamenti che appartengono a tutti, appunto, della serie evolutiva, sono eterni ritorni di buio e di luce che solo la poesia può causticare. Se è bella poesia.

 

 

 

 

 

Adesso c’è qualcosa che dura,

ora che la storia ritrova la sua natura,

che ogni scelta la vista rinserra

sotto un diverso strato di terra,

 

che per una strana carestia

una vita non salva un’altra vita.

Così chi aveva promesso

che non avrebbe più tinto i capelli,

 

se il suo amore non avesse sofferto,

adesso imbianca, esposta

sulla superficie della terra,

 

come se fosse sgranata

dagli occhi affamati

di chi non resta.

 

*

 

 

Oggi mi sveglio più tardi del solito

e mi chiedo se tutto questo sia vero,

se esista ancora lo stato presente,

se ci sia posto per il suo regno,

 

per le voci dei muratori

che alzano ponteggi al cielo,

se ogni loro gesto non sia un modo

per zittire i cani che ho sognato,

 

e mi chiedo se gli animali

se è vero che i cani

non abbiano memoria,

 

se è vero che non soffrano,

non provino dolore,

come chi non ricorda i propri sogni.

 

*

 

Se queste pietre avessero pietà

per le mie ferite, io avrei ragione,

in quanto animale tra le creature,

perché l’accento che tu noti, il dolore,

 

è solo memoria che si corrompe

e, pensa bene, non vale niente.

Ora il mio modo d’avere voce

è un rantolo che non m’appartiene,

 

che mi distrae dal battito del cuore.

E tu pure, dall’altra parte,

ti rassegnerai alla forza che si sprigiona

 

nel momento estremo della caccia,

alla preda, che non si nasconde,

che si è estinta dalla faccia della terra.

 

 

 

 

 

Vincenzo Frungillo è nato a Napoli nel 1973. In versi ha pubblicato Fanciulli sulla via maestra con una nota di Milo De Angelis e di Eugenio Mazzarella (Palomar, 2002), Ogni cinque bracciate. Un estratto(2007), Ogni cinque bracciate. Poema in cinque canti con prefazione di Elio Pagliarani e postfazione di Milo De Angelis (Le Lettere, 2009), Il cane di Pavlon. Resoconto di una perizia (2013, Premio Russo-Mazzacurati), La disarmata (AA. VV. 2015). È presente in libri collettivi e antologie.

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