Per una nascita e una morte. Con le parole di Ghosteen di Nick Cave

di Pietro Cagni

Arthur Cave cade dalla scogliera di Ovingdean Gap, Brighton UK, a sedici anni. Skeleton Tree, il disco a cui Nick Cave stava lavorando nel 2015, si rivelò presto come una strana profezia, l’annuncio di uno skeleton “thee”. Ora, a distanza di quattro anni, esce il doppio album Ghosteen. Le parole e i versi di Nick Cave (che ho tradotto e riportato in corsivo) vogliono prendere e accompagnare chi ascolta, per guardare insieme. Guardare cosa. Nel mio caso, la morte di mio fratello Alberto e la nascita della piccola Molly.

 

perdere, fare a meno della ricorsività. non hai controllo sulle cose. ogni canzone copre lo spazio di un pensiero, di un breve dolore che ti lascia. l’amore che irrompe, un desiderio che non puoi sostenere. in dissolvenza di suono. per irradiazione o suggerimento. a volte è meglio non dire niente, dare spazio al delicato coro delle voci. le campane e il fumo, l’aria rappresa sono l'immagine, la sola possibile, del ghosteen, lo spirito che è figlio e adesso, in exitu, padre di quel che resta di suo padre. gli dà vita nuova, respiro, attesa di giorni lieti. holy ghost, spirito santo, figlio e padre di quell'uomo che aveva accettato per te il lavoro, l'occupazione, il compito della tua / felicità.

questa felicità adesso indisponibile, per la sottrazione che anch’io conosco e voglio maledire, tolta dalle mani, come è sempre, di fronte a ogni respiro, ogni mossa del corpo, ogni tratto unico e misterioso di una personalità unica e misteriosa. il corpo è per te un’ancora e porta i segni del tuo corpo ma è irriducibile a te, esposto come definitivamente, sin dal concepimento, a distinzione, eccedenza, oscurità di sostanza, caduta, abbandono.

la felicità indisponibile, mancata negli anni qui, ora non più necessaria. vacillano la mente e il corpo di chi resta. vorresti fermarti ma vuoi sfiorare quelle mani ferme, vestirle. anzi devi scegliere i vestiti – dalla lavatrice, da un armadio, una casa che non ha più senso – e poi vestirle, non vuoi pensare che le ossa vi stanno concedendo quel poco tempo. ti fai sostenere, sostieni. non preoccuparti, viene dopo il tempo della mancanza, di ogni tuo e suo grammo. diventa prezioso, non ho mai chiesto di esserne liberato, prenditi tutto il tempo, è questo che accade mentre lo aspetti.

noi qui siamo così stanchi di vedere che le cose sono soltanto loro stesse. non sono di fuoco le code dei cavalli, i campi non sono altro che campi and there ain’t no Lord.

ragazzofantasma, ragazzospirito, cosa ti canta il tuo papà in lutto, a te padre e figlio, lui man mad in grief che vede tutti, tutti appesi alla croce. ma a distanza, come sollevando il mento dal fondale del petto. per sillabare il fiato, cantare, poter dire ancora che il mondo è una cosa bella, la tengo. cioè: sento ancora mio questo posto, questa danza intorno ha senso, posso ancora cantare, dire “andiamo”, avere spinta, voglia di raggiungere la sera, letizia di obbedire al delirio di ogni giorno, mentre la città si solleva e attorno al sole / del mattino continuano a salpare / migliaia di barche, come fantasmi. stringere ai fianchi una bambina, non impazzire per i suoi gesti. queste cose possibili solo se le stelle sono i tuoi occhi e il sorriso / è andato con la barca sulla luna. la misura siderale, inevitabile di questa distanza, che non puoi colmare senza ingannarti, dura la tua vita: siamo un sospiro, tu un fiocco di neve / pallido e bianco come un’ostia. / siamo fotoni di stelle morenti. / tutto è distante come stelle. / io sono qui e tu sei dove sei.

la voce si deve spostare, e il canto farsi acuto, uscendo dalle pastoie, dall'oscurità, per atto ostinato di volontà e implorazione. ora che la tua cosa più bella erano i sogni e nessuno adesso certo se ne può aggiungere e invece il tempo per noi qui continua, e tu non puoi più dormire come un fantasma sulle tue ferite e hai lasciato muta di te questa perdurante sequenza di giorni. fino al mio momento, so che è vicino, lo aspetto lietamente. and I’m just waiting now for my time to come perché il tempo sei tu che vieni. guardami, allora, ti sto a fianco, sprofondo nell’abisso / del tuo amore.

anche se la strada per trovare pace è lunga, e ti dimentichi di ricordare che niente è qualcosa, ogni giorno nothing is something e a volte ti perdi nella mancanza, vuoi addormentarti cantando I love my baby and my baby loves me. ma cosa può accadere nel frattempo. perdere arthur è una ferita che si è fatta finestra, letto di fiume. parola che illumina la notte per dare voce e risposta. tutti perdono qualcuno. questa l’ultima consapevolezza del disco, di occhi che non si chiudono sugli occhi ma restano aperti e dicono: venite, vi dico venite tutti / questi ragazzi si avvolgono in su / a spirale, portano su anche noi. cos’è, questa? una fede, una domanda, che morte non avrà dominio. ma certe cose sono difficili da spiegare, anche se così importanti.

adesso parlo dell’amore
e di come le sue luci si spengono

siamo nella stanza sul retro
a lavare i suoi vestiti

è questa cosa qui, l’amore, lo sai
come l’alta marea e la sua feroce
risacca. no, non ci lascerà mai

ciò che è accaduto non ci abbandonerà

Pietro Cagni (Palermo, 1990) è dottorando in Scienze dell’Interpretazione presso l’Università di Catania. Attualmente conduce una ricerca su allegoria e verità nella Commedia dantesca. È uno dei fondatori del Centro di Poesia Contemporanea di Catania. La sua prima raccolta di poesie, Adesso è tornare sempre (Le Farfalle, 2015), ha vinto il XXX° Premio Laurentum ed è stata finalista al premio InediTO 2018.

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