Per Nick Krause, nella controluce di Gerard Manley Hopkins

Le poesie di Nick Krause chiedono una risalita: dai rami più lontani al loro humus[1] generativo, della loro prima generazione. Per compiere questa risalita occorre confidare nella povertà dei nostri commenti, che non possono portarla a compimento. Il punto sorgivo della poesia è un istante misterioso che resta sconosciuto: un’ombra originaria resiste dal seme fino all’ultima fioritura delle parole. Allora, per leggere le poesie di un trentenne di Washington, torniamo a Gerard Manley Hopkins, anche se è lontano da noi nel tempo e nella visione.

Alcune cose le possiamo conoscere solo in controluce, per contrasto, facendole “brillare”: è l’attrito tra la materia della poesia e la materia delle res a renderci la possibilità di dire qualcosa. Il contrasto luminoso, l’attrito tra i versi e le cose. Quali cose. Noi stessi, in definitiva, la nostra esperienza umana (e quindi anche tutta la poesia del passato, che dà forma – per fratture – alla nostra). Le scintille che scaturiscono tra le parole-pietre e le nostre labbra sono il balbettio, il racconto della poesia che ci è dato. Perché possiamo raccogliere i pezzi, ordinarli dopo l’impatto, noi, estranei eppure intimi alle parole dei poeti che continuamente ci sfuggono e sopravanzano.

 

«La foresta muove, vive»

 

Of Wood, Wind, Light, and Stone di Nick Krause

 

The forest moves, lives

Surrounds me with your presence

The trees contain the flowing

Of the years within their flesh

Life whispers

Through the wind-threshed leaves.

I sit and wait

At the feet of this sycamore

Raising a roof of autumnal blaze

Resplendent in the sunlight

Like windows in a chapel,

And while I stare in silence

Watching the moss-glazed stone

I am in wonder for why it is

How it came to be.

 

[La foresta muove, vive / regge con la sua presenza me / Gli alberi contengono il fluire / degli anni nella loro carne / Vita che soffia / e attraversa le foglie che il vento miete. / Io sto seduto, e aspetto / ai piedi del sicomoro / Nella danza gioiosa della fiamma autunnale / che risplende nella luce / come le vetrate in una chiesa, / e mentre fisso questo in silenzio, / guardando la pietra e il muschio suo smalto, / mi meraviglia come / sia venuto all’essere, e perché.[2]]

 

Nick vola dietro alle ali oscure di un’aquila appena intravista nella foresta, abbacinato dalla sua grandezza. Imprime nel suono delle proprie parole il suo spostamento nelle correnti. Senz’altra musica, accorda il fiato fino a toccare l’apparizione. Sta in quell’istante lì, non se ne discosta, facendo spazio, nelle parole, alla presenza del mondo che lo commuove (che ne muove la voce). Seguendo la sconnessa avanzata del mondo, il suo movimento carico di senso e di messaggio. Molta poesia di Nick nasce da questo ascolto del mondo, che si fa “visitazione” intuita, con maggiore familiarità, nell’ambiente naturale. Così, è affermata una consapevolezza radicale, per cui il poeta si spoglia di una forte pretesa “creatrice”: la poesia non intende fingere il mondo, ma raccontarne l’incontro meraviglioso. Intende toccare, nominandoli, gli alberi, la luce, la pietra. L’aquila, la pioggia, la foglia. Facendosi eco della grandiosità, certo, ma anche della lentezza e del silenzio: «The trees contain the flowing / Of the years within their flesh». La poesia vuole farsi finestra, anzi, vetrata, parola che si esaurisce interamente nella luce che la attraversa. In questo senso, è certo una poesia scandalosa, che non ha vergogna di farsi invocazione, preghiera, lode, rendimento di grazie. È la lezione di Gerard Manley Hopkins, della bellezza screziata nella sua splendida God’s Grandeur, testo che Nick ha evidentemente sempre davanti agli occhi.

 

God’s Grandeur di Gerard Manley Hopkins

 

The world is charged with the grandeur of God.

It will flame out, like shining from shook foil;

It gathers to a greatness, like the ooze of oil

Crushed. Why do men then now not reck his rod?

Generations have trod, have trod, have trod;

And all is seared with trade; bleared, smeared with toil;

And wears man’s smudge and shares man’s smell: the soil

Is bare now, nor can foot feel, being shod.

 

And for all this, nature is never spent;

There lives the dearest freshness deep down things;

And though the last lights off the black West went

Oh, morning, at the brown brink eastward, springs —

Because the Holy Ghost over the bent

World broods with warm breast and with ah! bright wings.

 

[Il mondo è carico della grandezza di Dio. / Sarà abbagliante, come fulmine generato dal ferro; / raccogliendosi in sé per culminare, come stilla dell’olio / schiacciato. Allora perché adesso gli uomini non temono il suo bastone? / Generazioni intere hanno pestato, pestato; / e con maestria è tutto seccato; offuscato, macchiato / dal lavorìo; e veste macchie d’uomo, dell’uomo condivide l’odore: il suolo / è nudo, ora, e non può sentire il passo perché è coperto. // E per tutto questo la natura non si consuma mai; / lì, nella profondità delle cose, vive la freschezza più cara; / e anche se le ultime luci del nero occidente se ne sono andate, / oh il mattino, al bruno orlo orientale, affiora — / perché lo Spirito sul mondo distorto / cova col calore del suo petto e le sue ali di luce.]

 

Il destino del poeta è fiamma

È il medesimo Holy Ghost con cui Kerouac chiuse le sue Visioni di Gerard. La poesia di Nick non conosce una pacificazione ingenua. È una lotta che si svolge nella piega del mondo, nel punto di incontro tra il fondale della realtà, dove ogni luce si spegne, e le sue ali luminose.

Per scrivere queste brevi note ho dovuto contattare Nick perché mi inviasse alcune sue poesie. Non le avrei trovate da nessuna parte, né su internet né su carta. Però volevo fortemente che fossero conosciute, lette. Dialogando con Tommaso Di Dio, infatti, era emersa l’opacità dell’attuale poesia americana, e la necessità di portarne alla luce le voci e le esperienze più significative.

 

Anna Akhmatova di Nick Krause

At the Stray Dog

You were the queen of sorrowful songs,

Where life’s lovers drooled at beauty’s bones.

You could not see the change, but vision quickened

With age, a whole century blasted through a day.

O, monument of the word-woven bronze, your dark

Phoenix rises from the ashes of history, in whom

Earthly love and holy passion vied in tempestuous wars.

They called you half nun, half whore. The whore,

A danger to morality, the nun, a danger to the state.

I do not envy your fate, but fear it for my own.

For I have heard the thunder call, and remembered.

You wanted storms, and storms you received.

You prophesied, and your words came to pass in

The slow darkening of time. I feel the flame within me.

 

[Al Cane randagio / eri la regina dei canti dolorosi, in essi / chi amava la vita sbavava alle ossa della bellezza. / Non potevi vedere il cambiamento, ma la visione crebbe / col tempo, e l’intero secolo scoppiò in un solo giorno. / Oh, monumento della parola intessuta di bronzo, la tua oscura / fenice si leva dalla polvere della storia, e nelle tempeste / lottano l’amore terreno e l’appassionata santità. / Ti hanno chiamata mezza suora, mezza puttana. Puttana / pericolo per la morale, suora, pericolo per la Costituzione. / Non invidio il tuo destino, lo temo per me. / Perché anch’io ho sentito il tuono chiamare, e ho ricordato. / Hai voluto bufere, e bufere hai ricevuto. / Hai profetizzato, e le tue parole sono giunte per attraversare / il lento annerarsi del tempo. Sento la fiamma dentro di me.]

 

Allora ho subito pensato a Nick, e al mio primo incontro con lui in Colorado, nell’estate del 2014. Ho ancora ben fissati alla memoria i suoi occhi e soprattutto la sua voce, le sue letture cariche di un peso terrestre, di una “vecchiaia” (ma non una vecchiezza). Della gravità che pure rende i suoi versi nitidi e precisi. Ma è un peso leggero di bambino, che non so capire né spiegare, una parola intessuta di bronzo. Il tuono-poesia è un dono che spaventa, perché inchioda alle ossa di ciò che è bello, e conduce all’intuizione del proprio destino di poeta-bambino-amante: «I do not envy your fate, but fear it for my own». I poeti devono restare in ascolto, sentire il tuono di una chiamata, e ricordarlo continuamente: «For I have heard the thunder call, and remembered». È una visione continuamente presente: «a whole century blasted through a day». Anche se un secolo è conflato in un solo giorno, la visione della poesia appartiene sempre alla storia. Anna Achmatova («Questo lei può descriverlo?» «Posso» nella prefazione di Requiem) diventa per Nick un emblema della -resistenza amorosa- che fiorisce nella poesia contro l’avvilimento, contro l’impoverimento della vita nella storia. «They called you half nun, half whore». Il compito testimoniale, a cui alcuni poeti sacrificano la propria esistenza, fanno di Anna una regina, ed è quasi un’invocazione alla santa protettrice di chi si avvia sulla stessa strada: «you were the queen». Le parole nitide non conoscono inerzia, ma agiscono, «trapassano il lento annerarsi del tempo». Il poeta, impastato anche lui, come tutti, di buio e di tempo, scorge dentro sé la scintilla di una fiamma che anima la cenere:

 

You prophesied, and your words came to pass in

The slow darkening of time. I feel the flame within me.

 

pietro cagni

[1] Così nel 2015 Davide Rondoni durante il laboratorio del Centro di Poesia di Catania: «La poesia ha un destino di humus, di terra, a cui non può fuggire. […] La poesia ha a che fare con l’ineffabilità, con l’umiliazione senza rimedio tra la tua poesia e ciò che chiede di essere detto, che è enormemente di più rispetto a quanto riesci a dire. E bisogna essere aperti a questo tipo di umiliazione, alla quale non si può trovare rimedio. Questo è il senso dell’humus, della terra, di toccare quello che stai facendo».

[2] Le traduzioni qui contenute, di Nick Krause e di G.M. Hopkins, sono nostre.

 

 

 

 

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