FEDERICA D’AMATO – Per Marco, in ricordo

Io e Marco una volta abbiamo immaginato di scappare negli Stati Uniti. Io volevo tornarci, col barbaro coraggio di una ventenne che aveva perso anzitempo la sua giovinezza, nell’illusione che lì ne avrei trovata una tutta nuova, quella che forse non avevo mai avuto. Marco, invece, negli occhi già ci volava, camminandola col laccio del cuore finalmente sciolto dagli anni, da quel ciarpame di ferite che in Europa continuiamo a chiamare tempo. Lui era così: solo nel pensiero di cose distanti la sua festa si accendeva, nello sforzo di trovare le parole per dirle, e tra loro farle innamorare queste cose, questi enigmi che alla fine dei conti sono la nostra vita; Marco ne era l’incontro, e con le sue parole ne musicava l’esordio, il tono, e quando era il momento ne favoriva l’addio. In fondo un poeta non fa altro che questo. Negli Stati Uniti, insieme, non siamo mai andati realmente, se non con il pensiero di certe frasi, delle traduzioni dettate al telefono, di libri che sfidavano l’oceano per arrivare a salvarci, a placarci un po’ di quella sete che in provincia taglia la gola. Ma di provinciale in Marco non c’era niente, nonostante la scelta di restare a Pescara, “per protesta” – a volte quasi urlava -, in subordinazione di una nazione che si era giocata l’anima. Ora che Marco non c’è più, ripenso spesso a quel pomeriggio in cui la luce di marzo ci affilava i volti verso la sera, infreddoliti e arresi al richiamo di un sogno privato, ma uniti come i primi bambini del mondo dal testimone muto di un segno che più tardi sarebbe diventato Primavera. Seguirono altri pomeriggi, noi più leggeri incontro alla vela dell’Estate, il volto di Marco umbratile di parole sempre accennate, la camicia bianca non turbata dall’afa, e la sua vita di pesce d’acqua dolce costretta dal mondo a risalire la viltà di certe correnti. I tanti libri che negli anni aveva scritto erano la mappa del suo viso, una rincorsa di punti instabili verso la tremenda stazione degli occhi, lì dove, a dispetto di quanto si ostinassero le sue nuove convinzioni, una poesia continuava a scrivere se stessa.

Ho conosciuto Marco Tornar quando avevo 14 anni, in un libro intitolato “La scelta”, edito da Jaca Book nel 1996, uno dei pochi che Marco abbia scritto e pubblicato prima di abbandonare la poesia per dedicarsi interamente alla prosa; quest’uomo, dunque, cosa è stato per me se non un poeta? In quell’età in cui l’età si nega persino a se stessa, e la ricerca di un nome sconvolge dentro la forma della carne, le poesie di Tornar rappresentarono la roccia cui aggrapparmi non per evitare di affogare, ma per tuffarmi dall’alto in un più alto mare. Quando ebbi modo di conoscere l’autore di quei versi, e dirgli il ruolo che essi avevano avuto nella mia formazione, questi abbassò semplicemente gli occhi, dicendo che quel tempo, ormai, non poteva più essere contenuto da nessuna agenda.

 

DOVUNQUE C’è UN PROFILO

da “La scelta”, di Marco Tornar, Jaca Book, 1996

I

Dovunque c’è un profilo che segue

quello dei ciechi oppure

l’ultimo rumore di una piazza

dove ci sarà storia, anche qui, per i colori

di un teatro che urla

mentre ci fingevamo ancora dietro

a chi nasce davvero, senza il buio o la folla

per aver paura. Una parola

è pronunciata in ogni uomo e le donne

rispondono dopo, con una giustizia

che lega i minuti di qualsiasi mestiere

a un viso udito

in questi semitoni in quale agenda

dovrò cercarti.

 

 

 

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