Per la permanenza. Le poesie d’aria di Isabella Leardini.

Una stagione d’aria, Donzelli editore

Libro del restare, libro del “non andare via” detto all’amato, a se stessa, alla stagione, al mare. Libro che trema del male dell’epoca, il senso di impermanenza. Il verbo “restare”, coniugato in tutti i modi e le persone, fa da tema musicale continuo. Libro intimo perciò e al tempo stesso profilato sul tema chiave dell’epoca. Insomma libro che va letto con un occhio raddoppiato, pena non coglierne intero il valore. Infatti questo libro che si attendeva da anni, noi amici e lettori della Leardini, potrebbe parere il diario intimo di una voce femminile alle prese con le vicende dei diversi abbandoni (d’amore, di stagioni estive, di giovinezza) che ne segnano segnano l’esistenza. E invece non è solo così - il libro, tra versi magnifici dedicati a improvvise ansie, indurimenti, sorprese, ha una colonna vertebrale di acciaio, lo percorre una guerra, insomma.

Come tutti i poeti autentici la Leardini, piccola generosa maga della ospitalità coi suoi festival e le sue iniziative rivolte ai poeti più giovani, conosce e incarna il problema stesso di quello che intorno a lei spesso non ha voce e che né politici né economisti né sociologi valutano. Il drago re dell’impermanenza, quella forza che sembra trascinar via ospiti, villegganti, amanti, amici, parole... Non si tratta per nulla della banalizzazione sociologica intorno alla società liquida (mentre viviamo in realtà una società ferrea e rigida) ma il problema antropologico che si radica in una difficoltà di visione affettiva, la impermanenza. Problema che con sprezzatura e quasi velata ironia - una sorta d ironia mesta ma sapida che mai abbandona le pagine del libro - l’autrice infine in una nota dedicata alla pensione Irene indica nella sua radicale antichità e perpetua presenza agli umani, dopo avercelo fatto “sentire” per tutta la lettura. Il nome di una pensione e la mitologica classica rintoccano dello stesso musical dell’impermanenza. E la Leardini affronta l’antico drago, il senso del tempo e dellla impermaneza, con i versi apparentemente lievi dedicati alle rondini, a fiati sospesi, alle ragazze che scoprono i primi dolori, a ritratti accennati sapientemente per gesti, a ansie ripide e a poche dolcissime sorprese.

Libro scritto sulla sabbia bianca o nell’aria, mai appesantito dal passo che oggi caratterizza troppe poetesse pizie, saggissime, mezze filosofe, o mezze profetesse. A volte con leggerezza quasi da chiacchiera da pensione, con momenti da adolescente contenta di avere finalmente un moroso, o da titolare di pensione contenta di far due chiacchiere con clienti conosciuti da anni, ma sempre con una sorta di brivido d’ansia, di tremore, il tono poetico della Leardini raggiunge una maturità che la rende anche rappresentativa di tanta poesia al femminile che ne segue i passi, spesso con imitazioni non all’altezza dell’originale. Molte infatti leardineggiano, ed è inevitabile vista anche la generosa offerta di sè che la poetessa fa con laboratori, corsi, festival. Ma tale originalità è protetta da un costo di dolore, non solo da una perizia assunta da lettrice di poeti - il suo preferito Sereni innanzitutto, e altri suoi riferimenti come Riccardi, l’aria di Loi, più indietro le citate in esergo Elizabeth B. Browning e la visionarietà di Marianne Moore.

Intendo che il problema della permanenza, ovvero della esperienza che pare impossibile all’epoca contemporanea, è dalla Leardini illuminato in modo discreto e magistrale perché sofferto. Ne è venuto un libro calibrato anche in certi slanci che paiono quasi giocosi, in certe finiture di ritmo e di immagini tagliate nella carta di una aria estiva e di dopo-estate. Una prova matura, e però viva e intensa, capace di sorprendere e di farci vedere il mare, le rondini, le persone in modo più attento, più profondo, in questa epoca dove tutto grida a tutto, anche in silenzi altissimi: resta, se puoi. Come se l’aria portasse questo tremore e questo invito, in una stagione personale e comune.

Davide Rondoni

Lascia un commento