La pittura di Ricca ci guida verso l’origine, all’elemento essenziale e primitivo da cui tutto prende forma. La mostra è a cura di Luca Cantore D’Amore
di Martina Capezzuto
La galleria Fabbrica Eos inaugura dal 9 dicembre al 20 Gennaio La particella di Dio, prima personale di Riccardo Ricca (Cattolica, 1996), a cura di Luca Cantore D’Amore. L’esposizione raccoglie circa quaranta opere, alternando lavori consolidati e ricerche più recenti, e mette in evidenza con nettezza la sorprendente identità visiva dell’artista.
Fin dal titolo — un richiamo al bosone di Higgs, la particella che nella fisica contemporanea permette alla materia di esistere conferendo massa agli altri elementi — emerge l’idea della pittura come germe generativo, come nucleo minimo da cui ogni forma può prendere avvio. Ricca non si pone come narratore di immagini compiute, ma come esploratore di un “terreno originario”, lasciando che una materia primordiale — stratificata, segnata dal tempo, talvolta ossidata — riveli da sé le proprie possibilità. La superficie pittorica diventa così un campo di emersione, un luogo in cui qualcosa prende corpo lentamente, come se la verità dell’immagine precedesse l’immagine stessa.
Tra tele di grande formato e superfici su lino, si delinea un paesaggio in cui la materia si carica di risonanze primordiali, indagando il tema dell’Origine. Le opere — intense, stratificate, percorse da vibrazioni luminose e attraversate da zone d’ombra — tracciano una sorta di geologia interiore, un territorio in cui forma e principio si sfiorano continuamente. In questo spazio le immagini di Ricca non si limitano a rappresentare, ma accadono: campi di forza, costellazioni mutevoli, orizzonti che sembrano aprirsi e richiudersi sotto lo sguardo, come fenomeni in perenne trasformazione.
L’uso di tecniche non convenzionali e la forte materialità delle opere delineano un paesaggio ambivalente, sospeso tra cielo e terra, orizzonte e profondità, memoria e oblio. I cicli esposti — dai titoli evocativi come “Orizzonti”, “Costellazioni”, “Deserti”, “Radici” — non rappresentano forme riconoscibili, ma suggeriscono paesaggi mentali, terre prime, concetti e bisogni primordiali.
Questa personale rappresenta dunque una tappa significativa nella ricerca di Ricca: non un semplice debutto, ma una vera “antologia di esordio”, capace di fissare le coordinate poetiche e materiche su cui l’artista sta costruendo il suo lavoro. L’esposizione prende forma come un organismo vivo: le superfici non sono mai neutre, ma mutate da stratificazioni, corrosione e segni del tempo; la pittura non è un gesto istantaneo, ma un tempo sospeso, un atto di ascolto della materia che diventa corporeità.
Visitare La particella di Dio significa accostarsi a un’esperienza contemplativa: guardare oltre l’immagine, verso lo strato primigenio che la genera. È un invito a sostare in quella soglia minima in cui la bellezza cessa di essere mera rappresentazione per trasformarsi in rivelazione — di noi stessi, della nostra parte essenziale, del nostro rapporto con l’origine. La particella di Dio è quindi la ricerca dell’essenziale insito in ogni cosa: il nucleo minimo, fragile e mutevole, sospeso tra sparizione e rinascita, da cui tutto prende forma. Così la pittura di Ricca si apre a questa tensione: ogni superficie pulsa, si trasforma e si rigenera, e lo spettatore partecipa a questa danza sottile tra presenza e assenza, tra creazione e rinascita.
Foto di Fabbrica Eos
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