Odissea: il punto di vista femminile

di Nicoletta Bortolotti

Marilù Oliva, L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre, Solferino editore, 2020

In principio è la lingua. Non, in questa mirabile trascrizione del poema omerico, la lingua patriarcale del punto fermo, della verità absoluta, dei modi grammaticali della realtà o dell’imperativo, se il modo verbale racconta l’atteggiamento del soggetto verso l’azione. Bensì la lingua dell’interrogazione, del congiuntivo e del condizionale, del periodo ipotetico, già codificata da Virginia Woolf nella Stanza tutta per sé. La lingua delle donne, che parrebbe accendere anche di una diversa valenza simbolica il nostos, il ritorno di Odisseo, come nostalgia del ritorno a questa parola smarrita, confinata in una “lontananza che scotta”.

L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre, pubblicato a ridosso del lockdown da Solferino, è un poema originale, poietico nel senso del poiein, di un fare “cose che prima non c’erano”. Con l’audacia e la determinazione della saggia Penelope, ma anche con la geniale creatività e la perizia tecnica del molteplice Odisseo, l’autrice intraprende la navigazione nei “burroni acquei” dell’opera classica, orientando la mappa nautica a un inedito ago magnetico, traguardando i corpi celesti, il Sole o la stella polare, per mezzo di un sestante non ancora inventato: il punto di vista delle donne che hanno conosciuto o amato l’eroe acheo. E, poiché era omesso il loro sguardo sul mondo, era omesso altresì il linguaggio per narrarlo.

I mari letterari di tale traversata si rivelano insidiosi, inquietati da procelle, ma l’abilità sorprendente ed esemplare di una capitana di lungo corso come Marilù Oliva, docente di lettere che ha riportato la classicità fin dall’adolescenza in un proprio intimo e alchemico taccuino, si rivela nella scelta programmatica di una fedeltà. Fedeltà al testo, alla musica e al ritmo dell’epos, così come Penelope, fedele al proprio uomo, estrinseca la fedeltà a sé. La rivoluzione di tale geniale svolgimento non è nel contenuto dello sguardo femminile, ancora incardinato sul maschile secondo il contesto dell’epoca, ma nella scelta dello sguardo stesso. Donne oggetto di testimonianza si mutano in soggetti testimoni dei fatti. Leggiamo loro, per leggere noi.

La rivoluzione dello sguardo implica opzioni linguistiche rivoluzionarie. Per esempio nell’uso del tempo verbale presente in luogo del passato remoto, quasi un radicale atto di fedeltà all’antico aoristo astorico e indefinito, antitetico all’imperfetto o al perfetto delle azioni definite. Il presente innerva l’agire di una primigenia e gnomica purezza, sdrucendo il passato dalla storia per restituirlo alla nostra storia. E proprio come il tempo presente, flessibile, liquido e precario, anche Odisseo è “sfuggente”, “molteplice”, “composito”, “caleidoscopio”, “sconfinato”. E “piagato dalla solitudine”.

L’autrice procede, inoltre, a un meticoloso vaglio filologico come illustra nella nota finale, dove alcuni termini lasciati talora in greco ci vengono riconsegnati scevri dalle incrostazioni dei secoli. Ippos, che con ogni probabilità, secondo le più recenti acquisizioni archeologiche, non designava un “cavallo” bensì una “nave fenicia”; Magos, riferito alla “maga” Circe, un termine non presente nell’Odissea e introdotto nel V secolo, che indicava colei o colui che faceva uso di pharmaka.

Lo storico Marc Bloch, autore del capolavoro l’Apologia della storia, composto in carcere prima che la Gestapo incendiasse la sua biblioteca contenente migliaia di volumi e lo fucilasse nel 1941 in quanto ebreo, affermò che la conoscenza del passato è per tracce incomplete, ciò che muta infatti è la nostra conoscenza. E la storia non è scienza del passato, bensì scienza degli uomini del tempo. Potremmo estendere questo concetto anche alla storia della lingua, la cui conoscenza muta nei millenni mutando le immagini delle narrazioni e, dunque, di ciò che siamo, se quelle narrazioni ci specchiano. Se pongono anche a noi, stranieri e migranti come Odisseo intorno al limen della nostra identità e del nostro esistere, la medesima domanda che gli rivolge Arete, la madre di Nausicaa: “Tu chi sei straniero? (...) Da dove giungi? Qual è la tua stirpe?”

Se la verità oggettiva di ogni passato è solo parzialmente accessibile a chi non lo ha abitato e a chi lo ha abitato, la narrazione di tutti i passati è funzionale ad accendere il presente di senso. La narrazione storiografica dei fatti collettivi e quella psicanalitica dei fatti dell’io mutano in relazione al tempo e al soggetto narrante. Cambiare la prospettiva di una storia cambia i fatti? Oppure, da quell’epicentro lontano, ondula un presente difforme?

Interrogazioni che in filosofia della storia appaiono senza soluzione, ma non in letteratura, dove sovvertire la visione impatta sugli snodi narrativi, sulla tessitura dell’intreccio perché s’inverte la camera da presa, in soggettiva.

Un esempio su tutti: nel poema omerico è la schiava Euriclea a riferire a Penelope, inabissata nel sonno confortante di Atena, la vendetta consumata da Odisseo ai danni dei Proci ma, poiché nel capitolo dell’opera in esame si adotta il punto di vista della regina, Penelope viene sapientemente tradotta dall’autrice nello spazio nascosto di una veglia, da cui può osservare, e dunque raccontare, il dipanare della strage.

La filosofa Luisa Muraro, teorica del femminismo della differenza, afferma che la scrittura delle donne è politica, in quanto “la lingua che parliamo per comunicare con gli altri e metterci d’accordo è la mediatrice dei nostri interessi, bisogni e desideri, che costituiscono la materia prima della politica”. Lingua del desiderio, dunque, e della libertà, più efficace forse e più autentica della lingua della parità.

Ed è in questo visitare desideri e fedeltà che si esplica la forza dirompente, politica e poetica delle donne dell’Odissea, scalpellate dall’autrice a sbalzi di intimità, slanci, inibizioni, struggenze.

Desideri che, di volta in volta, attingono alla sfera di Eros come principio vivificante o di Thanatos come principio mortificante. Le figure femminili che irretiscono Odisseo simboleggiano in realtà proprio gli incantesimi che imbrigliano il femminile quando, scorporato dalla donna selvaggia di cui scriveva Pinkola Estés nel suo meraviglioso e oggi purtroppo meno frequentato Donne che corrono coi lupi, si convertono in icone di sofferenza, in eroine tragiche a cui il dolore concede almeno un’ombra di grandezza. “Donne che amano troppo” o che non amano affatto perché, nell’illusione di proteggerla, hanno smarrito i codici dell’anima, della psyché come soffio vitale.

Così a Ogigia, l’isola di Calipso “nell’ombelico del mare”, si impagina, archetipica e fatale, l’antologia degli amori irraggiungibili; Nausicaa rappresenta l’incanto e il disincanto del primo amore dell’immaginario, metro di paragone degli amori del tempo; Circe simboleggia l’affilata violenza del narcisismo seduttore, che colleziona vittime d’amore distruggendo per non essere distrutta. E la “maga” appare in queste pagine intensa e arresa alla mestizia dello sfiorare amore e felicità senza mai penetrarne il mistero, consolandosi con le orgogliose e misere difese dell’Io: “Meglio perderlo che trovarlo”.

Annodata nella propria schiavitù, Euriclea coglie nodi potenti. Riconosce Odisseo, travestito da mendicante, grazie a una ferita. Perché sono le ferite a dirci chi siamo, i vulnera, non le corazze con cui ci possiamo nascondere al mondo, ma non nasconderci. E le Sirene, che elencano i desideri degli uomini mutati in ossessioni, finiscono per soccombervi affamate di risarcimento. Mettono in musica l’illusione cogente, la tentazione biblica, il desiderio “sbagliato” da superare con l’atarassia. Eppure, forse, il loro “canto stellato di imbrogli”, che Odisseo è riuscito a imbrogliare, ci ricorda che siamo solo un canto stellato di desideri.

Fra gli dèi, timorosi dell’eternità e “gelosi che la morte non si curi di loro”, più che Zeus “egioco” o Ermes dai calzari alati, è Atena “glaucopide” a riferire una diversa fedeltà. La dea mentore non ha bisogno degli “uomini tellurici e carnali”, ma rimane fedele alla sua civetta, emblema della visione acuta e notturna della razionalità, qualità essenziale per le donne eppure considerata poco femminile. La dea non giudica Elena, così differente per genere di bellezza, poiché si è resa conto nel crogiuolo del dolore che “la bellezza è un sogno pericoloso, di cui non può usufruire chi la incarna. La bellezza non appartiene a chi ne è portatrice, ma agli altri”.

Atena si rivolge a Telemaco, ma anche a tutte noi, con l’inappellabile: “Ricordati chi sei. […] Ti procurerò dei marinai scelti…”. Il suo passare sul mondo è ancorato alla disciplina e alla volontà piuttosto che alla condizione d’immortale e richiama il celeberrimo motto di Eleanor Roosevelt: “Fai quello che puoi con quello che hai dove ti trovi”. Rammenta alle donne che, per inverare i desideri, non occorrono prodigi o principi azzurri ma intelligenza, umiltà e costanza del volere. Innestate però nell’inconscio. Nella consapevolezza inconsapevole. Nella penombra del sogno e dei sonni mandati da Atena a Penelope.

Ed è proprio quest’ultima e prima figura, la più innovativa e “femminista”, relegata a torto in un immaginario femminile tradizionale, di donna soggetta all’uomo e fedele a oltranza e cieca agli assalti del reale.

In questa appassionante rivisitazione, Penelope rivendica l’originario ruolo muliebre saldo, concreto, terrestre e insieme celeste, in contatto profondo con i propri bisogni e i propri desideri, con il proprio Sé, direbbe Jung, e con il sogno. La fedeltà di Penelope a Odisseo è prima di tutto fedeltà a se stessa.

Non tiene in conto solo l’amore autocentrico, come Calipso, Nausicaa e Circe, per salvaguardare in senso narcisistico un’immagine gloriosa di sé, ma anche il carico grave che l’amore allocentrico comporta in termini di responsabilità verso l’altro, verso gli altri, il regno, il denaro, i figli, la discendenza. Astuta e lungimirante, vessillo di parità fra i generi perché parità di desideri, la pazienza e la rabbia, con cui affila l’arte del compromesso e la conseguente solitudine, sono quelle di tutte le donne.

Penelope, madre salda e rocciosa, traccia i confini di una reggia e di una coppia. “Abbiamo dei segni noi due” dice al figlio Telemaco. E prima di “srotolare i giochi d’amore” si lascia piangere con Odisseo, perché sia l’amore a ricordarli l’uno all’altra. Lei che non ha bisogno di un uomo. Lei che semplicemente lo ama.

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