Nuovo Manifesto sulle Arti di Menotti Lerro e Antonello Pelliccia

Ospitiamo questo contributo alla riflessione estetica:

 

Città di Vallo della Lucania

Centro Contemporaneo delle Arti

Lancio ufficiale presso lo Storico Caffè Letterario “Giubbe Rosse” di Firenze in data 27 febbraio 2019, h.18.00 -
con: Omar Galliani, Giusy Rinaldi, Vittorio Santoianni, Rolando Bellini, Umberto Rovelli,
Gisella Gellini, Bernardo Lanzetti, Franco Mussida, Sandro Malevolti

Ho deciso di unire le forze a quelle di cari amici ancorati da radici artistiche pur diverse dalle mie, poiché ho compreso che in fondo l’arte è solo apparentemente divisibile. Di fatto, se si accetta tale punto di vista, quasi tutti noi, e io per primo, siamo – per dir così – degli artisti incompleti, capaci per lo più di svilupparci e di approfondire un solo aspetto di ciò che forse l’arte richiederebbe (lei che in verità non ha mai chiesto niente a nessuno e che solo dà a chi sa chiedere…). Del resto, a ben pensarci, avviene pressappoco lo stesso con tutte le nostre cose: Non usiamo, ad esempio, troppo poco il corpo e la mente rispetto a come si dovrebbe e potrebbe? e non è forse la nostra conoscenza di ogni dottrina e del mondo oggettivamente limitata?
Se penso a un medico mi accorgo che egli conoscerà bene (o comunque ne avrà una conoscenza maggiore rispetto alle altre) una sola branca della medicina. Non a caso, poi, tenderà probabilmente a specializzarsi proprio in quella specifica direzione; e tuttavia non resterà egli sempre medico, capace all’occorrenza di approfondire anche altri aspetti della sua materia? Il vero artista, dunque, credo segua simili criteri: è artista poiché possiede le caratteristiche fondamentali per essere tale – sensibilità, intelligenza, creatività, curiosità, strumenti tecnici innati o acquisiti, talento… – ma presto deciderà, per una ragione o per un’altra, di dedicarsi ad un peculiare aspetto dell’ingegnosa attività umana finalizzata ad accrescere negli uomini la sapienza atraverso la bellezza o la bellezza attraverso la sapienza, identificandosi, poi, nel ruolo di romanziere, pittore, scultore, musicista…
Sono giunto a tali conclusioni quando ho compreso che tutte le arti mi appartengono più o meno allo stesso modo, o almeno io sento di appartenere loro in egual misura. Più di 20 anni or sono – fa un certo effetto quando a dir così è un quarantenne – sono approdato ai principi che inducono l’uomo a ricercare la parola esatta, alla poesia e alla prosa, ma mi accorgo, ora, di percepire non diversamente le altre espressioni estetiche che il mondo propone e che ho imparato a ri-conoscere sempre più a fondo. Sento la musica pulsare nel mio petto come un battito scomposto e confesso che devo tenermi lontano appositamente dagli strumenti musicali, poiché mi basterebbe una scintilla e potrei ritrovarmi a dedicare a quella tastiera (o ad altro), un tempo non sporadico, che dovrei, per dirla bruscamente, sottrarre alla mia scrittura. Tempo, in verità, che è già fin troppo limitato anche per questa sola arte che furtiva si insinuò nelle mie carni lasciando lì il suo marchio salvifico e mortale quando ancora l’aria dei boschi non aveva peso sulle ombre che affollano i miei sogni.
Sono quindi conscio del limite temporale che rende difficoltosa l’idea di voler tentare l’impresa e imparare altro come vorrei, per potermi, poi, esprimere rendendo onore e gloria all’arte senza farne scempio come gli uomini sembrano in questo nuovo millennio aver deciso di voler, spesso, fare. Tutto questo mi suggerisce, almeno per adesso, di lasciar perdere, di non lasciarmi rapire, se non per mera curiosità, da ciò che non possiedo, evitando di mischiare le carte, rischiando in tal caso di non raccontare, in seguito, nel modo più alto ed efficace possibile, ciò che di volta in volta mi preme. Confesso, tuttavia, che forte è la tentazione e se la mia vita non fosse stata quella di un girovago, costretto a lavorare il triplo di tanti altri uomini che potrei definire di me più fortunati per quanto concerne i beni materiali, allora forse darei da subito libero sfogo allo sviluppo di nuove pulsioni. Credo che potrei esprimermi anche meglio di come faccia con le lettere attraverso pennelli e scalpelli (come da piccolo, in quella nostra falegnameria, che sempre ritorna): me ne accorgo dalla soffice follia che mi assale se vedo dei colori, una tela o trucioli sparsi, che già nei miei opali mille sfumature sovrapposte, capaci di dar voce all’immensità di uno specchio nitido interiore.
Tremo se vedo qualcuno danzare o cantare o progettare un oggetto – perché il design è arte, al contrario di ciò che dicono in molti –, così come un fremito mi assale dinanzi a un fotografo o a un regista che tutto vedono diversamente da come si illudono di vedere altri uomini. Mi basta chiudere gli occhi e mi accorgo che in me ci sarebbero visioni sublimi da trasporre sulla scena, se solo imparassi ad azionare una telecamera, a creare un effetto, ad accendere con un ciack un mozzicone di candela o a far dondolare, senza spinta alcuna, un’altalena.

Confesso l’incolmabile vuoto percepito dinanzi alle arti che non appresi e non prometto che un giorno non mi ritroverò coperto da mantelli diversi da quello che ora indosso. Ma pur se non dovessi mai farlo, come la ragione ben mi suggerisce, so che Artista è chi sa di poterli dignitosamente indossare tutti, quei manti variopinti in cui solitamente ci avvolgiamo per sfuggire al sole che vorrebbe scioglierci in un unico colore o a al freddo che di noi farebbe statue per il suo museo di mare senza sale. Si chiamerebbe “Artista totale” un essere siffatto, o “Artista” con la A maiuscola – finalmente, mi verrebbe da pensare – ossia capace di raccontare il quadro usando ogni singola nota musicale.
Il tormento di questa sera, ad esempio, più che scrivere lo vorrei suonare in una cattedrale o dipingere su un muro di un deserto, sebbene io mai abbia imparato a impastare un colore o a stenderlo o a sfumarlo, stemperarlo. Vorrei, infine, mentre la mia finestra quasi soccombe alla grandine di gennaio, dar fiato a tutti gli strumenti del creato per esprimere la dolcezza e il dolore che ho dentro e forse non basterebbero per raccontarvela tutta.
Quasi svengo, ora, dall’emozione nel confessarlo a me stesso: ogni arte necessiterei per poter vibrare come vorrei, per dirlo come mi piacerebbe, raffigurarlo come sento e vedo. Il poeta (che in questo caso è una sineddoche) che basta a se stesso, non ha probabilmente ancora compreso quanto necessario. I pittori più grandi che ho incontrato dibattevano in versi, suonavano violini, danzavano per strada, così come i grandi musicisti nascondevano dipinti e sculture; per non dire di quel romanziere dedito a una pietra vergine per cavarne gli occhi struggenti dell’amore che dalle consunte carte era fuggito.
Questo, ripensandoci, è accaduto di frequente anni fa – quando già avevo la fortuna di essere accolto da autentici Maestri – sebbene allora non avessi ancora realizzato, lontano dalla sapienza di chi la via mostrava. Ma oggi, che anch’io ho qualche capello bianco, tutto mi è d’un tratto terribilmente e meravigliosamente semichiaro. Questo da un lato mi entusiasma e da un altro mi getta nello sconforto. Nasce lo sconforto dal pensare che una sola vita non potrà bastare a imparare ciò che vorrei, e mi manca il fiato, sentendomi prigioniero dei limiti temporali o della vastità del campo.
Torno alla figura del medico che ho preso audacemente in prestito: mi ero in passato spesso domandato come facesse costui a specializzarsi, abbandonando così radicalmente gli altri nodi dello stesso corpo. Ora lo so: dolorosa scelta, necessaria, forse, all’eccellere, prima di unire ad altri le forze... E se questo vale anche per l’arte, allora sarà l’unione a regalarci l’Artista totale che cerchiamo!
Non poco mi consola questo pensiero: specializzarsi vuol dire creare eminenze settoriali, permettendoci di dare il meglio di noi agli altri, considerata la pochezza del tempo, e niente ci impedirà, poi, di unirci per donare al mondo, sebbene non soddisferemo in toto gli impulsi personali che forse in arte, diversamente che in altre sfere, hanno ancora una ragione d’essere. C’è, comunque, da aggiungere che anche nello stesso ramo artistico sentiamo in verità esigenze diverse: non a caso, spesso, restando nell’ambito letterario, scriviamo poesia, poi teatro, saggistica, aforismi e quant’altro; e mi chiedo, di rimando, perché non ci specializziamo, allora, in un sottogenere soltanto, seguendo così la stessa logica dei limiti che la donna luttuosa con la pronta falce impone o a quelli pratici della specializzazione. In quest’ultimo caso, invece, ci lasciamo andare, seguiamo l’istinto e l’impulso che ci portano ora in un verso, ora in una prosa: gialla, nera, rosa. Forse questo avviene poiché, nei casi citati, minore è il tempo da dedicare per poter apprendere qualcosa di diverso che solo un breve salto richiede: si sposta l’attenzione, in tale circostanza, su soggetti che hanno un etimo comune.
Questione spinosa! Guerra tra le mie stesse mani. L’entusiamo, infatti, nasce dalla consapevolezza che ogni viaggio ha una meta ambita, ma che altrettanto prezioso può essere il percorso che proprio lì conduce. Le mete senza viaggio sono quelle dei raccomandati, che si ritrovano improvvisamente laddove non sanno poi stare e che non comprenderanno quanto prezioso sarebbe stato arrivare spostando ogni sasso della via che alla cima conduce, giungendo lì e non subire la vertigine della vetta improvvisa, e consci di aver acquisito la mappa necessaria per la quasi inevitabile discesa.
Bisogna pertanto non essere voraci, assaporare il piatto con tutti i sensi, magari scoprendone in noi di nuovi. Le arti che non conosciamo sono il cibo che ci fa gola, di cui a volte assaporiamo piccoli bocconi che in ogni palato generano espolsioni…
No, non sarò vorace e non permetterò allo sconforto di fanciullo di non farmelo assaporare per la troppa smania. Dovrò essere paziente e accontentarmi di quella parte di mondo che riuscirò a vedere. E pazienza se dovrò, poi, ritornare in quegli stessi luoghi: Imparerò a riguardarli e a trovare in loro altri mitici particolari. Questa è la salvifica magia dell’arte che ci permette di “accontentare” ogni palato anche solo con il piatto preferito, quello che scegliemmo o che ci è capitato e che abbiamo imparato ad amare e a cui, soprattutto, mai vorremmo rinunciare.
Risposte, sono queste parziali risposte vagamente consolatorie. Mi sento piccolo e impotente dinanzi alle mie pulsioni gigantesche che mi spingono ineluttabilmente verso altri lidi. Ma è acciaio il sapermi accontentare di continuare il viaggio sapendo che in fondo la tappa intermedia è meta dove poter restare e, seppur immobile, poter da lì continuare a scavare, dunque vagare, creare, sognare… Del resto, lo stesso Universo non si potrà mai conoscere per intero, sebbene lo vorremmo, e non con questo ci sentiamo prostrati di fronte a tale incolmabile mancanza.
Dobbiamo abbandonare qualsiasi convinzione in merito al saper cogliere verità univoche e oggettive di una visione. Di ogni verità non è possibile cogliere che frammenti e sempre osservati da soggettivi punti di vista e dunque unici e irripetibili dato che lo spazio e il tempo saranno inevitabilmente diversi per chiunque volesse ripetere l’esperienza.
Una riflessione, ancora, va fatta sul tipo di arte che va sviluppandosi nella nostra società, considerando il mutamento della comunicazione e delle nuove proposte artistiche spesso stravaganti e tendenti a livellarsi verso il basso. Se accettiamo, come ho sentito dire in giro da molti movimenti artistici non solo giovanili, che tutto può essere “poesia” (giudizio critico di assoluta bellezza, applicabile ad ogni singola arte) succede che la “poesia” rischi un declassamento, ossia di non essere più la stessa, frutto di un certo studio, come lo è stata nei secoli passati, ma che possa diventare,
ora, un insieme di suggestioni e di effetti che sono in verità frutti ben lontani da ciò che il Dio degli artisti esige, come detto attraverso il rigoroso vangelo che gli uomini ispirati ci hanno nei secoli trasmesso. E poi: sarebbe davvero una così poco sapiente poesia quella che vogliamo e di cui necessitiamo? Forse, ancora una volta, bisognerebbe ripartire dai classici, anziché dare credito alle nuove mode che tendono a voler imporre, prepotentemente, la loro visione dell’arte, a volte figlia di intuizioni estemporanee che non hanno basi solide, altre volte figlie dell’arroganza di chi vorrebbe regnare per diritto di nascita.
Il nuovo millennio, che si pensava dover portare ricchezza, pace e sicurezza per tutti, si è rivelato molto problematico: Stiamo vivendo un periodo storico tremendo sotto l’aspetto della comunicazione (evito di addentrarmi in altri campi, dove il dramma sarebbe ben maggiore…). I social network – la cui vera rivoluzione non sarà stato scoprirli ma il riuscirsene a liberare – la fanno da padrone e hanno dato voce a chi poco o niente aveva solitamente da dire, silenziando, di rimando, gli uomini più saggi e ricchi di spirito, inibiti dal marasma generale. Una società che appare per troppi versi neomedioevale, come testimonia l’innumerevole esercito di coloro che pur avendo la fortuna di avere un lavoro più o meno stabile non riesce, o lo fa a stento, ad arrivare economicamente a fine mese (questo per dire che i nostri Stati sono sedicenti e non realmente civili). Ci si dovrebbe addentrare in ogni campo, ma qui chiaramente ci limitiamo a dibattere sulla Poesia, consci, però, che in fondo spetta ancora agli artisti sforzarsi di indicare il sentiero.
Ma qual è, dunque, la poesia, intesa ora come testo letterario in versi, proponibile nel nostro scenario contemporaneo? Fondamentale, dicevo, sarebbe ripartire dai classici, ancora una volta e sempre. Coloro che hanno cercato di innovare, in ogni arte, dimenticando la tradizione, hanno per lo più creato una rivoluzione effimera e spesso meno innovativa di quanto lo era stata quella di artisti vissuti nei secoli precedenti. Gli artisti che, invece, hanno assorbito l’insegnamento dei padri per poi tentare di migliorare il prodotto estetico o di stravolgerlo o di crearne di nuovi, conoscendo dunque quanto fatto in precedenza, sono stati in verità maggiormente in grado di innovare di chi aveva proclamato l’esigenza della tabula rasa (si pensi ad esempio al movimento Futurista comparandolo a quello Imagista di inizio Novecento).
Non c’è, infatti, innovazione senza conoscenza e senza la strenua lotta che ogni proposta richiede per sovvertire un’istituzione. I testi in versi – ma vale per tutte le arti – devono confrontarsi con i fenomeni odierni di globalizzazione, che hanno messo a disposizione di ognuno conoscenza più ampia di luoghi, saperi, tradizioni, lingue... Tutto questo deve essere considerato. La nuova poesia si nutrirà facilmente di testi altrui perché immediata ne è oggi la possibilità di “impossessamento”. Si pensi ad esempio a come Eugenio Montale, lungi probabilmente dall’essere innocente e in buona fede, si lasciò influenzare, per quanto concerne il concetto di “impersonalità” o riguardo alla tecnica del “correlativo oggettivo”, da Thomas Stearns Eliot allorquando venne a conoscenza degli innovativi componimenti di quest’ultimo freschi di stampa e di traduzione che il professore Mario Praz gli mostrò entusiasticamente, seduti al Caffè Letterario Giubbe Rosse di Firenze, appena rientrato da uno dei suoi continui viaggi dall’isola degli Albioni. Impossibile “nascondere” la propria opera oggigiorno per farla decantare a sufficienza per renderla veramente propria agli occhi del mondo e dunque è giusto prenderne atto e trasformare tutto questo in un vantaggio, o uno svantaggio, generale. La poesia che si scrive nel nostro presente è piena di influenze (altro che semplice angoscia) come mai avvenuto in passato. Soprattutto è piena di calchi di nuovi elementi appena dati alle stampe da artisti che a volte vivono dall’altra parte del globo e che magari non conoscono la nostra lingua né minimamente possono immaginare chi si approprierà e camufferà istantaneamente quei versi, facendoli propri. Va bene così! Se ne prenda coscienza! E si abbia il coraggio di dire che ciò accade!
Ma veniamo ai bisogni primari. La poesia necessita di tessuto esperienziale quanto di immaginazione e sentimento, ma soprattutto richiede studio. Non se ne può più di poeti che non hanno niente da dire e meno da insegnare e che continuano a riversare su carta fantasie poco rielaborate linguisticamente, spesso riprese da un quotidiano sterile privo di un benché minimo valore artistico ovvero di quei requisiti primari che la poesia e l’arte tutta sottende. Soprattutto la poesia ha bisogno di talento ben coltivato attraverso uno studio intenso capace di esaltarlo. Non c’è arte che viene dal nulla o, meglio detto, non c’è arte o talento che non si giovino di un esercizio preparatorio, uno studio costante.
Propongo, inoltre, una riflessione su una questione nata con il conferimento del Premio Nobel per la letteratura al cantautore Bob Dylan; e sarebbe “facile” e ingeneroso dire che non è stata una scelta felice, sebbene confesso di non averla condivisa. Tuttavia, dovremmo forse prendere atto che la più probabile ragione per l’attribuzione di tale riconoscimento a un paroliere è da ricercarsi nella modesta produzione poetica contemporanea.
Ma lasciamo da parte queste considerazioni e guardiamo ancora a noi. Antonello Pelliccia, che con me ha ideato questo viaggio interdisciplinare tra le arti, aggiunge quanto segue per indicare la chiara via che il Centro vuole tracciare e anche per chiarire le motivazioni che lo hanno animato:

“Partendo da una riflessione sulle affermazioni di Wittgenstein sulla teoria “rappresentativa del linguaggio” (concezione pittografica del linguaggio) ho iniziato un nuovo percorso di elaborazione del mio pensiero, della mia idea dell’arte contemporanea nella sua complessa articolazione e ricaduta nel mondo e nella società. Credo sia opportuno chiarire la mia posizione d’artista e come uomo, come soggetto responsabile, cosciente dei cambiamenti dei gusti, delle mode e dei linguaggi espressivi. L’arte ha da sempre influenzato il clima sociale, ha individuato, suggerito e anticipato possibili soluzioni alle problematiche del vivere e del convivere. La mia indagine volge alla definizione di una nuova interdisciplinarità artistica, con un’attenzione particolare alla sostenibilità e alla cultura visuale, come riferimento e connessione con le tesi di Wittgenstein sulla verifica interpretativa del risultato estetico, maturando il rifiuto verso la lettura formalistica dell’opera d’arte e conducendomi, infine, all’elezione della multidisciplinarità come metodologia essenziale della lettura della storia dell’arte.
Una riflessione e una constatazione del fare intorno a cui si è andato concentrando, in questi ultimi anni, l’interesse dei nuovi operatori della visione, delle culture visuali, ossia individuare nell’artista il ruolo di regista, ma anche di mediatore tra le varie arti che, attraverso il suo lavoro, contestualizza il background storico-politico e culturale della sua epoca. Un viaggio nel labirinto dei nuovi media, del teatro, della performance, del landscape design, del reading poetico, del video, del cinema, della musica, dell’installazione multimediale e delle arti affini. Tentativo-tentazione di uscire dalle inquadrature ordinarie.
Un confronto diretto tra l’artista e il visitatore, alla ricerca dell’emancipazione. Il concetto di opporsi, di sovrapporsi, di invitare a una risposta e a una responsabilità al fine di tenere in vita la memoria del mondo. Indagare le nuove potenzialità dei mezzi di comunicazione di massa, le tecnologie del web e dell’interazione, le connessioni con la fotografia e il mondo del design, nonché le relative ricadute socio-economiche. Responsabilizzare gli artisti verso una ricerca della definizione della propria collocazione nella società civile, in quella culturale e intellettuale, così da innescare reti di co-sviluppo riferite alla solidarietà tra artisti e alla interazione produttiva non solo tra artisti, ma anche con altri tipi di professionalità che possono sconfinare in molteplici ambiti, dall’introduzioni di stili di vita d’avanguardia all’organizzazione di eventi, dalle gallerie d’arte ai laboratori artigianali; è questo, credo, il ruolo dell’artista nell’odierna realtà sociale.”

Ciò che l’amico fraterno esprime mi sembra integrare alla perfezione il mio pensiero, e credo mi farà sentire meno solo, peregrinando tra le vie labirintiche dell’arte e dei giorni. Ma ecco che mi avvio alla conclusione di questo disquisire. Ringrazo tutti coloro – artisti stimati e persone lungimiranti – che hanno voluto aderire a questo nuovo progetto. Oggi, amici miei, approdo con voi al Centro Contemporaneo delle Arti di Vallo della Lucania. Forse questo luogo mi chiarirà meglio le idee e soprattutto mi dirà, lo spero, chi sono e come voglio esprimermi o forse mi farà impazzire di desiderio giocando con ciò che non conosco e che la sensibilità brama come un fanciullo lo zucchero filato o un pallone.
Perdonatemi, infine, la smania e questo ardito filosofare. Magari vi dirò meglio in seguito, quando la materia mi sarà più chiara per poterla diversamente argomentare.
Intanto – e con questo concludo – sarà compito del Centro Contemporaneo delle Arti tentare di scoprire dove si nasconde l’Artista totale!

 

Menotti Lerro
Antonello Pelliccia
01-01-2019

Lascia un commento