Isadora, Simonide e mia figlia.
Note su poesia e danza

di Federica Ziarelli

Non lessi mai il libro ma non ne ho mai dimenticato il titolo, che già di per sé contiene pagine e pagine di vita, di poesia: Tutti i figli di Dio danzano.

Il volo delle rondini, gioioso, inarrestabile, l'ondulante carezza del vento rosso di fine giornata alle spighe campestri, l'indispensabile andirivieni delle api da pistillo a pistillo, non sono una danza biologica, sempiterna, colma di necessità e di piacere? E non sono gli astri anch'essi, dei ballerini d'eccezione nel loro ruotare armonioso e incessante?

E il cuore, ritmando il suo e il nostro esistere, cos'altro fa se non ballare?

Per me furono folgoranti le collant di Alessandra Martinez, viste a quattro anni, in tv, tirate sui polpacci, e il tutù color ciclamino che occultava e a tratti svelava le sue gambe prodigiose. Poteva somigliare a tutto, essere ogni cosa: si involava leggiadra farfalla, stirava dritto un perfetto collo cigniforme, si schiudeva fiore, zampillava pioggia da quei piedini racchiusi nel raso rosa.

Desiderai anch'io fare magie tramite il mio corpo e iniziai molto presto a somigliare al creato, alle onde rovesciate e di nuovo in piedi, alle ali rapidissime del colibrì, ma pure al Creatore che decide Lui la danza e inventa coreografie strabilianti.

Isadora Duncan, considerata una tra le più significative percorritrici della “danza moderna”, da bambina, danzando per la prima volta a piedi nudi nell'acqua del mare, sentì il ritmo dell'oceano fluire insieme al suo ritmo cardiaco e dunque comprese come ballare significhi fondersi con la natura creazionale, con la natura divina, divenirne parte, non esserne più scissi e al contempo, capì che danzare le permetteva tramite il corpo, di esprimere il suo dolore e trasformarlo in poesia.

Per Simonide, poeta lirico greco del 556 a.C., “la danza è una poesia muta e la poesia una danza parlata”. Esse dialogano continuamente tra di loro e con l'eterna sapienza creatrice, che le ha fortemente volute al fine di spiegarci se stessa, dicendoci che Amore batte sempre e il suo ritmo infinito dentro cui siamo immessi, ha questo nome antichissimo e sorprendente, questo nome salvifico e consolante, questo nome che ci spalanca gli occhi di commozione, inducendoci grati a celebrarlo: Bellezza.

Ed io che da qualche anno contemplo mia figlia volteggiare leggera sul palco, rivedo la me di allora che si entusiasmava per come tra un grand jeté e una pirouette, le parole inespresse diventavano movimento, così mi convinco che finché danzerà, la mia bambina potrà sentirsi parte di qualcosa, mai schiacciata dal silenzio, mai veramente sola: il bum bum del mondo l'abbraccerà stretta, le concederà l'unione, la comunione.

QUANDO DANZO

Ho un corpo infallibile
quando danzo la tristezza
in punta di luce
tutta l'acqua scorre nel tombino
e la tregua è lunga.

Rosa rosissimo
il rosa delle scarpette -
coloralo con il prato lavato
dalla pioggia
e vedrai come in alto mi sollevo
quanto profonda sarà la musica

L'ABISSO DEI CIELI

Forse che mi sfiorò l'ala di un uccello
se frequento da secoli l'abisso dei cieli
e di laggiù più non conosco.

Senza paura frugo gli angoli della notte:
un insetto, il lampione spento, il clochard
tutti angeli travestiti
che il mio amore fa volare, riaccende,
ricopre di carezze.

Forse che mi sfiorò l'ala di un uccello
se l'albero entra in casa
e tra i rami io danzo
sulle spalle fiori di ciliegio
come in quel viaggio in Giappone
sopra le rovine del terremoto.

ANNUSAI UN PROFUMO

Annusai un profumo
a quattro anni
nel mio mondo interiore
già spirava
ma anche fuori:
rosse alte regine
le rose mi chiamavano
da dietro un muro
su cui correvano lucertole verdi
vene di pietra.

Avevo visioni allora
il grammofono ammutoliva
la paura buia della camera
coccole di nonna
alle note storte del mio respiro.

Credetemi, stavo ore in piedi
su una gamba sola,
fenicottero tra le canne smosse
o ballerina subito dopo
un velluto pesante di teatro.

“Osservatela, è una strega” per gli altri
“Stupida non parla mai” i bambini tutti.
E la mia faccia che non cambia
io che non piango,
che ancora cammino luce.

In salotto se dico giallo
sparisce il divano,
si slunga molto avanti
di narcisi un sentiero.

Per questo vengo oggi alla poesia.

Lascia un commento