Non una recensione. Dopo “Tutti gli occhi che ho aperto” di Franca Mancinelli

di Francesca Mazzotta

Franca Mancinelli, Tutti gli occhi che ho aperto, Marcos y Marcos, Milano 2020

Apro a caso. Pagina 54, fine:

[…]
Non credo ai muri divisori.
Chiudo gli occhi, e attraverso l’immagine.

Ho nelle cuffie l’Islanda dei Sigur Rós, sulla guancia sinistra il sole. Negli occhi ho Tutti gli occhi che ho aperto di Franca Mancinelli. Apro di nuovo, ma dall’inizio:

JUNGLE

quello che posso lo scaldo al fuoco. Abbiamo trovato una pentola di buona fattura. Chi ha bivaccato qui, ora è già forse in Germania. Questione di tempo, di soldi e di fortuna. I soldi li ha presi la nostra guida. Beve energetici da una lattina nera. Ha il sapore di sciroppo per il mio bambino.

Penso ad Ágota Kristóf, alla sua Ungheria, alla sua fuga oltre il confine. A Trilogia della città di K. Penso anche a Cormac McCarthy, a La strada, di nuovo, il diario di un passaggio, di un confine.
Come impariamo dalle note in chiusura, il frammento, insieme ai restanti «fotogrammi di Jungle» proviene:

dal bosco vicino Adaševci (Serbia), al confine con la Croazia. Con la chiusura del confine croato (marzo 2016), migranti e rifugiati che percorrevano la ‘rotta balcanica’ si sono ritrovati intrappolati tra una burocrazia ostile e rischiose vie illegali.

Non vorrei scrivere una recensione. Qui non basta definire, cercare una parola che denoti, analizzi. Non solo non basta: sarebbe ingiusto. Le dighe si spezzano, dagli occhi restituiti sulla carta a quelli di chi li accoglie, al di qua, dove il lettore ha ancora sete, è rimasto senza parole ma con dentro una miscela di correnti.
È questo che fa la vera poesia, io credo. Scaraventa dentro se stessi. Abbandona in un mare aperto a bere acqua salata. E non riusciamo a parlare.
Bevo succo al melograno, a sorsi. Il sole si è spostato un po’. Leggo due versi, come fossero due dita negli occhi che ho nella pancia, e li distinguo solo adesso. Questo è importante.
I due versi fanno parte della sezione che viene dopo Jungle, il cui titolo è il minuscolo ideogramma di una spirale:

sono le perle del tempo, le morti
le attraversiamo come un filo

Cerco di trattenerli. Chiudo gli occhi.
Franca Mancinelli ha tante doti: una voce che non prende scorciatoie o vie secondarie, ma entra dal portone. Un immaginario ancestrale, panteistico, che fa del corpo un albero, della mano un dono di rami. Ha una fede nella creazione, nel ri-crearsi di movimenti in addizione e sottrazione, nell’avvicendarsi ciclico della scoperta, dove la morte è intrinseca alla vita, nel senso che la intride: ed è naturale.
Ma il talento della scrittrice, esattamente, qual è? Nessuno può dirlo, forse. Forse è proprio questa la risposta: la non-risposta. Il canale ora dischiuso ora ostruito, l’osmosi che è barriera solo provvisoriamente – ciò che vince, forse, in una parola: l’apertura.
Dalla terza sezione, il terzo corpo del libro, che si intitola Alberi maestri:

era inerte l’aria, percorsa da tremori e scosse. Bisognava ritirarsi, mettere in serbo la vita, sospingerla verso zone dove si aprivano sacche di quiete. Così sono cresciuto in questa forma amputata. La strada accanto puoi vedere in me come brucia.

La natura che attraversa lo sguardo di Franca Mancinelli non è né madre né matrigna, è una spirale: sa essere apocalittica, comporsi di «tremori e scosse» di cosmica grandezza, costringendo il soggetto alla flessibilità di un giunco, costringendolo a «mettere in serbo la vita» – un istinto alla sopravvivenza fortissimo, che risuona come un dovere sempre tenuto a mente, ma mai compreso. E che si trasforma, poi, sia in dichiarazione di fede (ancora dalla seconda sezione della piccola spirale):

Dietro questa faccia di cartapesta
risplende in tutti un sorriso perenne.

sia in preghiera (dalla sezione eponima Tutti gli occhi che ho aperto):

pietà presto ricopri
il nostro nero andare
tra sonni e gesti.

Eppure, questa natura sa essere anche infinitesimale, «polvere» e «formica», centesimo di vita che si compie sotto i passi, tra le pietre dure. E sfascia le scarpe usurate.

La calpesti ogni giorno
la più piccola grazia,
fiore formica nell’erba che cresce
non ti scordare di me.

Mi fermo qui, più o meno, a un terzo di libro, senza un ordine lineare, ma da dove ho aperto.
Non una recensione: le parole non possono sovrabbondare, in questo caso. Vorrei che suggerissero, che avvicinassero a un libro folgorante perché vero, un libro che apre.
Imparo da Franca. Chiudo qui, per adesso, portando a compimento uno dei plurali cicli concentrici che la scrittrice ci offre. Quindi recupero i versi, prima lasciati di lato, della poesia che mi ha allacciato a questi mille e mille occhi mai veramente sigillati - ma in dormiveglia, piuttosto, mobili e guidati da «una legge di gioia».

Pagina 54, inizio:

corro. E sto fermo all’incrocio
dove rallenta, precipita
per una legge di gioia si trasforma.

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