“Non invano” di Giovanni Lindo Ferretti

di Eugenia Massari

Giovanni Lindo Ferretti, Non invano, Mondadori 2020

Quando l’artista passa dalla forma espressiva fluida, musicale – la forma che vive il corpo e lo usa per quello che è – alla forma espressiva puramente scritta e mentale, rischia. Venuto meno il teatro di luci, la divergenza nascosta tra reale e fotografia, l’energia di gruppo, l’eggregora o gioco della vanità che s’ingenera nella performance del concerto, la scrittura svela e rivela quello che l’uomo veramente è. Se per caso non c’era il trucco del sono come tu mi vuoi, quando saliva sul palco ad esibirsi.

In Ferretti non c’è.

In Non Invano – edito da Mondadori in piena emergenza – l'artista si racconta in forma di diario, insieme sciolto e riconnesso di riflessioni. Ad ispirarle frammenti di contesto, urgenze intellettuali, bisogno di organizzare la propria visione. La pandemia, il potere, il progresso che desertifica, dettagli esteriori della propria quotidianità. La neve, la vita nella campagna di Cerreto Alpi, la discesa a valle per lavorare, i tramonti, la predominanza dell’elemento naturale. Ogni tanto si affacciano personaggi passanti: monaci e donne in chiesa, i vicini di casa, i residenti e i villeggianti del paese. Fanno capolino dettagli interiori, la figura del padre e della madre, il passato della famiglia, il legame con l’origine. I cavalli – su tutti, Tancredi – sono ricordati teneramente, erano già stati cantati tra l’animale e l’umano.

Il passato musicale s’infrappone solo raramente. Come per il viaggio in Mongolia. Scopriamo il momento preciso in cui l’amore per questa terra nasce nel bambino, lo vediamo a scuola, discendente di pastori – famiglia residuale arcaica ma inurbata –, affascinato da una carta geografica. Ferretti ci racconta le piccole coincidenze sciamaniche. Dopo anni di attesa, di macchinosi permessi e un viaggio in Transiberiana, appena sceso dal treno prima figura vivente che gli va incontro ecco un cane, docile apparizione animale ma anche fatto spaventoso – Ferretti lo riconosce –. Prima di ripartire, un’anziana matriarca gli sussurra in un orecchio che occorre essere attenti per essere padroni di sé stessi. Il viaggio in Mongolia è l’inizio del ritorno.

Nell’attualità pandemica Ferretti riconosce la fase evolutiva finale della tabula rasa elettrificata che è la post‐modernità. La vede come obiettivo antispirituale, più che come illusione di sviluppo in sé. Lo svelava già Dostoevskij per bocca del Grande Inquisitore raccontato da Ivan nei Fratelli Karamazov, dove i neonati movimenti ideologici russi più che con la matrice economica, sono messi apertamente in relazione con l'odio profondo verso il sacro. È la Torre di Babele in marcia, immagine ritornante in tutto il libro e cantata nell’ultimo singolo Mal’aria. “Si costruisce senza Dio, non per raggiungere i cieli dalla terra, ma per abbassare i cieli fino alla terra”, come su Dostoevskij scrive Henri de Lubac, ne Il dramma dell’umanesimo ateo – lo ha recentemente ricordato il teologo e fisico Alberto Strumia –. Il sacro non era mai stato del tutto abbandonato da Ferretti, nemmeno ai tempi dei CCCP e, in qualche strano – sbattuto – modo, emergeva dal caos consumistico dell'intrattenimento musicale.

Niente di inutile. Nel bello e nel brutto, nell’affiorare e nel cadere, nel susseguirsi dei tentativi – le generazioni –, forma e sostanza nell’idea di Ferretti non sono mai state separate, come non sono separati Tu ed Io. Ovvero l’amante e l’Amato. E dunque l’Amante e l’Amato e quindi, per caduta dell’essenza – o per essenza che rivivifica la caduta –, l’amante e l’amato…

 Non Invano riprende, spiega, amplia, e allude a tutte le suggestioni del lavoro di Ferretti. Ritroviamo tutto. Chi ha amato la sua produzione musicale, troverà la conferma che non è mai stato dato un solo verso di canzone scritto da quest’uomo, che non fosse autenticamente sentito.

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