La preparazione come disagio luminoso su “Non ero preparata” di Melania Panico

di Davide Rondoni

Melania Panico, Non ero preparata, La vita felice, 2018

Libro del restare e libro dei vuoti, dunque libro innanzitutto di famiglia e di legami. E di strana conquista di speranza. Melania Panìco è poetessa impegnativa, chiede al lettore molto di più di quanto oggi in voga in diarietti sentimentali in versi. Chiede un viaggio gnostico (non a caso appare l'elegante spettro di Mark Strand) tra le sfumature di una sensibilità eccessiva (per fortuna) e di una ricerca esistenziale radicale. L'ultima sezione di un libro compatto e lavoratissimo si intitola, infatti: "la questione è la luce".
È un libro dove si insegnano "nuove vie al dolore", dove si colloquia con i morti e con gli assenti, dove le cose avvengono in una sospensione assoluta, come in una assoluta "impreparazione" al vero, al reale, al tempo. O forse trovando in questa "impreparazione", secondo i canoni soliti del vivere e del tirare a campare in questa epoca e società, la autentica "preparazione", la unica via per ascoltare il richiamo che dal fuoco del tempo viene sempre: "siate pronti..."

Poesia di vigilia, dunque, di soglie e di stanze che si aprono, di armadi che si svuotano e di ascolto del silenzioso dettato della paura, e di traumi (anche l'emigrare dei beccafichi "per me è un lutto") da cui si rinasce piano piano, con "la fatica dei granelli", con "una forma di assoluzione".
Ci sono poesie di bellezza notevole, di forza potente, come ad esempio:

Lui avrebbe fatto così
con le mani avrebbe spezzato il gheriglio
e noi lì a raccogliere frammenti di grida
e poi la sera alla fermata – l’aria guasta –
una multifilter spenta tra le dita
rumoreggiare i ragazzi
eppure noi contemplavamo quell’andare lento
ancorato alla strada
una roccia cosciente, smagrita
il peso specifico delle cose.
Aspettarti sotto foglie smilze
l’atmosfera dipinta per l’occasione
troppo profumati i rametti di lauro
perché, mi chiedo, non ci sei nel mio lungo

[inverno

ma il tempo è un braciere mansueto

Oppure, una delle più belle:

Calcola il ritorno
calcola gli sfoghi a perdere
la storia del nostro fallimento raccontata in un libro
calcola la clinica
il sangue prestato alla scienza la sala d’attesa

devi essere paziente

devi essere paziente

l’antidolorifico splendente
luci anche di notte artificio della calma
affrontare il giorno a occhi aperti la solitudine
gli spiragli nella solitudine il misticismo
calcola il respiro camminare a testa alta salire su un treno
non fuggire
calcola non fuggire confondersi con le cose
mai appassire

Della poesia della Panìco colpisce la visionarietà non esclamativa, una capacità di visione assorta e nitida. Se credesse in Dio o nell'assoluto sarebbe più vicina di così alla Dickinson.
Per fortuna non usa come troppe poetesse odiernissime linguaggi paraliturgici per ottenere intensità delle sue parole e delle sue visioni, perché ce l’hanno già nel fiorire loro in penombra.

Nella memoria la tua sembianza è una scala
un temperino che gratta in superficie
resiste solo l’odore di vecchio

e poi autenticare il vuoto è un lavoro da artigiani
si deve stare in silenzio
tutto diventa compulsivo
il rapimento della finestra
la traccia delle smagliature di vetro
che non sanno più appartenere al corpo
l’agglomerato feroce delle ore.
Il restare funziona così:
è un patto
disporsi in direzione contraria all’ombra

Una poesia che si costituisce sulla carne viva della esperienza ma mai esibendola in modo banale, portandola alla dimensione del giudizio, del contemplare, insomma del pensiero poetante. La Panico ama la fotografia, collabora con fotografi e sa che l'immagine non è la fine ma l'inzio di una eloquenza, è una soglia, un invito.
E anche laddove nei suoi testi qualcosa incespica, ridonda, o forse devia in una voluta svisata jazz (la Panico ama la filologia ma anche la musica) ci resta addosso in ogni poesia il senso di aver vissuto un momento che resta, una esperienza e non un testo che dice della esperienza di qualcuno... E questo è il segno della autentica poesia, che ci prende nel suo viaggio, e ci rimette più inquieti nel nostro.
Qualunque sia il punto biografico da cui la poetessa ha tratto il suo Non ero preparata, ora leggendola, accade che l'essere preparati alla vita (come essa è e non secondo i dettami dominanti o le superficiali convenienze) diviene il nostro duro, lucente problema. E anche di questo la nostra quasi Emily della zona vesuviana va ringraziata.

Photocredit: poesia.lavitafelice.it

Un pensiero riguardo “La preparazione come disagio luminoso su “Non ero preparata” di Melania Panico

  1. Molto belle le poesie di Melania Panico e molto bello il commento di Davide Rondoni : probabilmente un miracolo nel tempestoso presente!

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