Non diamo Cucchi per scontato.

Mentre si avvicinano i suoi 70 anni, un giovane poeta si fa sotto e gli fa domande partecipi e profonde. Così scopriamo che correva da piccolo agitando le braccine e ama Faulkner. E altre cose sulla sua lunga stagione di poesia.

 

Settembre 2015, Milano

Intervista a Maurizio Cucchi

di Marco Pelliccioli

 

Per il settantesimo compleanno di Maurizio Cucchi, presentiamo una libera conversazione con una delle voci poetiche più importanti del secondo Novecento italiano, autore di opere significative come “Il disperso” (1976), “Le meraviglie dell’acqua (1980), “Glenn” (1982, Premio Viareggio), “Donna del gioco” (1987), “Poesia della fonte” (1993, Premio Montale), “Per un secondo o un secolo” (2003), “Jeann D’Arc e il suo doppio” (2008), “Vite pulviscolari” (2009), “Malaspina” (2013, Premio Bagutta). Ricordiamo inoltre che Maurizio Cucchi è autore di opere di narrativa quali “Il male è nelle cose” (2005), “La traversata di Milano” (2011), “La maschera ritratto” (2011), “L’indifferenza dell’assasino” (2012). Non secondaria resta infine l’attività di traduttore di autori francesi, tra cui Stendhal, Lamartine, Flaubert, Prévert, Balzac e Jean Renoir.

 

 

M.P.La prima poesia da cui vorrei partire è “Coincidenze”, il testo con cui si chiude “Il disperso”, nel quale assistiamo alla trasformazione del soggetto in un altro soggetto e in un altro ancora. Un movimento in parte già annunciato nella poesia con cui si apre “Alcune scene”, la sezione finale del libro: “Non bastano più le solite ragioni. / Correggersi; essere tu, essere lui, / essere mille punti diversi… ora fissi, / ora rotanti… chi va, chi viene: uomini. / Le molteplici possibilità inespresse… / Essere parte con disinvoltura, condividere commosso. / Più oltre non potete andare, / mescolarvi. / Per non lasciare nulla di intentato / mi mancano, oramai, / tutti i più validi modelli”. Un movimento, una posizione, una continua trasformazione del soggetto narrante e narratoche non caratterizzano solo “Il disperso” ma tutta la produzione poetica successiva, per esempio“La donna del gioco” (“Ora il suo volto / è diventato la mia maschera. / Ciò che di lui sapevo / io l’ho versato in me. / Vado via anch’io, / figura umana in panni d’epoca / che non si pensa più”),“L’énigmatique”,“Giovanna D’Arco”,“Glenn”, “I disegni di carta” (“opponi dietro mille / volti nessun volto”, “nessun luogo / è la tua casa ogni straccio un possibile / volto”).

Come possiamo leggere questa continua metamorfosi?

 

M.C. È un procedimento che a me è sempre piaciuto e non so neanche il perché. Poi ho scoperto che nel cinema si chiamamorphing, quando si va al cinema a volte capita che l’immagine di un volto diventa un’altra e un’altra ancora. Ma io allora non lo sapevo, conoscevo solo il termine. A me interessa molto perché non ho mai creduto nella straordinaria unicità dell’individuo, anche perché vedo che in fin dei conti la grande umanità potrebbe dividersi in dieci, dodici tipologie, ci siamo dentro tuttiin questo. Poi sarebbe bello poter essere qualche volta un altro, io mi sento un po’ imprigionato in quello che sono e che sono sempre stato.

 

 

 

M.P. È un movimento che riguarda solamente la scrittura o che coinvolge anche la conoscenza del reale?

 

M.C.Soprattutto la conoscenza del reale perché a me interessa molto essere nel mondo, essere fuori, non ho nessun interesse per l’introspezione, se vogliono un ritratto del mio interno facciamo una tac, non so, qualcosa del genere. Mi ha sempre dato fastidio tutto questo sopravvalutare come straordinari degli elementi che, in fin dei conti, si riducono a poco. Tieni presente che quando io ero giovane, nel dominio della psicoanalisi…

 

M.P. Il racconto dell’altro, l’immedesimazione nel punto di vista dell’altro indirettamente riesce a raccontare qualcosa di sé in maniera più efficace?

 

M.C.Sicuramente, assolutamente, e in modo meno banale, meno narcisistico, quindi più aperto, più vitale.

 

 

 

M.P.Torniamo a “Il disperso”. L’intero testo è disseminato da una moltitudine di tracce, elementi che l’istanza narrante sembra cogliere appena poco dopo la loro comparsa e appena poco prima della loro scomparsa, manifestando, di fatto, l’impossibilità di coglierne in pieno l’origine, mantenendo tuttavia viva la possibilità di interrogarsi riguardo la loro attualizzazione, il loro essere qui e ora (“Io sono proprio di quelli che tengono le briciole nel taschino del gilé”, recita un bellissimo verso). Possiamo considerare, questa natura della traccia, un aspetto strutturante del reale verso cui si apre lo sguardo del soggetto poetante?

 

M.C.Io credo che il problema sia che noi non riusciamo mai, non riusciremo mai, ce ne andremo senza aver conosciuto le cose, semplicemente avendone avuto dei messaggi impropri, insufficienti, o delle semplici e vaghe epifanie. Poi naturalmente ne“Il disperso” c’era questa finzione di ricerca di una verità, di qualcosa del genere, che era qualcosa che assomiglia anche un po’ a un certo tipo di romanzo giallo, che però a me interessava prendere per deconstetualizzarlo completamente e utilizzarlo per estraniamento, come metafora di una ricerca di verità. Io non sono mai riuscito a leggere un giallo in vita mia, mi ha sempre annoiato prodigiosamente. Però non lo so, credo sia il nostro tipo di approccio con il reale che può fallire sempre per una misera circostanza, per un istante…

 

 

 

M.P. Si tratta di un fallimento fruttuoso?

 

M.C. Sì, ti dà il senso della complessità delle cose, del fatto che se definisci uccidi, mentre lì la realtà è sempre cangiante, per cui tu ne puoi prendere quella sfumatura in quel momento, mentre se fossi arrivato un attimo prima ne avresti preso un’altra, e quindi la continua metamorfosi del reale ti porta sempre a osservare dei particolari mutanti.

 

 

 

M.P.Veniamo agli oggetti. Ne “Le meraviglie dell’acqua” assistiamo a un movimento verso gli oggetti caratterizzato da una profonda adesione alle cose, alla riscoperta, al ritrovamento, a una sincera osmosi con il reale. A una dichiarazione d’amore verso gli oggetti – meravigliata, stupita, felice – che attraversa una delle sezioni più belle del libro: “Nel morbido cuore”. Un ritorno alla cosa che sembra manifestare un movimento simile a quello che compie Cézanne nel portare sulla tela l’essere delle sue mele, dei suoi oggetti, dei suoi corpi, con una continua tensione verso quel pre-mondo nel quale affondano le nostre radici più profonde.

Ci puoi parlare del ruolo, del valore e della dimensione che gli oggetti rivestono nella tua poesia, nel tuo sguardo, nella tua vita?

 

M.C.Beh, sono tanti i ruoli…Prima di tutto la conferma, in tensione, della felicità del mondo. Oltretutto, poi, sappiamo benissimo che siamo fatti della stessa materia, con tutte le arie che ci diamo gli oggetti e i manufatti appartengono doppiamente all’uomo perché sono fatti della stessa materia e generalmente sono prodotti dall’uomo. Tuttavia gli oggetti hanno subito nella nostra storia un cambiamento molto importante perché sono passati da oggetti che riguardavano decisamente, totalmente, la quotidianità della nostra esistenza a oggetti astratti, cioè a oggetti che non si consumano nonostante il “consumismo”, che è una parola secondo me molto sbagliata, perché semplicemente servono per obbedire a delle esigenze esterne che sono puramente mercantili. E quindi il rapporto diretto con l’oggetto, l’oggetto che si impregna della nostra fisicità, che si corrode insieme alla nostra presenza accanto a lui, il fatto che quell’oggetto ti racconti la storia di una vita ecc. ecc., sono cose che si vanno completamente perdendo. Io quando ero ragazzo conservavo sempre degli oggetti che mi ricordavano un momento della mia esistenza. Poi ho smesso di farlo perché oramai gli oggetti stessi hanno perduto questa loro forza di assorbimento poroso dell’evidenza umana, perché sono stati investiti di molta minore responsabilità.Tu citavi “Le briciole nel taschino”. Lì c’è quella poesia dove parlo di tutti gli oggetti che queste persone tenevano lì perché un domani potranno servire, e quindi io credo che tutto quello che ci riguarda dovrebbe essere utilizzato fino in fondo, spremuto di tutti i suoi contenuti per darci qualcosa di veramente importante per questa simbiosi con l’oggetto stesso.E ne “Il morbido cuore” c’era qualcosa che mi interessava ancora di più, cioè questa insoddisfazione per un mondo dove la mediazione agisce continuamente deprivandoti del rapporto diretto con il reale, di cui noi fisicamente abbiamo bisogno, anche per necessità di conoscenza. Di conseguenza il personaggio cerca di sfuggire da questa condizione alienante in cui tutto è mediato per arrivare a ritrovare un rapporto profondo, diretto, immediato con le cose. Questa è una realtà che secondo me oggi è ancora più importante. Quando leggo per esempio gli scritti di Latouche sull’abbondanza frugale credo che lì sia decisivo rendersi conto che se si vuole andare avanti bisogna trovare un altro modo di intendere la nostra presenza nel mondo, che non può essere quella di una continua corsa per l’acquisizione di beni o per un produttivismo assolutamente demenziale.

 

 

 

M.P. Questa riflessione mi ricorda molto “Il denaro e gli oggetti”, la sezione di “Vite pulviscolari” nella quale viene denunciata la crisi del valore dell’oggetto: “Gli oggetti sono cambiati, sono cambiato io. / Erano fatti per resistere, durare anche oltre noi; / costavano fatica, sangue, soldi, / erano carta assorbente opaca / che tramandava affetti e memorie. / Oggi sono lisci, lucenti, spettacolari / mucchi immensi di opulenza iniqua, / impermeabili, scivolano via / di mano, viscidi, io stesso / nel processo del tempo destinato / a questo oceano sgargiante di immondizia”. E ancora: “L’oggetto, avvilito, / non ha più da noi il suo nome, / né senso di terra e di cuore. / Ci è accanto remoto. Così, / senza traccia né attrito, ci siamo / estraniati, ci siamo un po’ persi / in questa identità pulviscolare”.

A tal proposito, a cosa rimanda “la conquista frugale” dell’oggetto evocata in “Malaspina”?

 

M.C.Al fatto che deve arrivarti un senso. Se le cose che abbiamo non hanno alcun senso, cosa ce ne facciamo? Sono solamente degli elementi decorativi che noi prendiamo in obbedienza a questa situazione.

 

 

 

M.P. Possiamo leggere un rapporto tra come è cambiata la fruizione dell’oggetto e l’affermazione di nuove forme di potere?

 

M.C. Sì, basti pensare all’obsolescenza programmata. Fondamentale. Cioè tu fabbrichi una cosa perché entro x tempo non sia più buona. Questo è quello che succede regolarmente. Poi è chiaro che se tu fabbrichi una merce che dura cent’anni, quante ne vendi? Il problema è di quest’ordine, solamente che l’errore è proprio nella parola “consumismo”, perché non si consuma la merce, non si consumano gli oggetti. Le robe rotte si buttano via adesso, una volta la gente le rammendava e non era solo una questione economica, era anche di rispetto per una cosa che ti è appartenuta, che è passata dentro la tua vita. Per questo mi chiedevo se questi oggetti, un domani, sarebbero potuti ancora servire come appartenenti a una cultura che non ci sarebbe più stata, che adesso non c’è più, assolutamente. Questo secondo me rende anaffettivo il rapporto con gli oggetti. Totalmente. Per cui non significano più niente. E questo significa anche che la gente è più vuota di dentro.

 

 

 

 

 

M.P.La quinta sezione de “Le meraviglie dell’acqua”, da cui prende titolo l’intero libro, si apre con una riflessione interessante sul rapporto tra percezione e memoria: “devo rivivere cauto / ogni minimo particolare: gli acrobati, / la plastica rossa sui capelli, / l’azzurro intenso, le gradinate… / o altrove il bosco, il confettino verde che galleggia, / lo slargo accogliente, melmoso, lontanissimi / i feroci spettatori… / ma non è un fluido / in attesa carezzevole… / impegno nel perlustrarla a fondo, occhioattento alla goccia minima, agli / invisibili finissimi abitatori; confrontarla / idealmente con l’altra, con quell’essenza / cancellata dalla memoria… / la gradualità degli approcci, la boa, / i diversi sapori…”. Particolarmente incisivi questi versi finali: “confrontarla / idealmente con l’altra, con quell’essenza / cancellata dalla memoria…”. Come se la percezione, nel suo movimento profondo, attento, cauto, volesse superare e liberarsi da una memoria, forse ingannevole, per trovare l’essenza più profonda e giungere alla verità dell’essere. Come se volessimo tornare alla prima percezione di un oggetto liberandoci da quelle forme sedimentate nella memoria che ci impediscono di coglierne a pieno l’essenza.

Ci puoi parlare di questo rapporto tra percezione e memoria?

 

M.C.Intanto posso dire che lì c’è una citazione del Tommaseo quando dice: “Minuta goccia d’acqua finissima / nutre invisibili abitatori”.È bellissima, lui ha fatto queste bellissime poesie che non sono conosciute ma che andrebbero riprese. A me lì interessava questa molteplicità dell’esistenza anche minima di cui abbiamo una conoscenza molto approssimativa. Per quanto riguarda la memoria lì forse c’era il desiderio di potersi riappropriare, di ritornare personalmente in contatto con un passato che sta dentro nel cervello ma di cui misteriosamente abbiamo conservato la presenza di alcuni elementi e altrettanto misteriosamente ne abbiamo dimenticati altri forsepiù importanti. Allora lì probabilmente interviene un meccanismo della percezione sulla cosa che lascia il deposito nella memoria trascurando certi elementi che magari potevano avere la stessa importanza, ma è strano che la nostra attenzione percettiva in quel momento abbia agito più su quelli che su altri. Questo è un po’ un mistero molto interessante. Però quando ti ritornano questi frammenti, anche remoti, vorresti ripossederli e riviverli come è stato allora. Credo che fosse un po’ questo, però, sai, è passato molto tempo, anche perché andando avanti con gli anni si ha sempre più voglia di tornare indietro mentre a quel tempo magari certe cose arrivavano naturalmente, non erano legate alla volontà di cercare qualcosa che era accaduto.

 

 

 

M.P.“Per un secondo o un secolo” si interroga sul destino dell’esistenza. Come è nato questo libro?

 

M.C.Il libro è organizzato con delle didascalie, come se fosse un romanzo sette-ottocentesco. Questo l’ho fatto apposta perché volevo che ci fosse questa continuità. Il libro è molto vario internamente, c’è un personaggio che parla persino del Fondo monetario internazionale. Ero stato in Argentina proprio appena dopo la grande crisi che c’era stata e mi aveva colpito questo fatto, per esempio, che nella Banca mondiale c’è uno stato che dice: “Combattiamo la povertà!”. In realtà l’avevano prodotta, praticamente creata. Poi ci sono pezzi molto vari, perché diversamente da quello che mi accade di solito, lì, in prevalenza, ci sono dei testi nati abbastanza a sé. Di solito io sto dentro un percorso di sequenze dove ci sono delle formelle da sistemare, tranne forse all’inizio perché il punto di partenza era proprio nella negatività di Beckett e di Malone. Però di tutta questa negatività, a un certo punto, mi sono detto: non è possibile che sia tutto così perché l’autore è straordinariamente complesso e quindi, come Leopardi, che quando vedeva una gallina era contento, anche lì a un certo punto c’è una spia dove sembra che ci sia un punto di apertura, e infatti l’ho intitolato: “Il Malone non muore”. Io credo che ci sia sempre questo, anche perché, anche in questo caso ci sopravvaluteremmo troppo, siamo stati gettati qui non si sa bene come, perché, né da chi. Io non ho credenze né non credenze, non mi hanno spiegato, se uno viene e mi spiega magari ci credo, ma spiegatemi. Ho fatto otto anni dai Salesiani ma non sono uscito con la spiegazione. Loro naturalmente me l’hanno data ma a me non ha convinto…Però, come ho messo anche ne“Il Malaspina”, in certi momenti tu se non sei un bruto o un uomo totalmente addentrato nel sociale, hai un senso di respiro e di adesione, e questo vorrà dire qualcosa… Come diceva Sereni, questo è il mio compleanno, non è che divento giovane, chissà cosa succede nel prossimo anno, ma “passiamola questa soglia una volta di più”. Èun atto di grandiosa magnanimità, di eroismo quasi. Perché non è quello ottimista che dice “che bello, meraviglioso!”, come Modugno, con tutto il rispetto per Modugno. No, non c’è niente di meraviglioso, però anche, come quando dice “Ma più importa che la gente cammini in allegria”. Vede fuori, il mondo, mica sta lì a raccontarsi le sue paturnie…

 

 

 

M.P.Nella tua poesia la profonda adesione, aderenza alle cose e alla vita convive con un sofferto sentimento del distacco, della morte, che tuttavia non nega, anzi sostiene, con un umanissimo gesto di coraggio, un’esperienza della vita sincera e autentica. Un movimento che trova la sintesi nei versi conclusivi de “La donna del gioco” (“Cammino verso l’impossibile e se il dolore /talvolta mi confonde credimi / non ho mai mancato la mia vita”), che trova espressione nell’intera sezione iniziale di “Vite pulviscolari”, “Il bacio della buonanotte” (“facciamo però in modo / che tutto diventi soffice, / intimo, familiare, affabile, /  anche nei gesti del crepacuore”). Un’accettazione del dolore come parte della vita che porta con sé un immenso senso di gratitudine e di amore: “mi sto specchiando nel tuo sorriso di ragazza, / e ti dico grazie, grazie…”, “Ti ritrovo ogni giorno di più nei miei gesti” (Vite pulviscolari), “Era la primavera del 53’ / l’inizio della mia memoria. / Luigi Cucchi / era l’immenso orgoglio del mio cuore” (Poesie della fonte), “Ti lascio il meglio del mio cuore / e con il bacio della gratitudine, / questa serenità commossa” (L’ultimo viaggio di Glenn). E ancora “L’angelo della fortuna”, “La tenerezza bambina della donna”.

Quanto, l’accettazione e la convivenza del dolore con l’amore per la vita contano nella tua esperienza poetica?

 

M.C.Io mi ricordo una cosa che mi diceva mia madre. Mi raccontava che quando ero piccolo eravamo andati ai giardini pubblici, io tra l’altro sono sempre stato un bambino straordinariamente timido, asociale, quindi molto inibito e controllato, però quella voltaracconta che siamo andati ai giardini pubblici e mi ha visto correre come un uccellino muovendo le bracciatutto contento. Questa è un’immagine che mi ha dato lei, non me la ricordo, però era vera evidentemente. Quindi questo tipo di piacere dell’esserci c’è stato subito. Però, contemporaneamente, il senso del distacco l’ho sentito in modo molto violento. Se dovevo andar via, distaccarmi, già allora, dalla mamma, ma ancora oggi dalla casa, tutto questo per me è sempre stato motivo di magone. Una prefigurazione inconsapevole del distacco totale. Per cui da una parte ho scritto anche: “Ma chi è più forte? Chi se ne va o chi resta?”.E queste due cose danno l’idea di quello che dici tu, della coesistenza, dell’adesione con l’orrore del non esserci più.

 

 

 

M.P. Non si tratta quindi di due aspetti che si sono contrapposti lungo la tua produzione poetica?

 

M.C. È chiaro che il mondo, gli affetti, la realtà sono sempre a più di una faccia. La realtà non è mai univoca, solo gli imbecilli pensano di poter fare un’affermazione. Io ho sempre pensato che, nel momento stesso in cui faccio un’affermazione categorica, una frazione di secondo dopo penso, ma non sarà vero il contrario? Chi ha una visione univoca è molto semplificatore.Come chi ha detto che “Il disperso” era mio padre, quello io volevo sfidarlo a duello. Cosa vuoi fare? Con le persone che non capiscono non puoi metterti a ragionare. Al di là del fatto che io quando ho scritto “Il disperso”  non sapevo come fosse morto mio padre, non lo sapevo, lo sai tu allora che me lo vieni a spiegare? Quando non capiscono c’è solo una dialettica, e se fossi pugile potrei praticarla bene…

 

 

 

M.P.“Poesia della fonte”si apre con una terzina importante: “Sono ridotto a una cornice / eppure mi attraversano / sentimenti bellissimi”. Si parla di un’ “obbedienza attiva” che traduce il “fondo” in “fonte” invitando a “Cogliere il fondo al fondo / e farlo infine erompere, sgorgare / dagli occhi, dalla pancia molle / ignorando se stesso”. Un movimento che indica la ricerca di una verità che non sembra avere un punto di arrivo, ma solo un impulso vitale animato dal dubbio e dell’ascolto. Lungo questa ricerca scrivi: “Forse la fonte è una frase / una domanda spaccata, una figura / che copre un’altra figura / e un’altra ancora. / Ma non all’infinito”. Come possiamo leggere questo movimento e quest’ultimo verso (“Ma non all’infinito”)?

 

M.C.Lì evidentemente avevo questo desiderio di vedere erompere fortemente tutto quello che era stato prima, che poi si è manifestato, credo come desiderio, in modo più esplicito nell’ultimo “Malaspina”, proprio in questo desiderio di tornare a un passato talmente remoto da precedere la nostra nascita, ma non tanto perché ci riguarda, anche naturalmente, ma proprio perché è bellissimo sapere che tu sei, come lì nel quartiere, dove della gente anonima ti ha preceduto. Allora tutto questo sta dentro questa storia e tu ce l’hai dentro, se emerge ti viene fuori una carica di energia straordinaria, dove il star lì a pensare il perché delle tue azioni e tendenze è così meschino. Con tutta questa enorme esperienza di umanità, normale, niente di che, che non lascia traccia, la gente è vissuta a milioni di individui senza pensare dove lasciare traccia, eppure l’hanno lasciata, anonima, e tutto questo ti passa dentro. Come quando dicono: “Quella casa è orrenda”. Sì, è vero, quei cosi lì da cesso non ho capito perché non li tolgano, però dentro lì c’è una quantità di storia umana che appena l’abbatti, la polverizzi.

In “Poesia della fonte” sentivo il desiderio di arrivare il più lontano possibile, dov’è il cominciamento della cosa. E dico una domanda completamente spaccata in due nel senso che non è neppure completamente enunciata, oppure, è distorta dalle distrazioni. Però è chiaro che non possiamo pensare che si vada all’infinito, perché è come quando un testo concede un’ampia libertà di interpretazione, per cui noi prendiamo queste immagini, le attribuiamo a questo significato e a un altro, e a un altro ancora. Non puoi andare all’infinito, perché se vai all’infinito cosa succede? Che prendi un commento de “L’infinito” di Leopardi, leggi il “Cinque maggio” di Manzoni e gli applichi il commento di Leopardi.Se vai all’infinito alla fine tutto si equivale. Su questo si è proceduto molto, in un certo tipo di orfismo della poesia, dove a un certo punto hai l’impressione che quel concetto sia fungibile, quindi sostituibile con un altro. Allora dici: qui se invece di dirmi “gallina” m’avesse detto “scorpione” cambiava qualcosa? Dovrebbe cambiare qualcosa…

 

 

 

M.P.“L’orizzonte degli eventi” è una sezione significativa di “Vite pulviscolari”, nella quale nei confronti del reale si assume una posizione “alla rovescia”: “Collezione / di capillari, legamenti, cartilagini, / paesaggi frattali a ricomporre, / alla rovescia, identità, / fisionomie, organismi”, passando dall’infinitamente piccolo al cosmo attraverso “scale, rapporti, microscopi”. Questa posizione è dettata da un desiderio di maggiore aderenza al reale?

 

M.C.Di maggiore conoscenza, forse. A un certo punto io mi sono resto conto che quello che vediamo e crediamo noi è quasi tutto sbagliato. Cioè, noi siamo qui fermi, ma come siamo qui fermi? Qui sta girando tutto quanto. Questa roba qui è solida?No, è in movimento. Noi siamo stati convinti, poi non più grazie a quel mascalzone di Copernico, che il Sole girasse attorno alla Terra… E allora mi sono detto, ma tutto quello che a noi sensorialmente appare è sbagliato. Tu prendi un cane, guarda quellolì: se noi per un istante avessimo il naso di quel cane saremmo stesi immediatamente, abbattuti dall’enorme circolazione di odori che il mondo comporta e noi non sentiamo. Quindiho cercato di dirmi: non posso darmi una spiegazione attraverso le invenzioni della metafisica, poetiche, magnifiche, o le invenzioni della religione. Vediamo un po’ cosa sperimentalmente sono stati in grado di stabilire. E mi sono anche un pochino appassionato a delle letture divulgative di carattere scientifico. Naturalmente so benissimo di essere un ignorante, di aver capito il venti per cento però sono contento di averlo. Finché possiamo cerchiamo di capire di più invece che continuare a ripetere delle stupidaggini.

 

 

 

M.P. Sempre in “Poesia della fonte” appare “l’uomo della Bovisa” che“non poteva immaginare / che il suo avvenire, così presto, / sarebbe diventato preistoria. […] In un oblio forse sognante, quei diroccamenti / e le navate al sole o nella palta, / gli immensi alberi strani contro il cielo, nelle refezioni, / gli insegnano la muta dignità delle rovine”. In questa poesia la memoria si propone come fonte della conoscenza opponendosi alla dimensione ossessiva di un presente eterno e assoluto, capace di ridurre un passato così recente già in “preistoria”, una “preistoria” che ha tuttavia la forza di insegnare “la muta dignità delle rovine”. Qual è il valore conoscitivo della memoria?

 

M.C.È chiaro che senza memoria non esiste poesia. Qualunque cosa tu a un certo punto tracci, può essere accaduto un minuto fa o l’anno scorso, lascia un deposito nella corteccia del cervello. Quindi la memoria è fondamentale, senza la memorianon c’è niente da fare. Io cerco di utilizzarla con discrezione e cautela perché non mi piace farlo programmaticamente o andare a pescare storie del passato per fare una ricerca fine se stessa. È chiaro che a volte sei calamitato in certe cose, oppure come Proust una cosate ne rimanda a un’altra, e allora quando c’è una cosa che ti prende in maniera molto forte, e non sai perché, devi investigarla, torni indietro e magari te ne renderai conto quando non sarai più giovane. Nel senso che oggi delle cose che ti raccontano ti restano poco, poi magari domani quando ti interesserebbero molto non c’è più nessuno che te le racconta. Allora cerca di fartele dire finché sei in tempo… Però, ripeto, non è che deve essere un esercizio volontario. Nella tua dimensione del presente un certo tipo di accensione misteriosa, che diviene in te, porta a interessarti di una cosa, può diventare un’ossessione. E allora torni ancora più indietro. A me capita sempre più spesso perché con il passare degli anni questo è fisiologico, è normale, capita a tutti, vedrai, le persone anziane tendono a valorizzare oltre ogni modo quel tempo lì.

 

 

 

 

M.P.Qual è la differenza tra il “presente totale” e il “presente sospeso” evocati in “Malaspina”?

 

M.C.Io credo molto nei momenti di totale sospensione, che un po’ li devi cercare, ma se li cerchi non li trovi molto. In certe circostanze ti rendi conto che, prima di tutto, quello che sei è quella cosa che siamo adesso, qui:il presente. Se continuamente deleghi al domani quello che sarai continui a bruciare la tua vita, in vista di che cosa poi? Non si sa. Quando dicono: “I giovani non hanno il futuro”, dico, caspita, comincino ad avere presente, no? Io mi sono sempre detto: “Futuro?” Magari domani sono morto”.Occupiamoci di quello che in questo momento c’è. Oltretutto vivi nel presente le condizioni migliori di armonia. Quando sei in un rapporto felice con l’universo, beh, questo avviene solo nel presente. Poi il presente, come ho scritto, contiene comunque in sé tutto ciò che c’è stato prima, di cui tu sai una parte, però non deve essere solo e continuamente il tuo personale, biografico, la tua storiella. Tu poi va in giro per il mondo, vedi cosa hanno fatto gli uomini di orribile e di bello, sei dentro a tutta questa roba qua. Ma perché, quanta gente ha contribuito a fabbricare tutta questa roba qui? E quindi la memoria è sempre dentro.

 

 

 

M.P. Questa dimensione “sospesa” del presente si contrappone alla dimensione di un presente che appare sempre più “totalizzante”?

 

M.C.Questo sicuramente avvienesul piano del clima, dell’atmosfera generale. Però quando succedono queste cose si creano, inevitabilmente, delle reazioni contrarie. Ora, voglio dire, se un milione di persone vive in questa dimensione, certo non ci sarà un altro milione contrario, però ci saranno mille persone che sentono il disagio di tutto questo perché è esagerato, esorbitante, quindi c’è questa reattività. Il fatto stesso, per dire, che il numero dei giovani poeti sia aumentato, beh, è sorprendente. Vuol dire che c’è intorno qualcosa di talmente contrario che chi vuole stare ancora nella sede della parola che dice, nella realtà vera della nostra esperienza, reagisce.

 

 

 

M.P.Il movimento archeologico operato dall’istanza narrante di “Malaspina” sembra voler riportare in superficie non solo le radici, la memoria, l’identità, ma pure “un fondamento, un senso / di presenza e adesione nel comune / destino”, “un filo”, una “religio” già annunciata nella produzione poetica precedente: “Vorrei solo mangiare, poter mangiare” / disse l’amico più caro e fraterno / in quel poco tempo che è il mondo, / che è tutto, che è /  un uomo che ti vuol bene” (Vite pulviscolari). E ancora “Dicono che l’amore si trasforma / passando dal fuoco al più tenero abbraccio. / Ma più conta che le sue radici / cieche insistano scavando / tra parole e silenzi intrecciando / nella pace i comuni destini, / il calore commosso degli occhi, / i cammini, la pietà, le carezze /che per sempre, anche se un sempre / che ha un fine, ci terranno vicini” (Vite pulviscolari).

Come ci puoi descrivere questa “religio”?

 

M.C.A me viene in mente come esempio quello de “La peste” di Camus, dove lui non enfatizza, lui ti fa vedere come la gente in condizione di estrema necessità ritrova questa solidarietà di fondo. Non è una barzelletta, non è una cosa da poco. Io credo che lui abbia assolutamente ragione in questo, cioè la nostra condizione è questa, di esserci qui per non esserci più, la gente cerca di aiutare a sopravvivere, cerca di aiutare, che è un istinto naturale, solo che è un istinto naturale piuttosto svalutato. Io una volta ho sentito un politico, per di più democristiano, o comunque proveniente da lì, che diceva: “Ma con questa condizione economica non possiamo permetterci di distribuire solidarietà…” Com’è possibile non renderci conto che la vita di questo qui che passa per la strada conta esattamente come quella di Obama o della signora Berlusconi? Come si fa a essere così ridicoli da non rendersi conto? E poi questo desiderio folle di differenziarsi, che è un segno proprio della non differenza, dell’omologazione totale. Perché tutti questi tatuaggi? Io ci pensavo l’altro giorno. A parte la moda, a parte il ridicolo di mettersi qui una roba da tendina, sì, perché sai, tu hai un quadro che se te lo dessero non lo metteresti neanche al cesso però te lo metti sul tuo corpo e il tuo braccio diventa un manufatto. Io ho pensato che forse è perché ognuno non si contenta più di avere un corpo normale con due braccia, due gambe, il naso, due occhi, eccetera. E allora vuole mettersi, imprimersi qualcosa che in realtà poi lo rende ancora più ridicolo e che però lo distingue da un altro. Io credo che ci sia questo, quest’omologazione che sotto sotto ha tolto i valori di semplicità dell’esistenza. Io cito sempre un’altra cosa che mi piace ripetere all’infinito, cioè delle persone che non desiderano lasciare traccia, semplicementevivono perché è questo che ci è dato, come il gatto. Ricordo anche mia madre che diceva: “Oggi sono andata in Piazza del Duomo, come sono contenta”. Questo è il nostro destino. Cos’è la nostra felicità, avere più soldi di un altro? Inoltre credo che ci sia un errore di fondo anche in tutta questa  sopravvalutazione del denaro da parte della sinistra. Volevo fare una poesia, ma forse non ci riuscirò mai, dove il muratore dice una cosa come questa: “Sfruttato? Eh, va bene, se il padrone mi chiede cinque, sei ore di lavoro al giorno, non di più, per due, tremila euro al mese, mi sfrutti pure”. Lui vuole il potere, la grandezza del denaro? Lasciamoglielo, sfruttami, basta che mi fai vivere normalmente. Non ti pare? Hanno sopravvalutato il denaro e hanno decretato il produttivismo a tutti i costi. Ma cosa vuoi produrre, la crescita? Non bastano queste cose qui che ci sono in giro? Quante televisioni voglio? Solo una decrescita può portare al miglioramento, ma chi lo potrà capire quando…

 

 

 

 

 

M.P.“Nel cortile delle giovani mamme” c’è una poesia che sembra rimandare a “Le case della vetra” di Raboni: “E proprio lì alloggiava il capomastro”. Quali sono stati gli autori più significativi per la tua esperienza poetica, non solo poeti ma anche i grandi narratori come Balzac, Stendhal, Flaubert, Zola?

 

M.C.Per la poesia sicuramente decisiva è stata la lettura di Eliot quando ero ragazzino. Io “Prufrock” non lo cambierei con nient’altro. Sì, lo so, “La terra desolata”, però “Prufrock”, forse perché ero all’inizio, mi ha spalancato e continua a sembrarmi un capolavoro assoluto. Poi Pound, i poeti dell’area milanese: Sereni, Giudici, Raboni che, insomma, anche loro, da lì avevano preso, oppure avevano qualcosa che veniva anche da lì. Questi senz’altro. Poi la grande narrativa: io a vent’anni mi ero letto praticamente tutto. A parte il fatto che bigiavo scuola a sedici per andare a leggere Kafka in biblioteca, ma a vent’anni mi ero letto tutto Proust, Musil, Joyce ecc. Credo che questi siano stati formativi. Poi soprattutto, venendo avanti, ho degli amori. È difficile che io abbia delle preferenze molto spiccate, perché non sono tifoso in fatto di letteratura, quando trovo una cosa bella può naturalmente coinvolgermi più o meno, però mi piace, come dire, la capacità, l’invenzione, la gestione dei materiali di alto livello. In questo senso tra i narratori che più ho amato sicuramente tra gli italiani c’èFederigo Tozzi, restando nel primo Novecento. Tra gli stranieri, i grandi dell’Ottocento francesecome Zola, impressionante rispetto a quello che tiinsegnavano (anche all’università) perché è un visionario barocco e te lo facevano passare per un sociologico realista. Balzac, che reputo in assoluto il più grande. Venendo al Novecento un autore come Faulkner secondo me è imprescindibile. Tu vedi lì la ricerca che non vuole blandire nessuno ma che, naturalmente, non ti ostruisce il cammino. Però la grande narrativa dell’Ottocento, certo, quando leggo Dickens resto travolto, Melville…Abbiamo un patrimonio mostruoso. Oblomov è un altro dei miei amori, tra quelli che comunque dovessi scegliere ce lo metto sempre. E dovremmo tornare a leggere i narratori italiani dopo Tozzi, tra gli anni Trenta e Settanta. Abbiamo avuto una stagione straordinaria e ti confesso che a quel tempo si leggevano anche con un certo spirito critico. Sempre meglio essere difficili che farsi piacere tutto naturalmente. Però, pensando a quello che è diventata poi la narrativa italiana e leggendo Bassani, Cassola, Pratolini, è stata una stagione di grandezza. Anche i meno importanti erano molto bravi, ma sono stati davvero banditi.

 

 

 

M.P.In una tua dichiarazione, riguardo la domanda: “Che cos’è la poesia?”, leggo: “La poesia è la parola che parla”. Per quale motivo?

 

M.C.Sì, ricordo di averlo detto, di averlo pensato, e lo penso ancora. Anche perché siamo in una realtà linguistica molto degradata, e di conseguenza le parole sono assolutamente prive di uno spessore storico, in genere non sappiamo neppure cosa vogliono dire. E oltre tutto aumentiamo questa ignoranza con gli acronimi, con le sigle, e tutto quanto. Cerchiamo di rispettare la lingua, e se non lo fa la poesia…

 

 

 

M.P.La poesia, quindi, fa un servizio alla lingua?

 

M.C.La poesia fa un grandissimo servizio alla lingua, oggi più di ieri. Quando io ero giovane e parlavo con Raboni, si diceva che la poesia doveva servirsi del parlato, era fondamentale, perché tu introducevi energia, esperienza. Ma oggi quale parlato usi? Allora devi fare un passo indietro,devi tornarea rivalutare la nobiltà della nostra lingua dove ci sono quelli che dicono “similitudine” al posto di “somiglianza” o ti dicono “devastante sentimento” perché quello che è passato è il linguaggio del medio giornalismo televisivo. Per non dire poi naturalmente dell’abolizione della parolaccia, nel senso che la si usa a tal punto che non esiste praticamente più. Io ho fatto un pezzettino nella rubrica che ho su Sette del Corriere nel quale ho detto: “Qual è la parola che in italiano si pronuncia di più? Ho messo, sì, proprio quella lì: C. ZZO”. Una volta, per lo meno, uno diceva la parolaccia ed era un segno forte. Adesso no. Senti le ragazze come parlano: “Mi fa cagare…”, dicono. Io una volta a scuola ho detto: “Provate a pensare al significato letterale di quello che state dicendo”. Mi viene un certo schifo. Questo accade perché si metaforizza a tal punto che il significato reale della parola vienerimosso, lasciato in lontananza. Ho fatto addirittura un pezzo sul DNA: “Il DNA della Juventus”…Siamo alla pazzia, no? Non perché io detesti la Juventus (che è anche vero), ma siamo arrivati al DNA di una società? Al DNA della Pirelli? È tutto mediato ulteriormente e sono convinto che la mediazione ci tolga vita e conoscenza. Sono sempre più radicato in questa cosa:l’uomo deve farsi male con le cose per sentirsele dentro, se no che è? Ora la mediazione è sempre più grande tra te e quello che stai facendo, e questo ti toglie di mezzo un bel po’ di fastidi, è evidente, però quanto ti porta via tutto questo?

 

 

 

 

 

 

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