Nicola Samorì, manuale della mollezza e la tecnica dell’eclisse

L’artista romagnolo alla Galleria Monitor di Roma inaugura la sua personale che sa di melanconia e orrore

di Flaminia Colella

Ha inaugurato lo scorso venerdì 1° ottobre alla galleria Monitor di Roma, Via Sforza Cesarini, 43, la nuova personale di Nicola Samorì, artista noto al pubblico nazionale e internazionale, romagnolo d’origine e di sangue.

Le opere di Samorì incendiano le mura diafane della galleria romana con un respiro doloroso, sbiadito dall’azione del tempo e dalla mano dell’artista che le ha manipolate, appositamente, affinché acquisissero toni oscuri, lasciando negli occhi e nello spirito dello spettatore un senso di abbandono e strappo.

Strappo dalle certezze, dall’apparente evidenza della forma delle cose che si presenta ogni giorno uguale e invece no - l’artista suggerisce con la sua arte - cambiano nel tempo e con il tempo lasciano emergere qualcosa. Samorì ci parla di questo “qualcosa” che emerge, sprezzante, di nascosto, insinuandosi come un pensiero duro al fondo della mente.

Nella prima sala campeggia un busto in marmo che collassa su sé stesso, contorcendosi in un dinamismo che gli fa perdere le ossa nello sforzo, abbandonando la forma umana e accogliendo le sembianze oscene della morte, della materia putrefatta, di un male, ci dice Samorì. L’artista è da sempre concentrato sul rapporto tra la “mollezza” della forma che si decompone e il male, come se la forma, insediata da forze oscure, lasciasse emergere il suo putrido e il suo marcio nel momento della fine, di una particolare fine che non ha volto.

Alla vista del busto collassante di Samorì, invero, giunge alla mente, per chi ha ben al centro del cuore le Scritture, l’Apocalisse di Giovanni, l’ultimo libro del Nuovo Testamento, in particolare i versi di cui al 3,14-22: “perché sei tiepido e non sei né freddo né fervente, io ti vomiterò dalla mia bocca”. A questo inneggia il suo uomo in torsione, sofferente e spaccato, è un uomo che viene vomitato dalla bocca di Dio. L’arte deve essere spazio per il confronto aperto con queste forze, con le potenze antagoniste della luce, ma che albergano parimenti nello scrigno del mistero.

Tutto intorno, come in una serie di frames cinematografici, disegni fatti a inchiostro su foglio bianco che rappresentano il corpo, i corpi, le loro agonie e i loro patimenti. Nella stessa sala, specchiandosi dentro un suo analogo nero, speculare, posto nella sala accanto, un quadrato di marmo bianco su cui impera l’impronta di una mano schiacciata, colata giù, anche lei fotografata nel momento dello strappo con la materia, colta nell’atto di andare via, di essere dimenticata.

Ma la grande operazione, lo spettacolo che lascia esterrefatti, è quello che trova il suo spazio d’elezione sulla parete sinistra della sala più grande della galleria: lì, quindici dipinti appartenenti alla prima produzione dell’artista, inediti, appesi al muro, sottoposti a un processo alchemico grazie all’uso particolare della foglia di rame con cui l’artista ha ricoperto ogni tela per ottenere l’effetto cui ci si trova di fronte, emergono su un sfondo scuro come sul fondo della memoria antica, collettiva, ma anche intima, personale. Ombre, fantasmi, teste di cavallo appannate si scorgono a fatica attraverso la patina opaca delle opere, invitando a uno sforzo visivo e cognitivo lo spettatore, invitandolo altresì a entrare in sé stesso e cercare nella cassa abbandonata al fondo dell’anima le figure che ha lasciato scivolare via senza cura, senza attenzione.

Ombre e ferite così a fuoco, come è solita essere la mano precisa, la voce piena, matura di questo artista che non ha paura delle tenebre, rimangono negli occhi, nei giorni che seguono questo spettacolo, e in quelli dopo ancora.

E nella testa rimane un interrogativo, dissonante, come piantato nel terreno sempre troppo pulito del pensiero, che fa eco a quanto scrisse il poeta francese sceso all’inferno nell’800 per guardarlo in faccia: si va a Dio solo attraverso lo spirito?

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