Nella pietra, cioè nell’accadimento.

Recensione a Nella pietra, Moretti & Vitali, di M. Mandorlo

Davide Rondoni

Mandorlo è come dice il suo nome stesso è alla ricerca continua della primavera. La sua tenacia, potente e al tempo stessa quasi smagata, serena. Con buona pace del Calvino delle stracitate (purtroppo) Lezioni americane che parte dall’assunto che la realtà si sta pietrificando.

No, il reale in quanto continuo evento è il contrario della pietrificazione, a cui resterebbe da rispondere con il salto di Cavalcanti sulla tomba, ovvero la leggerezza mesta e narcisa di una letteratura che assegnando a se stessa il ruolo di ricercatrice del mondo finisce per essere ricreazione noiosa per pochi.

Mandels’tam sapeva che La pietra, kamen, è fondamento, è verità in atto. In ebraico il verbo essere, il nostro “è” che indica la sostanza e la permanenza viene dato con il verbo che indica l’accadere.

La pietra del mondo è la verità del suo accadere stratificato, ctonio e abitato da crepe e precipizi. Ma anche da eruzioni di luce. E di lave luminose.

Mandorlo è un cercatore non inquieto, nel senso che la sua esperienza di viandante e discendente di migranti gli insegnato che qualcosa di interessante si trova sempre. Qualcosa che valga la pena del cuore. In una stazione come in un deserto.

Le figure non pietrificano nel dolore. La vera pietrificazione è farsi luce. Dalle raccolte precedenti a questa il poeta che dai margini della Romagna si è insediato nel cuore di una biblioteca milanese passando per l’Australia, per un matrimonio e molte scoperte, ha maturato una essenzialità e una scabra consapevolezza. Così che la poesia diviene in lui una sorta di quelle liturgie della luce contadine, che nel buio delle campagne e nel freddo di febbraio annunciavano – e ancora annunciano-  senza sfarzo ma con il vivo del fuoco la presenza degli uomini e la loro speranza.

La poesia di Mandorlo brucia gli incensi di una scansione e di una dizione luziane del testo in una personalissima combustione e con aperture di porte, finestre, fessure. All’orecchio del lettore allenato certe movenze suoneranno sospese tra maniera e struggente vivissimo omaggio. Ma è un Luzi visitato dalle visioni dell’aperto, del naturale dispiegarsi di vedute di un Murray o di Heaney oltre che di poeti di terre lontane di cui Mandorlo è traduttore. Così che la sua voce così italica si muova cercando un ardito equilibrio tra la lingua del nostro miglior novecento dantesco e la ricerca di un nuovo matrimonio con il mondo (secondo l’espressione di Heaney) che in molte voci si dissemina e parla. Non a caso la presenza di dialoghi con opere di pittura di Congdon e Covili non sono esercizi critici in versi ma potenziamento di visione.

La stazione di Milano, ” bianca bestia/ braccata/ da tutte le parti”, o lo Zen di Palermo, o una Darsena sono luoghi di una compresenza di pensiero e tempo, di vita e morte e di quella che Pietro Montorfani bela postfazne registra come “desiderio mai spento di resurrezione”.

Mandorlo che porta il nome dei “mandorli mutilati” di D’Annunzio, ovvero della bellezza tragica espressa così altamente e vastamente nel Novecento, sa che la sfida è dare voce a tale desiderio e ancor più al segno della Resurrezione.

Ne viene un libro di pietra – cioè di accadimento del mondo- su cui passano acque, venti di memoria, affetti e pene. Che poliscono la pietra. Ne rivelano la venatura e la stratificata geologia di significati e analogie. La pietra di Pietro e quella angolare, la pietra del vero, la pietra che rotola dalla tomba e la pietra che il  cuore non vuole diventare.  La macina insomma, che del grano fa farina e pane e corpo e che -nota Giancarlo Pontiggia nel risvolto-  crea una “lingua scheggiata e sofferente”. Perché, come mi disse Testori una volta dinanzi a una frase molto citata della Campo a riguardo del poeta come entomologo osservatore della vita, “non basta osavate il mondo, occorre soffrirlo”. Tale sofferenza piena di desiderio è probabilmente il nostro contributo al farsi del mondo, al suo accadere, quando sappiamo riconoscerlo poeticamente, cioè con la umiltà stupefatta è un po’ timorosa dei bambini…

Quel che non pietrifica, in senso di perdita di vita e indurimento, infatti, è solo ciò che ritorna come bambini.

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