Nella foresta di Franz Krauspenhaar

di Federica Ziarelli

Franz Krauspenhaar, Nella foresta, Ensemble 2021

 

Quando si legge un libro di Franz Krauspenhaar, come “Nella foresta”, l'impressione immediata è di stupita meraviglia di fronte ad una voce poetica che non si attarda in pretenziosi e inutili formalismi né mai viene diluita nella sua potenza di farsi ascoltare, da artifici concettuali e sintattici; qui non esistono effetti speciali, piuttosto slanci accorati, che solo un’interiorità protesa, scoperta, mai sulla difensiva, sa esprimere.
Franz Krauspenhaar sembra dirci che la vita è combattimento, che in essa la viltà del fuggitivo è il più grande peccato, e ce lo dice con parole che come colpi di sciabola tagliano e affondano in profondità. Sulle parole di Franz gravita una fame implacabile, perennemente accesa, sempre protesa verso un’esistenza che deve tornare ad essere autentica, degna dell’antico afflato umano che la vuole appassionata, avviluppata in “una felicità senza scampo”.

Un altro assoluto protagonista della sua poesia è il tempo, che frequentemente si arresta in una estenuante attesa, attesa del sonno: “e si direbbe che non finisce mai/ nella lotta all'ora della notte,/ contro il sonno che non viene/ che non trattiene fosco e duro,/ un marziano d'oro, illuminato,/ che ti stordisce quando è mattina”, attesa nostalgica di un trascorso che torni: “oh tempi belli, quando mio padre era/ nel bosco e ci proteggeva, quando mio fratello saliva le scale e io lo proteggevo”, attesa di qualcuno che porti ad un cambiamento, attesa di qualcosa che cambi, che porti un respiro nuovo: “ho forte ora il bisogno della tua aria, anche/ se non so chi sei, nemmeno lo sospetto”.

Milano è la città natale di Franz, amata e odiata, onnipresente, sfigurata da anni impietosi, resa inospitale dalla calura estiva, dai maltrattamenti degli stessi abitanti: “questa città è un coltello cifrato,/ come una combinazione del sangue,/ tibie rotte, in mezzo ad un cielo/ che sembra reduce di un viola chiaro// Un cielo senza nuvole/ e scopo, si poggia alle transenne/ del male, così non vedi nulla”. Costante pertanto risuona il desiderio di un altrove, di un luogo non contaminato dall’ipocrisia, dalla noia, dagli automatismi dell’abitudine: “l'unico mio desiderio è di non morire qui,/ non fare una morte quotidiana come mi stava accadendo,/ vorrei morire all’aria aperta,/ nella mia ora d'aria, nella mia eternità illusoria,/ lontano da qui”.

Ricorrendo ad un fraseggio fulminante, dove il ritmo non perde mai fervore, Franz Krauspenhaar cesella immagini traboccanti di un eccezionale complesso metaforico, che conduce il lettore a empatizzare con il suo sguardo lucidissimo e drammaticamente consapevole e a interrogarsi in maniera straordinariamente intensa su cosa significhi l’immanenza intollerabile del dolore, la spossante ma necessaria ricerca dell’eterno, della compiutezza, di un qualcosa che si avvicini il più possibile al vero della vita.

Tutto è stato fatto, sperimentato, tolto

Tutto è stato fatto, sperimentato, tolto,
le mani vuote, i calli dissolti e l’attesa
di un nuovo giorno che non torna.
Che arrivasse ora, che di pensare
abbiamo l’abitudine, il morbo
cerebrale, non ci sarebbe gusto nel separarla
dal torso, sarebbe un giro di giostra
senza infanzia, la vita senza importanza,
un burrone spietato che non accoglie
niente, un burrone finto, esalato
dal respiro dei morti. Ora ti ho avuto:
sei come un frutto esploso, divenuto
seme in una fossa spenta a ogni tocco;
dove le radici non quadrano i conti,
dove è fatale non ritrovarci, dove
la memoria è ghiaccio che mai fu fatto
d’acqua.

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