“nel lampo che resuscita // il deserto”

Una lettura a “Il numero completo dei giorni” di Giovanna Rosadini (Lorenzo Babini)

 

Ciò che innanzitutto colpisce del nuovo libro di poesia di Giovanna Rosadini, “Il numero completo dei giorni”, è l’articolata architettura entro cui sono disposti i testi. Seguendo il criterio della suddivisione in parashot dei libri della Torah (suddivisione secondo cui l’Ebraismo definisce la lettura settimanale nell’arco di un anno), ogni poesia (o gruppo di poesie) è associata ad una precisa parashah, indicata con il suo nome ebraico, e costituisce una sezione a sé stante. Macrosezioni sono invece rappresentate dai cinque libri del Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), fuori dalle quali si collocano soltanto due poesie: la prima posta come prologo e l’ultima d’epilogo.

Estranei a qualsiasi intento didascalico, i testi si presentano come un personalissimo e non sempre trasparente controcanto ai passi biblici, nella complessiva analogia tra la vita umana e il tormentato cammino del popolo d’Israele in cerca della Terra Promessa: “Non sappiamo / quanto lungo il tempo dell’abbandono, quale / precisamente sarà l’arrivo, se mai ad uno / giungeremo. Conosciamo solo la necessità”.

Il soggetto di queste poesie si realizza infatti nell’espressione di un “noi” sempre alle prese con un Dio mai nominato né esperito (se ne conoscono i comandamenti, la distanza, gli sconvolgimenti che opera) e i propri fantasmi. Un “noi” che è “l’eco estinta / di un sacrificio, il pugno levato su ombre / che non si ritraggono”.

Altrove il legame tra poesia e riferimento biblico è sottile e sfumato. È il caso, per esempio, dell’episodio della benedizione di Isacco al figlio Giacobbe, occasione per la Rosadini di abbozzare i termini di una non pacifica poetica: si tratta di sottrarre la parola alla sua volgarità; rovello dei moderni da Mallarmé a Luzi: “Dare un corpo alle parole, toglierle / dalla notte impalpabile e affamata / d’aria, che abbiano peso, che sudino”.

Se poi ha senso individuare alcune costati stilistiche, si segnalano: la presenza di rime forti, soprattutto interne, da cui un ritmo litanico (caso emblematico è la prima poesia dedicata alla Creazione); la rarefazione semantica del linguaggio nella tensione verso una vertigine metafisica, debitrice forse dell’ultimo Luzi (“tu- // pietra angolare del mio basamento, / cataclisma sospeso sul mio discernimento”; “Mi sei davanti ed è una resa, un fermo / immagine nel fiume che convoglia, linfa rappresa / nella forma di una faglia. […], “nell’equilibrio denso / attraversato dall’assenza”); la tendenza a isolare, in chiusa, un verso o frammento di esso (“non avrò più spiagge né flutti né anfratti, // e sarà guerra”; “[…] pronti a sciogliersi // a un nuovo sole”; “[…] nel lampo che resuscita // il deserto”).

Corona il volume una nota di Davide Brullo che, lungi dall’essere una postfazione, è da intendersi come interessantissima prova artistica scaturita dalla lettura delle poesie raccolte: undici pagine di una prosa tesa e suggestiva, fitta di riferimenti autobiografici e di magnifica fantateologia, come questo: “Immagino il tabernacolo: un labirinto di lenzuola. Il Sacro è la voce della madre che risuona tra i veli; il bimbo scosta un lenzuolo, poi un altro, un altro, le mollette sembrano poiane e lui non vede che le caviglie della madre, limpide come gli occhi di un dio”.

 

 

Lorenzo Babini

 

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