Monia Gaita – il vino e la poesia gemelli diversi?

Il vino e la poesia: quanto sono vicini?

 Il vino e la poesia sono due strade che s’intersecano esplorando, in parte, gli stessi sentieri. Il vino, sappiamo bene, si ottiene dalla fermentazione del frutto della vite, l’uva. Ma anche la poesia è la risultante di una fermentazione: la fermentazione delle idee.

Non esiste poesia che non scaturisca da un gloglottio, un ribollimento, un lievitare e un brulicare dei pensieri. Purtroppo, però, non tutti i versi sono dei buoni versi, come non tutti i vini sono dei buoni vini.

Nel vino si trovano costituenti e sostanze desiderate che gli conferiscono un sapore gradevole o hanno un effetto positivo sulla salute (es. i polifenoli e le antocianine), mentre altre sostanze sono indesiderate in quanto gli danno un sapore sgradevole o esercitano un effetto negativo sull’organismo (l’anidride solforosa, in alta concentrazione, diventa tossica).

Anche nella poesia accade lo stesso. Alcuni lessemi la arricchiscono e la esaltano, altri la danneggiano e la corrompono. Ecco, quindi, che la filosofia greca del giusto mezzo, eroga la propria validità di senso sia col vino, sia con la poesia.

Le parole vanno scelte minuziosamente, proprio come i chicchi d’uva, eliminando quelle poco sane o mature. Le parole sono i chicchi d’uva della poesia.

Nessuna poesia e nessun vino possono, perciò, affidarsi alla fretta o all’approssimazione. Anche la poesia deve invecchiare in botti di legno. Le botti di rovere della poesia sono il tempo.

Per scrivere un libro di poesie ci vuole tempo (il tempo di concepimento, di genesi, di gestazione, di elaborazione). La poesia è un lento processo di definitezza e sedimentazione.

Così come il vino non vuole additivi, manovre posticce e falsificanti, anche in poesia vanno rifiutati gli artifici, i trucchi, le contraffazioni, gli inneschi inautentici, gli sfoghi finti o inutilmente esornativi.

Ci sono vini di moderata effervescenza, vini frizzanti, speciali, vini passiti, vini novelli, vini che sanno di tappo o d’aceto. Ci sono poesie liquorose, amabili, armoniche, abboccate, acerbe, dal bouquet fruttato, floreale, rotondo, sapido, viscoso. E poesie che, ahimé, sanno di tappo o d’aceto. Ci sono, poi, poesie pessime che assomigliano alla lora dell’antica Roma. Come ci sono i distillati che diventano brandy.

Un altro elemento che accomuna il vino e la poesia è la catena trinomiale olfatto-gusto-vista. La poesia, non dimentichiamolo, ha delle precise proprietà organolettiche: colore, profumo, gusto e retrogusto. C’è un odore che investe i versi e ne decreta il tono. Noi li assaggiamo, li mastichiamo, li deglutiamo e li digeriamo. Accanto ai suoni acuti e gravi, possiamo avere i vibrati, i suoni squillanti, quelli caldi e morbidi. Possiamo avere tinte smaglianti, opache, nitide e sfumate.

E per concludere, dal vino fiotta un’ebbrezza non dissimile da quella che la poesia genera e muove. Un’euforia che riconduce all’invasamento dionisiaco delle Baccanti di Euripide. La serie di metamorfosi alla quale il dio sottopone le proprie sembianze, si allinea alla sottesa ambiguità del dire poetico, a quella emergente oscillazione tra ciò che è e ciò che appare. La poesia si attua per giustapposizione di piani, di materiali linguistici eterogenei, a confondere reale e irreale, oggettività e allucinazione, verità e maschera.

C’è un abbandono estatico nella poesia che s’annoda all’ordine e alla misura. Euripide narra che un mandriano proveniente dai boschi di Citerone, riferisce a Penteo, re di Tebe, i prodigi delle baccanti. Queste, incoronate con tralci di edera, di smilace e fronde di quercia, fanno zampillare dalla terra fonti di acqua, di vino e di latte. La poesia estirpa la razionalità che fustiga il miracolo, cerca di restaurare la complicità dell’infanzia e dei momenti andati, ma è anche un perenne interrogare, un gioco di conoscenza senza posa.

Un lampo che fa breccia nei segreti del vuoto: a volte sbaragliandone  le coste, a volte dimorandone le sale.

 

Monia Gaita

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