“Minimo umano” di Stelvio Di Spigno

Nota di lettura di Melania Panico

Stelvio Di Spigno, Minimo umano, Marcos y Marcos, 2020

 

Come si fa a parlare dell'essenziale e che cosa è l’essenziale, la questione intorno alla quale si può ragionare, prendere spunto per una ricerca di senso che riconosce spesse volte solo il limite.

Perché quando penso al titolo dell’ultimo lavoro di Stelvio di Spigno, penso naturalmente all’essenziale? Minimo umano ovvero coincidenza dell’unità col tutto e al centro proprio l'umano. Ragionare intorno alla perdita o alla sconfitta, scrivere intorno alla potenza della fragilità non è cosa da poco. Soprattutto se, costante, così come in questa opera di Di Spigno, si staglia il canto della salvezza. Una salvezza però non rincorsa ma vista, una salvezza come visione, qualcosa che appare come un segno. Dio nei versi di Stelvio è l'ora lucente o anche la fiera dietro la colonna. Dio è un giorno d'inverno castissimo o il ricordo di un amico.

A volte Stelvio sembra guardare al mondo come a un grande indagatore, quasi come fosse importante segnare una linea divisoria tra qui e lì, tra noi e l'altro: “Eppure ti dico che il mondo/così come è fatto, detto, eletto,/non può sentire l'inverno come noi umani", ma la vita, chiedere le ragioni ovvero ciò che viene fuori immediatamente dopo questo primo pensiero divisorio, è soprattutto accogliere la contraddizione: “ma un compito sulla faccia/della terra: sopravvivere, andare/ oltre, fermare con la voce il digiuno". Il dramma dell'umano è riconoscersi nella croce.

Se parlare non è un ponte che si prolunga in cielo, allora Dio è un pensiero, il Pensiero.

La vita nel mondo è sempre qualcosa di estremo, anche quando sembra di no. Non c'è spazio per l'innocuo, anche negli affetti, soprattutto negli affetti: “poiché fu detto di questa vittoria/ che ha dentro ogni cosa: l'anima salva,/ la mantide e l'imbuto, il giudizio e la croce,/ come voce che si alza a perdonare". Minimo umano è un lavoro in cui gli affetti familiari fanno non solo da sfondo ma sono linfa vitale per parlare di vita che diviene forma, legame.

I congedi sono dedicati a due figure: Elena ed Emilia, tesori di verità e carità, anime familiari e per questo finali.

Il passo breve

Ti rivedo in una camera d’albergo,
divisa da te stessa come lo sono tutti,
entrare nel vivo di una domenica di calma,
quanto a me assisto al crollo delle ere
come i bambini quando vanno al parco,
come lo stesso bambino che non avemmo insieme,
anch’io in quella camera d’albergo,
forse di Gaeta o altra rotta tirrenica,
il pranzo fu veloce come il ritorno a casa,
in auto non vedevo che un diluvio agghiacciante,
un tragitto demente verso la distruzione,
un abbaino, una penna, una scrivania
con accanto il tuo letto, dove quella notte
dormimmo senza fare altro
che cercare una pace a metà di una morte.

Ragioni

Il vento decolla tra le stelle
alle sei di mattina a Ventotene,
e la lama siderale
taglia tutto il paesaggio.
Un uomo si affaccia sul piazzale.
Poteva essere lui, al mio posto, a nascere.

C’è colore di ardesia.
L’orologio infinito
Fa un solo tic al giorno,
ora che so perché
questa vita non è stata
pura ripetizione: nessun numero,

ma un compito, sulla faccia
della terra: sopravvivere, andare
oltre, fermare con la voce il digiuno,
il tempo con un registratore,
e questa piccola campana,
improvvisa, che suona

ogni volta che sbaglio, e io sto fermo,
al centro di un mercato, a guardare
la mia forma irripetibile

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