Massimo Bocchiola, Gli ultimi giorni d’agosto, il Saggiatore

di Edoardo Sant’Elia

Uno specchio e una smorfia. Reale lo specchio, involontaria e via via meno reale la smorfia, che contraendosi e dilatandosi produce fattezze antiche, generazionali, un insieme di volti e ricordi ormai scomparsi ed ora nuovamente lì, nello specchio, a ricambiare (passivamente?) lo sguardo. Inizia così Gli ultimi giorni di agosto, labirintico volume di Massimo Bocchiola, volume in prosa dal dettato inconfondibilmente poetico. È lirico il tono, infatti, sostenuto ma non solenne; è lirico l’approdo, un presente che stende le braccia al passato non per raccogliersi in sterile nostalgia ma acquisendolo, piuttosto, accettandolo come una componente inevitabile del vissuto, una radice profonda che si dirama nel quotidiano con estrema naturalezza, senza giustificazioni, senza remore. Perché, di là dalla nostra volontà, il passato esiste. Perché ci accompagna, ovunque.

Un passato fatto di tante cose. Di letture e dettagli: in Moby Dick, ripreso durante una vacanza, la trapunta del letto dove riposa il ramponiere Queequeg, intrico fittissimo e colorato di tessuti indistinguibile dal braccio interamente tatuato dell’uomo; di letture e visioni: nel Riccardo II di Shakespeare, richiamato da un allestimento televisivo, la tragica fine del sovrano assassinato in prigionia, che nel testo originale si difende con inutile vigore mentre nella rivisitazione si offre, “seminudo e docile”, ai pugnali dei sicari. Un passato di episodi familiari: la timorosa nonna Virginia, morta per consunzione in tardissima età, che un giorno scorge dalla cucina un serpente, emette un urlo, ribadito dal miagolio di una torma di gatti, e viene salvata dal marito, “…che con un colpo secco di badile pose fine al serpente”. E quello resterà l’evento più drammatico della sua vita.

Un passato fatto anche di ricordi collettivi, di esperienze condivise: il soldato Benedetto, sopravvissuto alla Grande Guerra, che spara a mitraglia contro la cavalleria austriaca e poi impartisce l’ordine di ritirarsi, di fuggire, e scappando vede cadere attorno a lui i commilitoni, sciabolati senza pietà, e continua a correre posseduto da un’energia furiosa, quasi trasportato altrove, disincarnato, costringendosi “…a camminare per ore, per chilometri, fino a quando raggiunse le linee italiane e riprese la sua forma/materia di sempre”. Fantasma-uomo disperatamente aggrappato alla vita, è riuscito a divincolarsi dalle grinfie della Storia.

Una Storia a volte beffarda, capace di augurali e ingannevoli presagi: “Nella Biografia di Maria Stuart, Stefan Zweig racconta che al suo arrivo in Francia all’età di cinque anni, nelle vesti di promessa sposa del Delfino (che era ancora più piccolo) Maria fu accolta da un esercito di bambini come lei. E non da un esercito in senso iperbolico ma proprio da centocinquanta bambini armati con la funzione di guardia d’onore”. Poi, inesorabile, si consuma la sua parabola, due volte regina e vedova e per oltre un quarto di secolo nelle mani della cara cugina Elisabetta d’Inghilterra, che infine la farà giustiziare. In altre circostanze, una Storia capace di scivolare lieve nella leggenda, quella della tavola rotonda, del prode Lancillotto, “…che si trova costretto a scegliere tra la fedeltà al suo re e l’amore per la sua regina”. Comunque, che siano vissute o narrate nei libri o viste al cinema, queste storie Bocchiola le fa lievitare in una prosa onirica, evocando e descrivendo con sapiente, sfumata fermezza. E ricordando, ad ogni buon conto, che “…la storia – quando si ama, quando si sanguina – è sempre una soltanto e sempre vera”.

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