Marino Moretti: argonauta da cameretta

di  AUGUSTO MARIA FICELE

Nel 1995  l’opera completa di Carmelo Bene fu annoverata nella collana dei classici di Bompiani, l’unica a suo dire, a far parte del prestigioso girone, senza che l’autore stesso fosse scomparso. In verità il primo ad essere definito << classico >> da vivo, grazie all’Opera omnia pubblicata da Mondadori, fu Moretti, il quale rifiutò l’aureola messagli sul capo, cestinandola immediatamente. Forse scaramantico, dichiarò di non appartenere a quella schiera, poiché solo i morti potevano fregiarsi di quel titolo, lui che superati gli ottanta, sbeffeggiava le contravvenzioni della vita. Il tempo lo sconfiggi quando il verso dopo secoli rimane contemporaneo, quando forma e contenuto si assottigliano così tanto da non distinguerli più, soprattutto quando la porta sembra stretta, invece poi si rivela l’unica uscita di sicurezza, dalla quale puoi sgattaiolare in libertà. È inutile interrogarsi su quanto abbia pesato il nutrimento della sua parabola poetica – i debiti a Pascoli, ai simbolisti e ai fiamminghi sono acclarati – , o quanto abbia sgomitato per scostarsi il più delle volte dall’aggettivo << crepuscolare >>, invero si è attratti dalla capacità sua di studiare la noia come un soggetto anatomico, portandola per mano nella stanza dei giochi, la stessa che gli permette di corrodere il linguaggio della domenica, da sempre calamita del tedio universale. L’intervento più grande che segna il punto di contatto tra passato e presente lo fa attraverso il battesimo del nulla: una battaglia fumosa contro il senso compiuto, la logica indispensabile, le pingui consapevolezze, i toni accesi. Contro la responsabilità di rispondere alle vicende morali del paese – fatta eccezione la firma al manifesto degli intellettuali antifascisti -, inviso alla realtà storica pesante, violenta e reazionaria, in cui le immagini della vita scolorivano dinanzi alle divisioni e ai dibattiti seriosi, all’utilità spietata e cancerogena di collezionare e condividere qualsiasi informazione su di sé e sugli obiettivi da raggiungere – se prima con medaglie al petto, oggi con le storie su Instagram -, Moretti scriveva caustico:  ” Io non ho nulla da dire”.

È lecito confondere l’affermazione come un certificato di resa, tuttavia la ragione di questo enunciato vive una diversa dimensione, così densa di premonizione, così sensibile agli agguati del progresso, ai fantasmi incontenibili del successo viscoso, utilizzando l’artiglieria pesante dello zero in condotta di fronte allo specchio di casa.

Nel ” Giardino dei frutti “, pubblicato nel 1911, lo spiazzante motto ancora incede:  ” perché continuare a mentire, cercare d’illudersi? Adesso ch’io parlo a me mi confesso: io non ho nulla da dire “. Il messaggio è dunque cancellato, complice  << il lapis >> e non l’indelebile inchiostro, la letteratura viene allora negata e ogni suono scompare nel silenzio, se non quello che si spande quando aliti sul vetro. Non esclusa la strategia di Moretti di apparire un caso letterario e poetico – risultare insignificanti è fonte di abbondante autoironia -, a fronte di qualsiasi giudizio e ordine sociale, egli preferisce la banalità delle cose quotidiane, attraverso la quale finalmente vede storto. L’istinto di conservazione cessa con ” questa malinconia che si trascina “, il criterio di valutazione dell’io e della conseguente riflessione si annullano quando il poeta con luce distratta abbassa le brache all’ontologia e scrive: “ artista, anímula da nulla, e contento dei miei molti nonnulla ringrazio Iddio perché così mi fece… “.  Bere, bere il suo mare con gli occhi svogliati dalla finestra di casa che si affaccia sul porto canale di Cesenatico, non dissimile lo sguardo che dava Carrà dipigendo il molo i velieri variopinti le pinete le dimore salmastre di Forte dei Marmi, certo che si sentano ancora oggi le incognite indolenti, le intuizioni del grigio patire, il cruccio inimitabile di delegare la propria identità ad un dormiveglia di grazia.

Vivere in provincia è insieme visione e assopimento, dove la flânerie è riservata a pochi discepoli, uno di questi è il suo alter ego Pazzo Pazzi , esausto di soffermarsi sulle grandi architetture, osserva con ininterrotta meraviglia l’insegna illuminata  << T >> del tabaccaio. Ricordare tutte le ore vane, far sì che l’ombra diventi essa stessa più vivida della carne; ai baccani e ai tormenti del tempo il poeta replica con brusii di fondo, mucchietti di cenere.

La parola necessaria è inutile quando Moretti preferisce far ” Cucú ” oppure salire a venticinque anni sul cavallo della giostra, mostrandoci senza troppa lena, quanto il mondo sia zeppo di inganni e prodigi, tra strette monetarie e crisi embrionali, tra reti invisibili e dispositivi pronti a definire il nostro tempo, e con quanta indifferenza disperda i suoi figli, uomini  << senza qualità >>, armati di leggerezza.

 

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