MARINA SANGIORGI su ”Persona minore” di Giancarlo Sissa

 

Giancarlo Sissa, oltre a essere una delle voci più significative della sua generazione (come ripete sovente Alberto Bertoni), è un poeta che si incontra a Bologna. Quelli che scrivono, i giovani, chi di ogni età si interessa alla poesia facilmente lo incontra, per fortuna, e può imparare.

Ha appena pubblicato Persona minore, per qudulibri edizioni. Un libro di poesia o di prosa?, ci si può chiedere. Come già ne Il bambino perfetto (Manni 2008) Sissa scrive brevi testi senza andare a capo. Quindi è prosa. O no? La poesia è andare a capo, mentre la prosa va di filato, riempie la pagina, va a capo solamente, e non sempre, dopo il punto. È così semplice? Evidentemente no. Sissa scrive in prosa delle poesie. Forse. La prova della lettura a voce alta non risolve il dilemma: la musicalità del testo, il suo scorrere, i suoi bagliori sono belli come la poesia, ma in fondo questo ritmo, questa sapienza, riguardano anche la prosa. La verità è che, come scrive Francesca Serragnoli sull’ultimo numero della rivista Le Voci della Luna: “la poesia non è definibile”. E neanche la prosa, aggiungo io. Dopo tutti i secoli che ci separano da Omero e Saffo (e gli altri autori di ogni tradizione), ancora non sappiamo niente: cos’è la poesia, perché la amiamo. Leggere ed essere grati alla fine è quanto di meglio si può fare.

 

La neve odora di mele, vento, finestre. In che città siamo presi per mano? catino di ghiaccio dell’infanzia, nel bene buono della teiera si spegne la notte. Poi ancora semi di pietra, monete e bottoni, trottole, giochi rossi del tavolo e del foglio di carta. È un bosco di cielo che avanza, cani scolpiti nel sacramento, la semplicità, l’erba incolta, il suono delle domeniche sul selciato. Camminiamo nel risveglio, vicino alla scuola. La pioggia semina nella pianura il rimprovero di città lontane.

 

C’è un mistero luminoso che attraversa queste pagine. I temi del libro sono l’amore, le donne, le memorie, i viaggi. Sull’oscurità – un dato forte, presente, nell’opera di Sissa – prevale a tratti una dimensione domestica invasa dal tepore di una luce possibile: cerco le finestre buone. Nel mondo del mattino (titolo che apre alla speranza) la pietà della neve può portare via il fango.

 

Ha occhi di neve il cammino, perdoni senza senso, fiamme tipografiche di rondini nelle più compiute malinconie della luce. Nelle imprecisioni del tempo o in riva al pesco nevicante solo la pietà ci salva – e i poveri di spirito – stanche d’acqua le gambe e gli occhi, interi pezzi di sogno accesi come voci al mercato, vendono pane, sbarazzano l’alba dal fango.

 

Ripercorrere l’opera di Giancarlo Sissa leggendo Autoritratto (Poesie 1990-2012), Italic 2015, è l’occasione per scoperte o riscoperte preziose. Per esempio:

 

O Dio delle facili preghiere

non credere alle mie,

nemmeno a quelle vere,

fa come lei che non esiste

che me la sono sognata

e quello mi è bastato

una notte di sola nebbia

smarrito

ora che non serve

attraversare il tempo

per essere creduto, tu

Dio delle stupide preghiere

raccogli questa assenza

se imparo a “fare basta”

di essere l’allora

d’un mai che scava gli occhi

e dimmi perché se non esiste

io rido ancora

 

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