Mariadonata Villa, “Verso Fogland”, Minerva

di Edoardo Sant’Elia

Un canzoniere ancestrale, tellurico, che tuttavia non si sottrae alle lusinghe, ai rischi del quotidiano. Su questi due piani, alternati o spesso frammischiati, si muove la poesia di Mariadonata Villa in Verso Fogland.

Si muove con accenti che recuperano la lezione dei classici, immettendo versi celebri nel corpo del testo, “col picciol legno che è la voce”, recuperando personaggi e situazioni della grande cultura figurativa, “(Caravaggio usò una puttana morta nel fiume / per dipingere il Transito della Vergine…)” ma al contempo non rifiutando il portato di un moderno espresso attraverso termini ed oggetti di uso più che comune, a volte giocati con calcolata prudenza, “ci sono parole che reagiscono ai sensi, / come cellophane, verbena o menta selvatica”, a volte intrecciati con spavalda ironia: “(e liberaci dal male / delle calze non trovate)”. Una continua dualità dialettica che sprigiona tensioni spiazzanti, per esempio tra cielo e terra, elementi in dialogo di un’unica tela: “l’unica cosa che ritorna della vita è questo lungo / arco di luce nella tenebra, che passa / per le scapole scarne dell’Orsa Maggiore // abbiamo creato piccoli amuleti elettrici / che ci illuminano nella notte”.

Difficile definire, racchiudere in un determinato luogo il territorio, meglio: i tanti territori evocati a pennellate larghe, parti di un universo che volta a volta sembra improvvisamente concentrarsi in un punto manifestandosi per accumulo, con impeto fluviale, con smagato furore, con la necessità di dir tutto sapendo che comunque quel tutto rimarrà un dettaglio, un minimo segno. Può trattarsi di città chiamate col loro nome, di “Bologna grassa e rossa”, o di Mantova, con il suo Santuario delle Grazie, dove “c’è un coccodrillo che galleggia nell’aria”; può trattarsi di posti qualunque, di strade che non denunciano nulla di particolare, percorse da sconosciuti che si ignorano, che non sanno di appartenersi, di formare comunque comunità; può trattarsi di lande selvagge, dove il paesaggio è una pianura interiore “in cui l’estate non brucia / e rende dolce l’aria”, mentre “uomini-albero ti attraversano come una lancia”; o ancora può trattarsi del luogo per eccellenza di questa raccolta, Fogland, che dà il titolo al volume, un componimento dedicato a Seamus Haney, “il mio posto di acque chiare”.

Del resto, come scrive Cinzia Demi in quarta di copertina, “Non importa quali e quanti siano i luoghi dove riconoscersi, purché ve ne siano”. Conta, invece, che tra i continui mutamenti di personaggi, di atmosfere, di stati d’animo che attraversano, fanno lievitare la temperatura del volume, non si smarrisce l’ago della bussola di questa scrittura sempre in cerca di qualcosa, mai davvero appagata. E più che nei toni alti, ieratici, gli esiti migliori sono quelli in cui il volo è radente, ad altezza d’uomo, magari tinto di fiaba ma una fiaba slabbrata, immersa nel presente: “viene Ibrahim, il profeta sciancato / nel suo giubbotto di pelle troppo largo / escono api dalle sue palpebre / cadono nomi dalla sua bocca, come un presagio”. Nomi pronunciati qui con fiducia, fiducia negli eventi narrati e in quelli (soltanto?) sognati, fiducia nella forza stessa della poesia, quando riscrive e rivive la vita senza negarla, senza biasimarla, senza ditini inutilmente alzati e con abbandono autentico, perfino con ingenuità, perché, quando viene meno l’urgenza di dire, l’urgenza poetica, inevitabilmente, semplicemente “Parole scompaiono. / Dietro di loro frana un mondo”.

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