Perché Margherita è vera

di Michele Brancale

La stagione del passaggio della guerra a Firenze, con l'acuirsi della sua presenza e dei suoi effetti nell'estate del '44, segna una tappa decisiva nella formazione e nelle scelte di Margherita Guidacci (Firenze 1921 – Roma 1992). La morte è innanzitutto il tragico, possibile effetto della guerra che determina nella sua città “un’isola. Un grande asilo di naufraghi in attesa che qualche nave finalmente li raccogliesse”. L’immagine è contenuta in un articolo firmato sotto il falso nome di Andrea Luti nell'agosto 1945 per la rivista “Rassegna” (Firenze un anno fa): «Vivemmo realmente in un’isola del tempo, in una “durata” che non è quella attuale».

Cosa può accadere a quanti sono sull’“isola”? Un dialogo che nel nostro lungo presente, pure scalfito dal Covid, viene allontanato quando non rigettato: «Il costante dialogo con la morte li aveva liberati dai vincoli, dai compromessi, dai mezzi termini che impiccoliscono la vita; ci aveva semplificati, riportati ai “principii”, al pane e all'acqua dello spirito».

Nel diario “Nei giorni della battaglia. Diario 1944”, la sua amica Anna Meucci registra i sentimenti, le situazioni, i pensieri condivisi con Margherita in quelle giornate. Vedono passare camion pieni di soldati, «gente che va alla guerra, ci guardano con curiosità (7 luglio 1944)» e di fronte a questa ed altre situazioni Guidacci confida ad Anna che contemplare la città in guerra, piangere su di essa, è come il pianto di Gesù sulle città che non si sono lasciate toccare dal suo messaggio: «È un pianto riassuntivo». È il pianto di Cristo sulle città che non ascoltano.

Se l'adolescenza di Margherita era stata segnata dalla scomparsa del padre, la guerra porta la sua riflessione sulla morte e sul desiderio di vita (per lei lo “sfiorire” conosciuto prima del “fiorire”) in relazione alla Passione. È un punto nodale dell’esistenza che si trova nella sua poesia, nella sua ricerca di traduttrice che la porterà a rendere in italiano, per la Lef, i sermoni di John Donne, padre dell'espressione “nessun uomo è un’isola”.

Ma torniamo al '44 e a Margherita 24enne. È l’anno in cui maturano i pensieri che verranno puntualizzati nell’articolo firmato con lo pseudonimo e in uno successivo, questa volta firmato senza veli, “Il nostro mondo” (Rassegna, settembre 1945), che porta la sua ricerca sul crinale che affrontiamo ancora oggi. Per Guidacci «la nostra società non è teocentrica né antropocentrica. Tanto meno è cristiana, poiché il Cristianesimo esige tutti e due quegli elementi e non ne possediamo più neanche uno». È il “crinale apocalittico” – sarà così definito, efficacemente, da La Pira – che Guidacci coglie nella Storia: «Gli antichi oscillarono fra i valori divini e i valori umani, ora mettendo più forte l’accentro sui primi, ora sui secondi. Ma noi abbiamo soppresso gli uni e gli altri. È in questo che consiste l'essenza mostruosa del mondo contemporaneo, la nostra orrenda novità». Era già scoppiata l'atomica: «Io non ti odio, non ti conosco nemmeno, ma ti uccido perché tu sei parte di un insieme che si trova in urto con l’insieme di cui fo parte io». In questa tragedia si perdono e Dio e l’uomo.

Anna Maria Tamburini – a cui si deve il rinvenimento e la pubblicazione dell’articolo a firma Andrea Luti e la ricerca confluita nel volume Margherita Guidacci. La poesia nella vita, ed. Aracne, con introduzione di Margherita Pieracci Harwell e postfazione di Alessandro Andreini – declina questi punti di coscienza e di letture della storia anche in figure che hanno intrecciato la loro esistenza con quella della poetessa: da un soldato britannico conosciuto nell’autunno del '44 a Scarperia, dove la famiglia aveva una casa e dove si era trasferita temporaneamente con i suoi cari, John Smith (del quale temerà la fine in Cambogia), a Francisco Canepa, cileno, con cui ebbe una delicata amicizia fino al '46  e poi ritrovata negli anni '70 (con l’angoscia che fosse finito vittima del golpe di Pinochet in Cile nel 1973).

Città come isole; correlazione tra morte, vita e Passione (“sfiorire e fiorire”); messaggio cristiano e cultura contemporanea: a questi elementi della ricerca di Guidacci, trasfusi nella sua poesia, a partire dalla sua prima raccolta La sabbia e l'angelo (Vallecchi 1946), e nelle sue traduzioni, si deve aggiungere la “convalescenza”. La lettura delle cose non si arrende alla disperazione. Guidacci conosceva del resto molto bene le lettere paoline e lo “sperare contro ogni speranza” anche di fronte all’evidenza del male. È Gesù vivente nella stria che mostra la strada. Hiroshima segna la linea di confine, la possibilità dell’autodistruzione, il dato che c’è una “Ragione” che “ha per emblema non l'anima ma la macchina/ per armi non più rostri, zanne, artigli,/ ma bombe, gas, elettrodi; per ultimo traguardo/ non la profonda notte a cui scendono dèmone e belve,/ ma un gran sole mortale sul mondo scardinato” (da Tentazione di Sant’Antonio, 1978). Dall’altra, la fragilità (che Guidacci aveva sperimentato sotto il profilo neurologico e che la accompagnerà sotto altra forma e sostanza negli ultimi anni), può essere abitata da una determinazione che non viene solo da se stessi: “Convalescenti della vita.../ noi ci sentiamo molto vicini alla guarigione definitiva” (da L'altare di Isenheim, 1978). Aveva già scritto alcuni anni prima: “Spesso mi sento preda/ del giocatore più fosco./ Pure non voglio ancora disperare/ del potere stupendo della vita”.

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