Marco Mittica, “Le Leggi dei Padri”

di Paolo Pera

«[…] e allora ci hai chiesto qual è la legge dei / padri (oh, cupida legum iuventus!), il nome degli avi, / l’insegna del tuo tributo». (Sul perché dovresti tornare, ma non rimanere, a Bologna, p. 54)

 

L’opera d’esordio di Marco Mittica, Le Leggi dei Padri (RP libri, 2023), sorta in una delle collane di Antonio Bux, e recante un’estesa nota in calce del già direttore della Fondazione Leonardo Sinisgalli, Biagio Russo, è senz’altro un lavoro felice. Di fatto l’unico autore da cui il Nostro dichiara apertamente una discendenza è proprio quel Sinisgalli originario della lucana Montemurro, come pure la famiglia di Mittica, che, per le vicissitudini della vita, gli ha però fatto avere i natali in quel Piemonte cinto dalle Alpi («[…] quella nostra / barriera sicura di convinzioni», p. 15). Con pretesto storico il poeta larva la sua autobiografia con tale sottigliezza da non lasciarci distinguere se stia stendendo commenti poetici a fatti del Medioevo latino o piegando quest’ultimo ai suoi di fatti, esposti comunque in un linguaggio intelligentemente ironico, di moderata sperimentazione, e di una tiepida malinconia posta come filigrana di numerosi versi. Leggendo queste pagine è possibile ingannarsi, ritenendo il tutto un gioco di rimandi al reale che fu, ma all’occhio del lettore sensibile non potrà sfuggire quel senso di straniamento proprio dell’apolide, di chi si è trovato ad abitare una terra che non gli è archetipicamente propria («Ci ritrovammo / una notte a sgusciare / parole come melagrana / sgranando il rosario / della nostra identità», p. 51), l’aver, insomma, ereditato l’esilio paterno pur sentendo forte il richiamo di quelle origini meridionali che, nello stesso modo, non gli potranno mai appartenere davvero («[…] sono qui per spiegarti ancora / l’univoca ambivalenza / di errare: il rafano / in mezzo al riso / non può stare», p. 49). La risalita del “fiume” originario («Tizio e Caio […] / partirono per / trovare una legge che i rispettivi / padri non gli avevano dato», p. 11) non porta dunque, nel poeta, un senso d’accasamento, di “rimpatrio”, ma, come perso nel labirinto di un linguaggio teso al tempo ideale, benché passato, i fenomeni dolorosi della propria vita (come la conclusione di un’importante relazione, o un’involontaria cesura con la città di studi) perdono qualunque aura di sofferenza insegnando com’è possibile poetare sulla propria rovina senza investirla di una tragica irreparabilità (si veda a tal proposito la poesia a p. 59, dove Ulisse avvista «terra»). È dunque così che, tra queste trentanove poesie, decidiamo di leggere una speranza chiamata “rinascimento”.

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