Quel vento che muove la vita inoperosa

di Antonio Raffaele

Marco Caporali, La vita inoperosa, ed. Empirìa

Recita il dizionario Treccani: “inoperóso: agg.; inattivo, che non opera, non agisce, o perché costretto da una situazione di necessità, o per pigrizia”.

Quanto questo aggettivo rispecchi l'immaginario collettivo è abbastanza evidente, per lo meno da un punto di vista quantitativo nel senso di riempire in modo ossessivo e pure compulsivo ogni minimo intervallo di tempo a noi disponibile in modo più o meno (a)social.

Quindi un titolo lontano dal quel vivere odierno che non può ammettere il non fare.

Però Marco Caporali per vita inoperosa non intende di certo una stasi o uno stare fermi e tantomeno l'essere pigri, e lo si comprende già dalle prime righe con le bighe disposte lungo la via per l'aeroporto. Anzi il movimento sembra essere l'elemento che circola a dare aria a tutta l'opera e, come in un concerto per archi diviso in quattro atti, modifica la sua velocità passando da una fase lenta e contemplativa ad una più irruenta degna di una fuga per passare poi da una breve e intensa pausa riflessiva sul filo dell'acrobata ad un caldo fuoco del ritorno. E la distanza dal mondo contemporaneo non è solo mentale ma anche corporale perché Caporali in una sorta di meditazione Zen intuisce che “la fonte della quiete è il movimento” che lo circonda, lo penetra e lo fa immergere nella realtà. Viene subito in mente Biancamaria Frabotta, di cui il poeta è un testimone del suo ultimo anno d'insegnamento, che dai banchi portava i suoi studenti a ritrovarsi “all'aperto, al vento che agita e placa il nostro irrequieto vagare”. Quel vento che muove la chioma dell'albero e sposta sulla terra l'ombra con i suoi confini che sono tra i pochi che la natura ammette, come quello tra la terra e il mare dove la vita si decompone e prospera e dove si trova il limite di quei paesaggi antropizzati di cui dopo una tempesta rimangono solo “antichi nomi nella pietra incisi come un tributo che al mare si versa”.

Il vento come il respiro della vita che scuote sia le fragili dimore sia le solide, ma che non cancella il desiderio di restare uniti al passato attraverso un soffio di note che ancora riempie la casa.  Come se fossero i nostri polmoni il mantice che accompagna quella vita inoperosa che difficilmente ci è dato vivere ma che sottolinea cosa siamo o per evocare Eugenio Montale cosa non siamo e soprattutto non vogliamo essere.

Ma il movimento passa anche attraverso la fuga dai dolori che l'essere umano inevitabilmente incontra e nello sconforto a volte anche una semplice parola appena sussurrata può risultare salvifica e riportarci ad “un tempo in cui le cose erano cose” quando ancora era possibile una progettualità. E sembra affiorare chi conosceva bene la sofferenza e aveva una religiosa ammirazione per l'oggetto ossia il poeta e premio Nobel russo Iosif Brodskij, per il quale “la cosa è quello spazio oltre il quale non c'è la cosa”.

Ma Caporali verso l'uomo oltre ad avere uno sguardo compassionevole ne ha uno molto critico riguardo alla sua mancanza di cura rispettosa verso l'ambiente naturale dove vive e sul quale domina con una superbia pari alla leggerezza dei cinghiali che attraversano la strada. Per il poeta infatti l'uomo ha perso l'attitudine a contemplare i suoi tesori e suoi particolari come ad esempio quei folti rami che annodati ricoprono la visione intera di un bosco o la gioia che un albero irradia mentre “indossa la sua veste parassita come un abito di gala”. Un omaggio a Emily Dickinson che dalla sua finestra ammirava il cambio di abiti in autunno della natura. Ma mentre la poetessa esprimeva una visione idilliaca della natura, Caporali ne sottolinea anche la precarietà e la fragilità e ci invita allo stesso tempo a nutrire forti dubbi sulle nostre certezze.

 

“Su pelli di pantera sguardo assorto
in un grumo di pittura
appagati gli amanti assaporano
accanto all'albero rifiorito
della conoscenza, il frutto della vita inoperosa.”

 

Sembra quasi l'augurio di un nuovo Eden, un'esortazione ad assumere il punto di vista dell'ambiente per permettere un movimento e un circolo virtuoso tra i fiori della conoscenza e i frutti offerti dalla vita inoperosa.

Il poeta infatti sottolinea che, come nel vaso di Rubin, ogni cosa può avere forme molto differenti, basta aspettare che si schiudano ora il bianco ora il nero in un contrasto che al tempo stesso si nega e si afferma. E di certo non si contraddice nel testo “le gai Savoir” dove si avverte la necessità di imparare ad ascoltare, “chiudi gli occhi se vuoi conoscere il mondo”.

Quindi conclude Marco Caporali che non bisogna affidarsi a saperi preconfezionati, ma lasciarsi andare all'immaginazione e anche all'ascolto di quello stesso vento che muovendo i capelli di Andromeda ne rivela il volto permettendo a Perseo di liberarla dalla rupe alla quale era stata legata per espiare le colpe della madre Cassiopea.

Spesso la mitologia greca viene in soccorso alla nostra stupidità e mai come oggi questo aiuto si rende così necessario proprio laddove nuove colpe umane e solo umane rischiano di dover essere pagate ancora una volta dalle generazioni future di tutte le specie che abitano questo pianeta.

E di certo non ci salverà come autoassoluzione dare loro il nome di una galassia.

Lascia un commento